Pensioni: le novità nella Legge di Bilancio 2026

Francesco Rodorigo - Pensioni

Quali sono le novità in arrivo per le pensioni con la Legge di Bilancio 2026? Dopo i colpi di scena durante l'iter parlamentare, il testo ha ricevuto l'approvazione definitiva

Pensioni: le novità nella Legge di Bilancio 2026

Nessuna conferma per due degli attuali canali per la pensione anticipata: Quota 103 e Opzione Donna, aumento dell’età pensionabile e tagli all’uscita anticipata di precoci e di chi fa lavori usuranti.

Il capitolo dedicato alla previdenza è stato tra quelli più caldi nel cantiere della Legge di Bilancio 2026, approvata in Senato e questa mattina anche alla Camera. Il testo ha quindi ricevuto il via libera definitivo e sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

Accantonate le due proposte che prevedevano penalizzazioni per il riscatto della laurea e un allungamento dei tempi per ottenere la pensione anticipata, sul piatto restano una serie di altre misure, a partire dalla limitazione dell’aumento dell’età per andare in pensione, che scatterà dal 2027.

L’aumento ci sarà ma sarà graduale: un mese in più dal 2027 e altri 2 dal 2028. Sterilizzazione solo per chi svolge lavori gravosi e usuranti.

A questa si aggiungono i tagli per precoci e per chi fa lavori usuranti, introdotti per compensare le modifiche al riscatto della laurea e alle finestre per la pensione anticipata, ma anche lo stop al cumulo tra i contributi versati e la rendita maturata nei fondi pensione.

Inoltre, viene confermato senza novità solo uno dei canali di pensionamento anticipato, l’Ape Sociale ed è prevista una proroga anche per il bonus Maroni, l’incentivo al posticipo del pensionamento.

Novità in arrivo anche per la rivalutazione delle pensioni minime.

Aumento dell’età per andare in pensione dal 2027

Cosa cambia per le pensioni con la Legge di Bilancio 2026?

L’intervento principale, tra i più discussi finora, del “pacchetto pensioni” nella Legge di Bilancio 2026 riguarda il blocco dell’aumento dell’età pensionabile che scatterà dal 2027.

A gennaio del 2027 è, infatti, previsto l’aumento di tre mesi dei requisiti previdenziali per via dell’adeguamento alla speranza di vita che porterà la soglia per l’accesso alla pensione di vecchiaia a 67 anni e 3 mesi d’età.

Ad aumentare sarà anche il requisito contributivo per la pensione anticipata ordinaria che passerà a:

  • 43 anni e 1 mese di contributi per gli uomini;
  • 42 anni e 1 mese di contributi per le donne.

Il blocco totale dell’aumento promesso a inizio anno da alcuni esponenti di Governo non è stato possibile considerato il costo troppo elevato, circa 3 miliardi di euro.

Lo stesso Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in audizione ad ottobre sul Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP), aveva anticipato che si sarebbe trattato di una “sterilizzazione selettiva” dell’aumento.

In pratica, dal 2027 l’aumento scatterà come previsto ma sarà graduale. L’età pensionabile salirà di un solo mese nel 2027, per poi aumentare di altri due mesi dal 2028.

Dal 2027, dunque, per andare in pensione serviranno 67 anni e un mese d’età. Stesso incremento anche per la pensione anticipata ordinaria: 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini, un anno in meno per le donne.

Lo stop all’aumento riguarderà solo determinate categorie di lavoratori, cioè chi svolge mansioni gravose e usuranti. Come si legge nella DdL Bilancio 2026, si tratta delle seguenti categorie:

  • lavoratori dipendenti che svolgono le professioni indicate all’allegato B della Legge di Bilancio 2018. La professione deve essere svolta, al momento del pensionamento, da almeno 7 anni negli ultimi 10 o da almeno 6 anni negli ultimi 7. Inoltre, devono aver versato almeno 30 anni di contributi;
  • lavoratori addetti a lavorazioni particolarmente faticose e pesanti, elencate all’articolo 1, comma 1, lettere a), b), c) e d), del decreto legislativo n. 67/2011, e sono in possesso di un’anzianità contributiva pari ad almeno 30 anni.

