Con il Decreto 1° maggio potrebbe arrivare un potenziamento dei fringe benefit, fino a 3.000 euro per tutti. I bonus in busta paga sono però per pochi: lo confermano i dati diffusi dal MEF il 23 aprile 2026
Come da tradizione, il Governo si prepara ad approvare un nuovo decreto in materia di lavoro in occasione della giornata del 1° maggio.
Tra le novità in discussione vi è l’estensione della soglia dei fringe benefit fino a 3.000 euro, una via pensata per rendere più corposi gli stipendi dei lavoratori dipendenti.
Noti anche come “bonus in busta paga”, i fringe benefit hanno però un’efficacia variabile e, stando ai dati, un perimetro strettissimo.
Il motivo è legato alla logica di attribuzione: sono le aziende a farsi carico del costo dei benefici extra sugli stipendi, e la diffusione di questo strumento nell’ambito delle misure di welfare aziendale è tutt’altro che uniforme.
Lo dimostrano i dati relativi alle dichiarazioni dei redditi diffusi dal Ministero dell’Economia e delle Finanze il 23 aprile 2026: lo scorso anno ne hanno beneficiato solo 3 dipendenti su 100, con importi che variano notevolmente da Nord a Sud.
Bonus in busta paga, fringe benefit per pochi: dal MEF i dati sulle dichiarazioni dei redditi
Su una platea complessiva che conta 24.146.231 lavoratori dipendenti, sono 691.755 quelli che nel corso del 2024 hanno percepito una quota di fringe benefit in busta paga.
Questo uno dei dati che balza agli occhi guardando alle statistiche sulla dichiarazione dei redditi 2025 pubblicate dal MEF il 23 aprile 2026.
Focalizzarsi sull’impatto dei benefit è centrale alla luce della discussione in corso sul potenziamento dello strumento con il Decreto 1° maggio, via ipotizzata dal Governo per intervenire sul tema degli stipendi e più in generale del caro vita.
Prima di scendere nel dettaglio è però bene capire cosa sono i fringe benefit e quali i vantaggi previsti.
Si tratta di forme premiali di retribuzione che il datore di lavoro può riconoscere ai propri dipendenti, facendosi carico dei relativi costi, anche a titolo di rimborso delle spese sostenute per le bollette, l’affitto o gli interessi sui mutui relativi all’abitazione principale.
Le somme, i beni o i servizi riconosciuti a titolo di benefit sono detassati per il lavoratore e per l’azienda, fino alla soglia di 1.000 euro che sale a 2.000 euro per i dipendenti con figli a carico.
Il limite, pari a regime a 258,23 euro (Art. 51 comma 3 del TUIR), è stato progressivamente innalzato negli ultimi anni, con il fine di favorirne la diffusione.
Un intento che però non è andato del tutto a buon fine.
Fringe benefit per solo 3 dipendenti su 100, forti differenze tra Nord e Sud
Tornando ai dati diffusi dal MEF, emerge che l’impatto generale dei benefit sulla forza lavoro dipendente in Italia è del 2,86 per cento.
Questo significa che, mediamente, circa 3 dipendenti su 100 hanno ricevuto benefit aziendali nel 2024.
La penetrazione dello strumento è poi differenziata a seconda della regione, con una diffusione a macchia di leopardo da Nord a Sud.
La Lombardia registra il maggior numero di beneficiari in termini assoluti, così come l’incidenza percentuale più alta sul totale della popolazione lavorativa (4,19 per cento).
Al contrario, nelle regioni del Sud (come Campania, Puglia e Sicilia), l’impatto dei benefit è molto più contenuto, e raggiunge in media meno dell’1,5 per cento dei dipendenti.
La disomogeneità territoriale è quindi il limite principale che emerge.
I fringe benefit non sono un bonus per tutti, ma un beneficio che dipende dalle scelte (e dalle possibilità) aziendali.
Stando ai dati, un lavoratore del Sud ha una probabilità quasi 4 volte inferiore di ricevere il beneficio rispetto a un collega del Nord, rendendo la misura involontariamente discriminatoria su base geografica.
| Regione | Totale Lavoratori Dipendenti | Beneficiari Welfare (Benefit) | Incidenza % |
|---|---|---|---|
| Lombardia | 4.403.074 | 184.558 | 4,19% |
| Veneto | 2.204.900 | 81.460 | 3,70% |
| Piemonte | 1.742.628 | 64.105 | 3,68% |
| Emilia R. | 2.048.112 | 69.960 | 3,42% |
| Lazio | 2.339.397 | 63.924 | 2,73% |
| Campania | 1.940.874 | 30.006 | 1,55% |
| Puglia | 1.454.537 | 20.695 | 1,42% |
| Sicilia | 1.602.859 | 19.803 | 1,24% |
| TOTALE ITALIA | 24.146.231 | 691.755 | 2,86% |
(Elaborazione delle statistiche MEF sulle dichiarazioni dei redditi anno d’imposta 2024)
Bonus di 1.000 euro in media, sale l’impatto generale dei benefit in busta paga
L’analisi dei dati relativi ai benefit erogati in busta paga consente di pesare anche l’impatto delle novità che, dal 2024, hanno tentato di potenziare la via delle erogazioni da parte delle aziende.
