Il dibattito sul futuro del regime forfettario somiglia molto a quello sul concordato preventivo biennale per le partite IVA: in entrambi i casi esistono tre fazioni ovvero i tecnici, gli indignati e gli entusiasti, tre posizioni apparentemente distanti che, a ben vedere, condividono molto di più di quanto sembri. Ecco perché
Si torna a parlare di innalzamento del tetto dei ricavi e compensi per il regime forfetario (da 85k a 100k) e, puntuale come sempre, si riapre lo scontro tra le solite fazioni:
- i tecnici, preoccupati per la tenuta costituzionale e comunitaria della misura;
- gli indignati, contrari a prescindere a qualsiasi imposta sostitutiva;
- gli entusiasti, convinti che si tratti della panacea di tutti i mali per ogni contribuente.
Uno scenario similare ruota attorno al concordato preventivo biennale (CPB):
- i tecnici obiettano in termini di proporzionalità del carico fiscale rispetto ai redditi effettivamente conseguiti;
- i contrari spesso lo sono per il solo timore di approcciare una normativa oggettivamente complessa e che ha subito troppi stravolgimenti;
- e gli entusiasti, ovvero coloro i quali hanno avuto i numeri giusti per approfittare dell’occasione, conseguendo risparmi clamorosi in termini fiscali e previdenziali.
Due mondi apparentemente distanti che, a ben vedere, condividono molto più di quanto sembri: redditi imponibili ragionevoli e una pianificazione fiscale preventiva o, quanto meno, facilmente monitorabile del carico fiscale.
Sulle perplessità dei tecnici c’è poco da eccepire sul piano teorico; tuttavia, invocare oggi la capacità contributiva appare quantomeno anacronistico.
Chiunque maneggi dichiarazioni dei redditi sa che la progressività dell’imposta è ormai un lontano ricordo: tra cedolari, tassazione dei proventi finanziari, flat tax di varia natura (prima incrementale, poi CPB) e una selva di detrazioni culminata nel Superbonus, il prelievo ha smesso da tempo di riflettere fedelmente il reddito del contribuente.
Al contempo, va sfatata la convinzione degli indignati secondo cui il forfetario rappresenti sempre un regalo: spesso la tassazione in regime forfetario è più onerosa di quella ordinaria, poiché emergono redditi più alti e non è possibile far valere detrazioni
D’altro canto, non si può sposare l’ottimismo degli entusiasti a tutto tondo, per i quali forfetario o CPB costituirebbero scorciatoie sicure per risparmiare.
Può accadere, ma non è certo, dipende dalle singole posizioni
La vera forza del regime forfetario risiede in un solo elemento: la semplificazione, quella vera.
Pur non cancellando l’onere del fisco telematico (fatture, corrispettivi, incroci sui pagamenti POS), elimina le due principali fonti di frustrazione dei contribuenti: l’incertezza sul debito fiscale finale e la lotteria delle stime presuntive (come gli esiti, spesso imprevedibili, delle revisioni biennali ISA).
Le principali regole che portano ad esclusione sono riportate nella tabella riassuntiva:
| Regime forfettario | Limiti e requisiti |
|---|---|
| Dipendenti e pensionati | sopra i 35.000 euro di reddito non è possibile applicare l’imposta sostitutiva del 15 per cento |
| Lavoratori dipendenti dimessi o licenziati | Non si applica il limite di reddito di 35.000 euro |
| Partita IVA con dipendenti | Limite di 20.000 euro per compensi a dipendenti e collaboratori |
| Partita IVA con quote di controllo in SRL | Esce dalla tassazione agevolata chi ha avuto (nell’anno precedente) controllo diretto o indiretto di SRL che svolge attività collegata alla propria |
| Partita IVA che lavora con ex datore di lavoro o soggetto riconducibile | Esce dal forfettario il titolare di partita IVA che ha percepito ricavi e compensi per più del 50 per cento dall’ex datore di lavoro o soggetto riconducibile |
L’elenco dei coefficienti di redditività, con il numero progressivo dell’attività, il settore e il relativo coefficiente di redditività, è riportato all’interno della seguente tabella riassuntiva:
| Progressivo | Gruppo di settore | Codici attività ATECO | Coefficiente di Redditività |
|---|---|---|---|
| 1 | Industrie alimentari e delle bevande | (10 – 11) | 40 per cento |
| 2 | Commercio all’ingrosso e al dettaglio | 45 - (da 46.2 a 46.9) - (da 47.1 a 47.7) - 47.9 | 40 per cento |
| 3 | Commercio ambulante di prodotti alimentari e bevande | 47.81 | 40 per cento |
| 4 | Commercio ambulante di altri prodotti | 47.82 - 47.89 | 54 per cento |
| 5 | Costruzioni e attività immobiliari | (41 - 42 - 43) - (68) | 86 per cento |
| 6 | Intermediari del commercio | 46.1 | 62 per cento |
| 7 | Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione | (55 - 56) | 40 per cento |
| 8 | Attività Professionali, Scientifiche, Tecniche, Sanitarie, di Istruzione, Servizi Finanziari ed Assicurativi | (64 - 65 - 66) - (69 - 70 -71 - 72 - 73 - 74 - 75) -(85) - (86 - 87 - 88) | 78 per cento |
| 9 | Altre attività economiche | (01 -02 - 03) - (05 - 06 - 07 - 08 - 09) - (12 - 13 - 14- 15 - 16 - 17 - 18 -19 - 20- 21 - 22 - 23 - 24- 25 - 26- 27 - 28 - 29 - 30- 31 - 32 - 33) - (35) - (36 - 37 - 38 - 39) - (49 - 50 - 51 - 52 - 53) - (58 - 59- 60-61 -62 - 63) - (77 - 78 - 79 - 80- 81 - 82) - (84) - (90 -91 -92 - 93) - (94 - 95- 96) - (97 - 98) - (99) | 67 per cento |
In fondo, è proprio questo che spinge molti a guardare al concordato: la certezza di un obiettivo predeterminato e la fine dell’ansia da esito ISA.