Pensione anticipata: nessun rinnovo per Quota 103 e Opzione Donna

Sul capitolo pensione anticipata ci sono invece delle sorprese. Nel testo della Legge di Bilancio 2026 non c’è il rinnovo di due dei principali canali di uscita anticipata con Quota 103 e Opzione Donna.

Le due misure sono in scadenza a dicembre 2025 e non saranno rinnovate. Dal 2026, pertanto, non sarà più possibile accedere alla pensione anticipata con Quota 103 e Opzione Donna.

La prima, ricordiamo, consente ai dipendenti di accedere alla pensione con 62 anni d’età e 41 di contributi versati, mentre Opzione Donna rappresenta il canale di uscita anticipata dedicato alle donne in particolari condizioni (caregiver, dipendenti o licenziate da imprese in crisi o invalide al 74 per cento) che maturano 61 anni d’età e 35 anni di contributi.

Entrambe sono state pesantemente modificate nel corso degli ultimi anni, limitando di molto l’accesso. Il rinnovo delle misure è tra gli emendamenti segnalati anche se ad oggi appare improbabile ma potrebbero arrivare sorprese.

Ad essere confermato, dunque, sarà solamente l’anticipo pensionistico (Ape Sociale). La misura, però, è disponibile solo per alcune specifiche categorie di lavoratori e lavoratrici (chi svolge mansioni gravose, invalidi civili, caregivers e disoccupati), i quali possono accedere alla prestazione che viene erogata fino alla maturazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia o anticipata dopo aver compiuto almeno 63 anni e 5 mesi d’età e maturato i requisiti contributivi richiesti.

Conferma anche per il bonus Maroni, conosciuto anche come bonus Giorgetti. Si tratta dell’incentivo al posticipo del pensionamento che riconosce un aumento di stipendio ai dipendenti che decidono di restare al lavoro nonostante abbiano maturato i requisiti per la pensione anticipata: 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Quest’anno poteva essere richiesto anche da chi ha maturato i requisiti per Quota 103.

No alle restrizioni per il riscatto della laurea e per la pensione anticipata, ma scattano nuovi tagli

Dopo il caos scaturito in seguito alla presentazione del cosiddetto maxi emendamento a firma del Governo la situazione è stata sbloccata con lo stralcio di buona parte della proposta e l’introduzione di nuovi interventi.

Le discusse misure che rivedevano in chiave negativa il riscatto della laurea e le finestre per la pensione anticipata non hanno trovato spazio nel testo della Manovra e le proposte sono state accantonate definitivamente.

Per far quadrare i conti però sono state introdotte altre restrizioni che vanno a colpire in particolare i lavoratori e le lavoratrici precoci e quelli che svolgono mansioni usuranti. La mancata applicazione delle restrizioni per il riscatto della laurea e per la pensione anticipata, infatti, ha un costo che sarà compensato dai tagli ai fondi per coprire le uscite anticipate dei lavoratori impegnati in attività usuranti (40 milioni di euro annui a partire dal 2033) e da quelli al fondo che finanzia le uscite dei “precoci”, cioè chi ha cominciato a lavorare prima dei 19 anni (taglio progressivo dai 20 milioni del 2027 fino ai 190 milioni nel 2034).

TFR ai fondi pensione ma spunta il divieto di cumulo tra contributi e rendita

Dal maxiemendamento resta la norma relativa al silenzio assenso per la destinazione del TFR ai fondi pensione. La proposta interviene sulla destinazione del TFR per incentivare la previdenza complementare, introducendo un meccanismo di silenzio-assenso per lavoratrici e lavoratori (anche per chi si era già espresso in passato).

Nello specifico, se il dipendente non esprime esplicitamente la volontà di mantenere il TFR in azienda o presso l’INPS entro 60 giorni, questo verrà destinato automaticamente ai fondi pensione.

Di contro, però, viene meno a sorpresa la possibilità di cumulare la rendita dei fondi pensione con l’assegno ordinario per raggiungere l’importo soglia che garantisce l’accesso alla pensione anticipata nel sistema contributivo.