Il confronto dei numeri diffusi dal MEF il 23 aprile 2026 relativamente alle dichiarazioni dei redditi dell’anno d’imposta 2024, rispetto al 2023, mostra una crescita rilevante sia in termini di diffusione che di valore economico complessivo.
Vale la pena ricordare che, nel 2023, la soglia di esenzione dei fringe benefit è rimasta pari a 258,23 euro per la generalità dei dipendenti, mentre in presenza di figli a carico è stata portata a 3.000 euro. Come già detto, dal 2024 si è tentato di livellare meglio i limiti, con la doppia soglia pari a 1.000 e 2.000 euro.
Il lavoro di revisione delle regole ha avuto un effetto positivo: in un solo anno la frequenza, ossia il numero di beneficiari, è passata da 476.143 a 691.755, con un incremento di circa il 45 per cento.
Il valore complessivo dei benefit è salito da circa 419,8 milioni di euro a oltre 688,6 milioni di euro, con un importo medio per singolo contribuente passato da 880 euro a 1000 euro circa.
Anche in questo caso però permangono grosse differenze a livello territoriale.
Bonus di 1.000 euro in media, ma i benefit sugli stipendi variano tra Nord, Centro e Sud
I territori del Nord e la Capitale guidano la classifica per il valore economico più elevato dei benefit ricevuti dal singolo lavoratore.
La classifica dei primi tre posti è tutta al Nord:
- la Provincia Autonoma di Bolzano è al vertice con una media di 1.390 euro per beneficiario;
- segue la Valle d’Aosta, con un valore medio di 1.360 euro.
- chiude il podio la Provincia Autonoma di Trento, con 1.340 euro.
Nel Lazio, il valore medio è di 1.170 euro. Sopra la media nazionale anche Piemonte e Sicilia, con 1.040 euro, e poco al di sotto la Lombardia con 1.020 euro.
Si collocano sotto la media diverse regioni, tra cui Emilia Romagna (930 euro), Molise, Puglia e Calabria (920 euro), Abruzzo (810 euro) e Umbria (800 euro). In Toscana si registra il valore più basso in assoluto, con 780 euro in media.
| Regione | Importo Medio (€) |
|---|---|
| Trentino A.A. (P.A. Bolzano) | 1.390 |
| Valle d’Aosta | 1.360 |
| Trentino A.A. (P.A. Trento) | 1.340 |
| Lazio | 1.170 |
| Piemonte | 1.040 |
| Sicilia | 1.040 |
| Lombardia | 1.020 |
| Friuli Venezia Giulia | 1.010 |
| Liguria | 1.010 |
| Veneto | 1.000 |
| Sardegna | 990 |
| Marche | 980 |
| Campania | 950 |
| Basilicata | 940 |
| Emilia Romagna | 930 |
| Calabria | 920 |
| Molise | 920 |
| Puglia | 920 |
| Abruzzo | 810 |
| Umbria | 800 |
| Toscana | 780 |
| MEDIA ITALIA | 1.000 |
I fringe benefit non sciolgono il nodo di stipendi e inflazione. E il Decreto 1° maggio non sarà la “soluzione”
Analizzando i documenti e i numeri diffusi dal MEF emerge chiaramente che, nonostante il potenziamento dello strumento dei fringe benefit e l’impatto positivo su platea e importi, non può essere questa la via per risolvere la questione degli stipendi e del caro vita.
Ribadire il tema è fondamentale in vista del Decreto 1° maggio che, come detto, punta a portare la soglia di esenzione a 3.000 euro (non è chiaro se per tutti i dipendenti o solo per chi ha figli a carico, proseguendo nel solco delle misure a sostegno della famiglia e della genitorialità).
Si parlerà - e già si parla - di nuovi bonus in busta paga per “appesantire” gli stipendi.
Una narrazione sbagliata, che rischia di creare false aspettative nella platea dei lavoratori dipendenti.
L’erogazione dei fringe benefit resta del tutto volontaria: l’azienda può scegliere se, quanto, quando e a chi riconoscere eventualmente somme aggiuntive in busta paga.
Non si tratta quindi di una misura di sostegno universale al reddito, ma di una “lotteria” basata su logiche territoriali così come industriali e legate alle dimensioni dell’azienda.
La platea complessiva del 2,86 per cento dei dipendenti sul totale (circa 3 lavoratori su 100), dimostra che il fringe benefit è un’eccezione, non la regola.
A differenza di un taglio del cuneo fiscale gestito dallo Stato, i fringe benefit pesano sulle “casse” delle imprese, e non tutte hanno la capacità di erogare benefici extra sugli stipendi dei propri dipendenti, indipendentemente dalle soglie di esenzione fissate dal Governo.
Lo dimostrano i dati: nelle regioni con un tessuto produttivo più fragile, la portata dei benefici si riduce rispetto alle controparti che si collocano in territori più floridi.
Ed è qui che emerge il cortocircuito, comunicativo e di intenzioni.
L’idea di alzare il tetto della detassazione è una misura a costo ridotto per lo Stato, che ribalta l’onere del sostegno sugli stipendi sulle aziende e che ha un’efficacia variabile per i cittadini.
Il rischio è di creare un privilegio per pochi, ma soprattutto la falsa promessa di buste paga più pesanti per tutti.
Articolo originale pubblicato su Informazione Fiscale qui: Stipendi, la lotteria dei fringe benefit: bonus per 3 su 100 e l’Italia resta divisa in due