Responsabilità oggettiva e nuove trappole burocratiche per i professionisti del Fisco evidenziano l'urgenza di un intervento legislativo finalizzato ad evitare il blackout delle tutele
Da oltre tre decenni assistiamo allo stesso copione istituzionale, dove governi di ogni colore politico salgono al potere sventolando a più riprese le bandiere della riduzione della pressione fiscale e della semplificazione degli adempimenti.
Eppure, per chi lavora sul campo la “costa della terra promessa” della semplificazione non è mai visibile all’orizzonte.
Il divario tra gli annunci politici e la realtà quotidiana degli studi professionali rimane un abisso incolmabile.
Fisco, il fallimento della disintermediazione e lo scoglio digitale
L’avvento della digitalizzazione, anziché assorbire e cancellare i vecchi adempimenti burocratici si è tradotto in una iper regolamentazione tecnologica.
Un esempio tra i tanti è la fatturazione elettronica, nata con la promessa di snellire i processi ed invece progressivamente gravata da codici natura specifiche tecniche e scadenze rigide che hanno aggiunto complessità a complessità.
Il fallimento dell’utopia della “disintermediazione”, perseguita da oltre un decennio dalle Agenzie Fiscali per escludere i consulenti dal rapporto Stato contribuente e non accompagnato da una altrettanto importante attività del Legislatore volta alla semplificazione normativa, emerge chiaramente nei momenti di picco operativo.
Ne è una prova lampante il recente stop tecnico dei servizi telematici che ha visto il blocco totale per una settimana dal 13 fino al 19 luglio delle dichiarazioni precompilate per necessarie attività di manutenzione.
Questi sistematici disservizi infrastrutturali, che si consumano nel pieno del mese clou delle autoliquidazioni, certificano l’inefficienza della macchina pubblica.
Chi si era fiduciosamente affidato alla politica della disintermediazione si ritrova di fatto penalizzato da uno 0,8% anticipato, confermando come il ruolo di filtro controllo e tutela svolto dai professionisti sia ancora insostituibile anche per le attività di base.
Una riforma fiscale che scalfisce solo la superficie
In questo contesto, la recente Riforma Fiscale non è riuscita a invertire la rotta limitandosi a scalfirne la superficie.
Nonostante i proclami di razionalizzazione degli adempimenti la mole di dati da trasmettere rimane mastodontica.
L’opera più attesa il riordino organico dei Testi Unici, come il nuovo TUIR e il Testo Unico IVA, entreranno in vigore non prima del gennaio 2027.
Questo perenne stato di “cantiere aperto” prolunga l’incertezza interpretativa e costringe i consulenti a navigare a vista in un mare di norme stratificate dove strumenti complessi, come il Concordato Preventivo Biennale, finiscono per trasferire l’onere del controllo fiscale direttamente sulle spalle dei privati.
Una postilla doverosa sul CPB riguarda i contribuenti che vorrebbero rinnovare l’adesione per il biennio 2026-2027 ma non possono migliorare il punteggio ISA tramite l’integrazione di maggiori ricavi.
A differenza dei nuovi aderenti, chi rinnova subisce un blocco del voto ISA dal modello 2025, rischiando un’aliquota di imposta sostitutiva più elevata. Non so se voluta o meno, ma a me pare una discriminazione poco felice che non aiuterà il diffondersi di questo pur interessante strumento.
La stretta della Cassazione e la mobilitazione della categoria
Il paradosso più allarmante si consuma sul piano delle responsabilità giuridiche.
Mentre lo Stato complica le procedure e fallisce nella gestione dei propri servizi informatici, la giurisprudenza della Cassazione ha progressivamente demolito lo scudo protettivo dei consulenti fiscali.
Con una serie di ordinanze i giudici di legittimità hanno esteso la responsabilità dei professionisti ben oltre i confini della tenuta contabile, richiedendo una “diligenza qualificata” che impone di controllare la veridicità sostanziale dei documenti forniti dal cliente e configurando il rischio di concorso nelle violazioni tributarie anche per il mero trasmettitore telematico.
Di fronte a questo scenario di rischio operativo insostenibile, l’intero mondo professionale si è compattato in una dura mobilitazione:
- L’Associazione Nazionale Commercialisti ha denunciato con forza questa preoccupante escalation giurisprudenziale, evidenziando come l’estensione degli obblighi stia travalicando i confini del mandato concordato e invocando un intervento di tutela urgente;
- L’AIDC si è mossa concretamente proponendo l’introduzione di una norma di interpretazione autentica volta a porre un argine definitivo al rischio sanzionatorio legato allo svolgimento dell’attività ordinaria;
- Confprofessioni ha espresso profonda preoccupazione per l’ingiustizia intrinseca di un orientamento che accolla all’intermediario le consequences legali ed economiche derivanti da dati ed elementi contabili errati o incompleti forniti dal cliente stesso.
