Salta il pacchetto di nuovi bonus in busta paga nel Decreto 1° maggio. Il testo approvato in Consiglio dei Ministri il 28 aprile 2026 lascia fuori le novità trapelate in materia di fringe benefit e detassazione
Il Decreto in materia di lavoro approvato dal Governo in occasione della festività del 1° maggio è un nulla di fatto sul fronte di buste paga e stipendi.
La previsione di un salario giusto, volto a tutelare i dipendenti sottopagati per via dell’applicazione di contratti pirata, è solo una delle novità che si attendevano.
Mancano all’appello le misure contenute in una prima bozza del decreto, pensate per intervenire direttamente sulle buste paga di lavoratori e lavoratrici.
Tra queste il rialzo fino a 3.000 euro dei fringe benefit erogabili dalle aziende, ma anche la stabilizzazione della detassazione degli aumenti derivanti dai rinnovi contrattuali e la tassazione agevolata del lavoro notturno, festivo e degli straordinari.
Occasione persa anche per passare dalla teoria ai fatti sul fronte della detassazione della tredicesima, uno dei punti inattuati della legge delega sulla riforma fiscale.
Stipendi senza novità, il Decreto 1° maggio “dimentica” le buste paga
La pubblicazione dei dati relativi al rapporto deficit/PIL del 3,1 per cento, seguita dall’approvazione del Documento di Finanza Pubblica nel pieno dei lavori sulla messa a punto del Decreto 1° maggio, non ha certo giocato a favore del Governo.
Che il provvedimento rischiava di essere svuotato rispetto alle intenzioni messe nero su bianco nelle prime bozze era del resto già stato anticipato tra le righe dal Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che con l’approvazione del DFP 2026 ha posto in evidenza la mancanza di spazi per “novità fantasiose”.
Il Decreto 1° maggio conferma quindi una linea rigorosa e si focalizza sulle emergenze da gestire e tamponare.
Le risorse stanziate, pari a circa 1 miliardo di euro, saranno destinate per lo più al rifinanziamento dei bonus per le assunzioni di giovani, donne e nella ZES, rimodulati rispetto a quanto previsto in prima battuta dal DL Milleproroghe 2026 e prorogati fino al 31 dicembre 2026.
Il tema del salario giusto, basato sui CCNL più rappresentativi, non prevede ricadute in termini di costi per lo Stato, così come la novità che punta a prevedere un’indennità del 30 per cento dell’indice IPCA (che misura l’inflazione) per i contratti scaduti e rinnovati dopo 12 mesi.
Resta invece nel cassetto la lista dei desideri che si è andata via via arricchendo nelle settimane che hanno preceduto il varo del Decreto 1° maggio.
Tra queste l’idea di aumentare e livellare i limiti di detassazione dei fringe benefit, pari a 1.000 euro e 2.000 euro per i dipendenti con figli a carico. Atteso, ma assente su carta, il rialzo della soglia a 3.000 euro.
Stesso discorso per quel che riguarda l’ipotesi emersa nelle scorse settimane di confermare strutturalmente la flat tax del 5 per cento sugli aumenti derivanti dal rinnovo dei CCNL, l’imposta ridotta del 15 per cento per il lavoro prestato in giorni festivi e per i turni notturni e la detassazione dei premi di produttività al 1%.
Il Fisco pesa sugli stipendi, e le novità restano in stallo: il caso della “tredicesima”
In uno scenario di rigore e prudenza sul fronte dei conti pubblici, il Governo è stato chiamato a scegliere i settori più meritevoli d’attenzione e a mettere da parte le proposte più “fantasiose”, come suggerito dal Titolare del MEF.
Il tema degli stipendi, e più in generale del caro vita, è tuttavia centrale in un contesto in cui le tensioni internazionali riducono il potere d’acquisto di lavoratrici e lavoratori, contribuendo alla crescita dell’inflazione.
Si lega alla questione del peso del Fisco sulle buste paga, e i dati pubblicati dall’OCSE ne sono la conferma: il cuneo fiscale sugli stipendi è pari al 45,8 per cento.
La pressione fiscale sugli stipendi incide anche sugli effetti dei futuri aumenti contrattuali, alimentando il fenomeno del fiscal drag, il drenaggio fiscale che rende di fatto vano lo forzo di adeguamento degli stipendi all’inflazione
La progressività dell’IRPEF comporta che, all’aumentare del reddito, aumenta il prelievo fiscale. In sostanza, sale lo stipendio lordo ma non il netto.
Ed è anche per questo il tema delle detassazioni delle voci che compongono le retribuzioni resta monitorato speciale.
Vale la pena evidenziare inoltre che alcune delle linee guida da seguire sono già tracciata dalla legge delega sulla riforma fiscale.
L’articolo 5 della legge delega n. 111/2023 ha affidato al Governo il compito di rivedere il sistema di imposizione dei redditi delle persone fisiche, prevedendo anche l’applicazione di un’imposta flat sulla tredicesima.
Un intervento più volte annunciato e mai reso concreto, che rientra però nel pacchetto di misure in materia di lavoro rimaste in standby e, più in generale, delle parti più onerose della riforma fiscale sulle quali l’attuazione entro la fine di agosto resta in dubbio.
Il Decreto 1° maggio perde l’occasione di fare un passo in avanti, rivelandosi come un provvedimento di manutenzione dell’esistente più che di svolta.
Le grandi promesse della vigilia si sono scontrate con la realtà di un bilancio che non permette “voli pindarici”.
Il decreto che, ormai da tradizione, è l’occasione del Governo di celebrare la festa dei lavoratori, finisce con l’essere un’occasione mancata, dimenticando di dare risposte immediate a chi è alle prese con stipendi ormai inadeguati rispetto al costo effettivo della vita.
Articolo originale pubblicato su Informazione Fiscale qui: Buste paga, le promesse mancate del Decreto 1° maggio sugli stipendi