Ecco il perché del titolo di questo intervento, volutamente provocatorio: il vero patto preventivo con il fisco è l’adozione del regime forfetario
A parere di chi scrive, il regime non dovrebbe soltanto essere ampliato – reintroducendo soglie differenziate per settore, dato che 85.000 euro hanno un peso ben diverso, per esempio, tra commercio e lavoro autonomo – ma anche essere esteso oltre i limiti della ditta individuale.
Anzi, entro determinati limiti dimensionali dovrebbe divenire obbligatorio per tutti i soggetti minori, e non per ridurre il gettito, bensì per ottenere il risultato esattamente opposto:
aumentarlo nel complesso e, al contempo, renderlo più equamente distribuito
L’esperienza sul campo dimostra che il tradizionale meccanismo costi/ricavi e i relativi meccanismi di controllo, dagli Studi di Settore agli ISA, non arginano l’evasione.
La gestione spesso tutt’altro che cristallina dei costi genera redditi dichiarati irrisori e tuttavia, per il meccanismo statistico, “congrui e coerenti”.
Grazie a tali redditi estremamente contenuti le aliquote IRPEF, nominalmente elevate, si riducono oltremodo, complice anche il gioco delle deduzioni e detrazioni, finendo per determinare un’imposizione effettiva inferiore rispetto a quella sostitutiva, talora addirittura nulla.
Nel forfetario, invece, il prelievo scatta sempre e comunque, salvo l’assenza di componenti positivi o un ammontare degli stessi che non riesce nemmeno a coprire la contribuzione obbligatoria, ed è tuttavia ragionevole e, come tale, relativamente ben accolto dal contribuente.
Focalizzare l’imposizione unicamente sui componenti positivi, già ampiamente tracciati, permetterebbe di accantonare i complessi e talvolta distorti algoritmi di ISA e CPB.
Basterebbe rimodulare le percentuali di redditività, liberare il forfetario dai vincoli organizzativi (come le assunzioni) e dal criterio di cassa, e ricondurre il tutto al mondo IVA, al fine di eliminare le storture già oggi presenti.
Il tutto auspicando anche l’effettiva semplificazione già promessa e mai attuata, ad esempio l’eliminazione delle LIPE.
L’eventuale progressività potrebbe essere facilmente garantita introducendo scaglioni ad aliquota differenziata, con aliquote magari ridotte in presenza ed in proporzione al personale dipendente impiegato.
Si otterrebbe così un sistema lineare e trasparente: il contribuente saprebbe monitorare facilmente a quale esborso deve andare incontro e, soprattutto, sarebbe incentivato a produrre senza timore di sforare tetti rigidi e senza quello che è lo spauracchio maggiore, ovvero l’esagerato aumento dell’imposizione causato dallo scatto delle aliquote IRPEF e delle relative addizionali.
Contemporaneamente, l’amministrazione finanziaria potrebbe concentrare le risorse sul contrasto all’evasione reale anziché inseguire scostamenti statistici, la cui sola elaborazione richiede un investimento in termini di tempo e di risorse che, è palese, non sta affatto portando ai risultati desiderati.
I numeri parlano chiaro: è sufficiente guardare alle rilevazioni annuali dei redditi medi dichiarati da tanti, troppi settori, per rendersi conto che il meccanismo “costi/ricavi”, Studi di Settore prima, ISA poi, non funziona.
Le variabili da controllare sono troppe e nella nebbia normativa il contribuente infedele trova terreno fertile.
Il risultato paradossale è che:
molto spesso il forfetario dichiara redditi più alti rispetto ai contribuenti in regime ordinario o semplificato (stendendo un pietoso velo sulla moltitudine di SRL fittizie che dichiarano redditi nulli)
I forfetari non pagano meno: pagano un’aliquota ragionevole, chiara e trasparente, e lo fanno volentieri per avere meno adempimenti, meno incertezze e piena visibilità del proprio carico fiscale.
Ed è questo l’unico accordo che al contribuente interessa davvero stipulare con il fisco.
Articolo originale pubblicato su Informazione Fiscale qui: Il vero concordato con il fisco è il regime forfetario