La trappola del Fisco digitale: quando la burocrazia uccide il progresso

Salvatore Cuomo - Dichiarazioni e adempimenti

La proroga dello split payment al 2029 e il fallimento della riforma fiscale: la tecnologia più avanzata d’Europa riduce i professionisti a impiegati a costo zero e cancella il valore della consulenza

La trappola del Fisco digitale: quando la burocrazia uccide il progresso

L’Italia possiede una delle infrastrutture tecnologiche e di tracciamento fiscale più avanzate d’Europa.

La fatturazione elettronica, i registratori telematici e i sistemi di monitoraggio dei flussi finanziari rappresentano un primato tecnologico indiscusso.

Eppure, questa transizione digitale si è trasformata nell’ennesima “trappola burocratica” che invece di semplificare la vita a chi produce ricchezza, utilizza la tecnologia come un moltiplicatore di adempimenti, controlli asfissianti e conseguenti sanzioni.

Il risultato è paradossale: i consulenti fiscali sono ridotti a impiegati non retribuiti dello Stato e le imprese oneste costrette a fare da banca finanziatrice ad interesse zero per il bilancio pubblico.

Una continuità trasversale da destra a sinistra passando per i governi tecnici

Questo accanimento burocratico svela una verità amara: la “fame di cassa” dello Stato non ha colore politico.

Nel corso degli ultimi decenni la tendenza a scaricare l’onere della riscossione su imprese e professionisti ha unito in perfetta continuità esecutivi di ogni orientamento.

Che si trattasse di governi di sinistra, di coalizioni di destra o di gabinetti guidati da rigorosi governi tecnici, la musica non è mai cambiata con ogni nuova compagine che all’insediamento prometteva la fine dell’oppressione burocratica, per poi piegarsi alle medesime logiche di controllo preventivo e conservazione dello status quo normativo.

Dalla semantica delle norme alla realtà dei fatti

Un intervento che ha sollevato una questione centrale, ma che impone un’ulteriore riflessione: oltre che delle parole oggi è necessario preoccuparsi dei fatti posti in essere dalle Istituzioni.

Sono stati proprio i fatti a smontare sistematicamente le promesse di un Fisco più equo, semplice e alla portata di tutti.

La recente e ulteriore conferma fino al 2029 dello strumento ormai ultra datato dello split payment è l’ennesima riprova di questo cortocircuito, con un provvedimento che cozza violentemente con le promesse anch’esse ormai decennali formulate in occasione dell’introduzione della fatturazione elettronica.

Il libro nero delle promesse tradite

Le rassicurazioni ufficiali dell’epoca erano precise e a più riprese messe nero su bianco nei documenti governativi e ripetute con enfasi in ogni convegno.

Lo Stato aveva prospettato uno scenario ben diverso, riassumibile in quattro impegni solenni:

  • l’addio definitivo allo split payment e al reverse charge,
  • la fine dei vecchi e ridondanti adempimenti,
  • l’introduzione di rimborsi IVA immediati,
  • l’avvio di controlli mirati che avrebbero finalmente cancellato la burocrazia per gli intermediari fiscali.

A distanza di dieci anni, la realtà ha clamorosamente smentito quegli impegni.

La metamorfosi forzata da consulenti a impiegati pubblici aggiunti

In quest’ultimo decennio, i professionisti del Fisco sono diventati sempre meno consulenti strategici e sempre più impiegati a stipendio zero del Ministero dell’Economia e delle Finanze e delle sue emanazioni.

La quotidianità professionale è ormai assorbita dall’obbligo di compilare moduli infiniti con l’unica differenza che il carico burocratico è passato dal supporto cartaceo alle pagine web degli applicativi di studio o dei portali delle agenzie fiscali.

La svalutazione della professione e l’appiattimento dei compensi

Questa deriva ha generato un ulteriore e devastante effetto negativo nei confronti della clientela.

Le imprese e i contribuenti percepiscono ormai l’operato del professionista come un mero servizio obbligatorio per legge piuttosto che come una consulenza ad alto valore aggiunto capace di far crescere il business.

Le conseguenze economiche di questo mutamento sono note a tutti, con compensi professionali inevitabilmente appiattiti verso il basso a fronte di responsabilità e carichi di lavoro sempre più gravosi.

È questo il Fisco che veramente vogliamo, a prescindere dalle critiche sull’uso di parole come “ravvedimento” o dalle discussioni sulla definizione “società di comodo”?

Un fisco di timbri virtuali

La vera urgenza di cui preoccuparsi risiede nell’azione concreta dello Stato che continua a usare la digitalizzazione per stringere i bulloni del controllo formale anziché per liberare risorse alle imprese, diminuendo il costo dell’adempimento tributario da dirottare nella crescita dell’azienda e del benessere complessivo del nostro Paese.

Continuando di questo passo invece il rischio concreto è che del valore aggiunto della professione non resti altro che un timbro simbolo della corsa all’indietro della valorizzazione della professione: la proposta, per fortuna cassata dal Parlamento, del visto di conformità sulle fatture elettroniche.