Chi si trova nel contributivo (chi ha iniziato a lavorare dal 1996), per andare in pensione prima deve infatti raggiungere i 64 anni d’età e i 25 di contributi (30 dal 2030) o i 67 anni d’età con 20 anni di contributi per la pensione di vecchiaia, maturando però un assegno pensionistico pari almeno a 3 volte l’assegno sociale (1.723 euro al mese secondo gli importi 2025), soglia che scende a 2,8 volte per le donne e a 2,6 per quelle con almeno 2 figli. La soglia salirà a 3,2 volte dal 2030 come previsto dalla Legge di Bilancio 2024.

La novità sopprime appunto la disposizione introdotta con la legge di Bilancio del 2025, per cui era possibile richiedere di includere nel calcolo di tale soglia anche le eventuali rendite di una o più forme di previdenza complementare.

La rivalutazione degli assegni nel 2026

Come ogni anno, anche per il 2026 l’importo della pensione sarà rivalutato in adeguamento all’inflazione.

L’intervento viene effettuato sulla base della variazione dell’indice Istat dei prezzi al consumo che quest’anno, come stabilito dall’apposito decreto MEF, sarà pari all’1,4 per cento.

Adeguamento che si tradurrà in aumenti esigui ma comunque maggiori di quelli del 2025 dove la rivalutazione è stata dello 0,8 per cento.

Pensionati e pensionate riceveranno un aumento fino a un massimo dell’1,4 per cento dell’importo spettante. Come noto, secondo il meccanismo di rivalutazione attuale, i valori variano in base all’importo del trattamento riconosciuto. L’aumento parametrato all’inflazione, infatti, non è sempre pieno: solo gli assegni più bassi possono beneficiare della rivalutazione piena, negli altri casi invece l’incremento si riduce.

Dopo i tagli del 2023 e del 2024, quest’anno l’indicizzazione delle pensioni è tornata ad essere effettuata secondo lo schema precedente, organizzato su tre fasce di reddito, ed è questo schema che verrà confermato anche per il 2026:

  • 100 per cento per i trattamenti fino a 4 volte il trattamento minimo;
  • 90 per cento per quelli tra 4 e 5 volte il minimo;
  • 75 per cento per quelli superiori a 6 volte il minimo.

Le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo (603,40 per il 2025) pertanto riceveranno un aumento corrispondente al 100 per cento e dunque all’intera quota dell’indice di variazione che, come detto, sarà pari all’1,4 per cento.

Quelle di importo superiore avranno invece un incremento ridotto come indicato nella tabella seguente.

Dal 1° gennaio 2026 Fasce di importo Percentuale indice perequazione da attribuire Aumento del Fasce di importo
Fino a 4 volte il Trattamento Minimo 100 1,4 per cento fino a 2.413,60
Tra 4 e 5 volte il TM 90 1,26 per cento da 2.413,61 a 3.017
Oltre 5 volte il TM 75 1,05 per cento oltre 3.017,01

Tutte le tabelle con i nuovi valori per effetto della rivalutazione sono state fornite dall’INPS nella canonica circolare con le istruzioni operative, la n. 153/2025. Di seguito una simulazione dell’aumento sulla base di una rivalutazione all’1,4 per cento.

Per le pensioni minime, come previsto dalla Legge di Bilancio 2025, è prevista una rivalutazione straordinaria dell’1,3 per cento, per un aumento effettivo di circa 3 euro sul 2025.

Aumenti in arrivo anche pe chi riceve il trattamento di assegno sociale (ex pensione sociale).

A partire dal 1° gennaio 2026, l’assegno delle pensioni riconosciute ai soggetti in particolare condizioni di difficoltà economica aumenterà di 20 euro mensili per 13 mensilità, per un totale di 260 euro annui. L’importo dell’assegno per il 2025 è pari a 538,69 euro.

Ad aumentare è anche il limite di reddito che consente l’accesso all’assegno sociale (7.002,97 euro per i non coniugati e 14.005,94 per i coniugati). Tali soglie saranno incrementate di 260 euro.

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