Questa spinta corale ha trovato una sponda istituzionale nella conferenza stampa congiunta tenutasi alla sala stampa della Camera il 1° luglio scorso, dove Confassociazioni e l’Istituto Nazionale Tributaristi hanno portato la questione direttamente ai vertici della politica.
L’incontro ha registrato l’importante apertura dell’On. Marco Osnato, Presidente della Commissione Finanze della Camera, il quale ha riconosciuto la gravità della situazione e garantito l’impegno per un correttivo normativo volto a neutralizzare gli effetti delle pronunce della Suprema Corte.
L’allarme collaterale nell’insidia della mancata copertura assicurativa
Questa deriva giurisprudenziale porta con sé un pericolo silenzioso ma devastante per la sopravvivenza economica degli studi: l’annullamento della reale tutela assicurativa.
Le polizze RC Professionali obbligatorie per legge sono strutturate per coprire i danni derivanti da errori formali omissioni o colpa professionale nell’alveo del mandato ordinario.
Nel momento in cui i giudici dilatano a dismisura i confini della responsabilità sovrapponendo l’operato del professionista a quello del contribuente e ipotizzando il concorso in violazioni di natura dolosa o legati alla veridicità di documenti terzi si entra in una “zona grigia” normativa.
Senza la certezza legislativa del perimetro del rischio da coprire, le compagnie assicurative si troveranno nell’impossibilità tecnica di quantificare il rischio stesso.
Ciò comporterà inevitabilmente:
- Un aumento insostenibile dei premi assicurativi
- L’inserimento di clausole di esclusione sempre più stringenti
- Il rifiuto di risarcimento laddove la violazione venga riqualificata come concorso in illecito o carenza di vigilanza sostanziale.
Il professionista di fatto rischia di pagare per una copertura che all’atto pratico del contenzioso si rivelerà un guscio vuoto lasciandolo esposto con il proprio patrimonio personale.
L’illusione della prassi: perché la direttiva dell’Agenzia delle Entrate non basta
Consapevole della tensione crescente, l’Agenzia delle Entrate è recentemente intervenuta con una propria direttiva interna emanata il 9 luglio scorso, con la quale tenta di perimetrare la responsabilità degli intermediari specificando ai funzionari che non deve scattare alcun automatismo sanzionatorio per la sola trasmissione telematica della dichiarazione, richiedendo invece la prova di un contributo causale e consapevole del professionista.
Tuttavia l’efficacia difensiva di questo documento si scontra con un limite insuperabile: la prassi non fa la legge.
Essendo una circolare interna, essa vincola esclusivamente gli uffici dell’amministrazione finanziaria in fase di accertamento ma non ha alcuna valenza normativa.
I giudici tributari e le sezioni della Corte di Cassazione restano del tutto liberi di ignorarla continuando ad applicare il loro severo orientamento giurisprudenziale.
Inoltre la direttiva stessa introduce un’ulteriore insidia, prevedendo che in caso di frodi reiterate i controlli possano estendersi in automatico all’intero portafoglio clienti dell’intermediario alimentando il rischio di una vera e propria caccia alle streghe burocratica.
Conclusioni
Il sistema economico italiano non può reggersi su un meccanismo che scarica le inefficienze della macchina dello Stato e le ambiguità delle leggi sui propri intermediari.
Il professionista fiscale non può essere contemporaneamente un investigatore privato per conto dell’Erario, un assicuratore gratuito degli errori del cliente e la vittima dei disservizi informatici dello Stato per i quali i palliativi della prassi amministrativa non bastano a restituire serenità agli studi professionali.
Come emerso in modo unanime dal dibattito politico e associativo, l’unica reale via d’uscita è un intervento legislativo d’urgenza.
Serve una norma che ridefinisca per legge i confini del concorso nelle violazioni tributarie tutelando chi lavora con onestà e competenza e ridando certezza tecnica a un mercato assicurativo che rischia altrimenti di abbandonare la categoria al proprio destino.
Articolo originale pubblicato su Informazione Fiscale qui: Il paradosso del Fisco italiano: semplificazioni su carta e professionisti capri espiatori