Salario minimo, diritti dei rider e sostegno al lavoro femminile: rimedi UE alla povertà

Rosy D’Elia - Lavoro

Salario minimo, diritti dei rider e sostegno al lavoro femminile: i rimedi del Parlamento UE contro la povertà, un rischio per 95 milioni di europei. Sono questi i tre punti chiave della risoluzione approvata il 10 febbraio 2021. A che punto siamo in Italia su questi fronti?

Salario minimo, diritti dei rider e sostegno al lavoro femminile: rimedi UE alla povertà

Salario minimo, diritti dei rider e sostegno al lavoro femminile: sono questi i tre ingredienti principali che il Parlamento Europeo individua per formulare una ricetta contro la povertà. Un rischio concreto, aumentato sempre di più con l’emergenza Covid 19, per 95 milioni di persone.

Il testo non legislativo della risoluzione che affronta il tema è stato approvato con 365 voti favorevoli, 118 contrari e 208 astensioni il 10 febbraio 2021.

Si va verso una direttiva UE su salari minimi adeguati, si sottolinea l’importanza di applicare il quadro legislativo delle condizioni minime di lavoro anche per i cosiddetti rider, i ciclofattorini che operano tramite piattaforme digitali, e si invitano gli Stati membri a mettere in atto la direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare, che deve essere recepita entro agosto 2022.

A che punto siamo su questi tre fronti in Italia?

Salario minimo, diritti dei rider e sostegno al lavoro femminile: rimedi UE alla povertà

Nel comunicato stampa che ha accompagnato l’approvazione della risoluzione del parlamento UE del 10 febbraio 2021 si legge:

I deputati accolgono la proposta della Commissione di direttiva UE su salari minimi adeguati, descrivendola come un passo importante per garantire che tutti possano guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro e partecipare attivamente alla società. Dove applicabile, la direttiva dovrebbe garantire che i salari minimi legali siano sempre fissati al di sopra della soglia di povertà”.

Il salario minimo è la retribuzione oraria minima che i datori di lavoro devono corrispondere ai lavoratori per legge. Attualmente in Italia la responsabilità di stabilire il compenso più basso consentito spetta alla contrattazione collettiva.

Nel nostro paese, infatti, non è ancora previsto un salario minimo per i lavoratori, nonostante il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sia nelle mani di Nunzia Catalfo che nel 2018, circa un anno prima di ottenere la carica, ha dato il nome al disegno di legge per introdurlo.

La direzione del ministero, col cambio di governo alle porte, con molta probabilità è giunta al termine, ma senza un buon esito da questo punto di vista.

La discussione sul tema è molto accesa e il bilanciamento tra pro e contro non semplice. Secondo il fronte dei critici potrebbe avere effetti distorsivi, dannosi per lavoratori e datori di lavoro.

Nel 2019 si era aperto uno spiraglio: quando il governo aveva posto le basi della Legge di Bilancio 2020 con la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza 2019 sembrava ci potesse essere spazio anche per l’introduzione di un salario minimo.

Ma la riduzione del cuneo fiscale, sul fronte lavoro, aveva avuto la meglio anche se, secondo i dati del rapporto Censis di quell’anno, 3 italiani su quattro risultavano favorevoli all’introduzione.

Salario minimo, diritti dei rider e sostegno al lavoro femminile: a che punto siamo?

Qualche passo avanti in più, invece, è stato fatto negli ultimi anni per quanti riguarda i diritti dei rider. Dopo una lunga gestazione e promesse inattese del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Luigi Di Maio in carica fino a settembre 2019, le prime regole ufficiali per i ciclofattorini sono arrivate con il Decreto Crisi aziendali a novembre dello stesso anno.

Il provvedimento ha previsto disposizioni su alcuni punti fondamentali:

  • il contratto di lavoro;
  • la retribuzione;
  • l’assicurazione INAIL.

Ha posto le basi. Dopo un anno in Italia è stato firmato il primo CCNL, Contratto Collettivo Nazionale, per la categoria con un compenso minimo di 10 euro l’ora.

Complice anche la larga diffusione di questo mestiere in seguito all’emergenza coronavirus e al boom delle consegne a domicilio, sono i casi pratici poi a dare lo spunto alla Giurisprudenza per intervenire su aspetti sempre nuovi.

Nel frattempo il Parlamento UE raccomanda:

“I deputati sottolineano che il quadro legislativo relativo alle condizioni minime di lavoro deve essere applicato a tutti i lavoratori come ulteriore elemento della lotta contro la povertà dei lavoratori, inclusi i lavoratori precari e atipici della gig economy.

I lavoratori delle piattaforme digitali devono essere inclusi nelle leggi vigenti in materia di lavoro e nelle disposizioni in materia di sicurezza sociale. Inoltre, la proposta legislativa della Commissione dovrebbe garantire che i lavoratori delle piattaforme possano costituire rappresentanze dei lavoratori e formare sindacati per concludere contratti collettivi”.

In Italia la corsa su due ruote per i pieni diritti è cominciata, ma sicuramente non è ancora finita.

Sostegno al lavoro femminile: congedo di paternità ma non solo

Il terzo ingrediente della ricetta del Parlamento UE contro la povertà è l’equilibro tra attività professionale e vita familiare con un particolare sostegno alle donne:

“I deputati invitano gli Stati membri a recepire rapidamente la direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare e a darle piena attuazione.

Poiché, tendenzialmente, le donne sono in media più esposte degli uomini al rischio di povertà e di esclusione sociale rispetto agli uomini, è fondamentale far fronte al divario retributivo di genere e garantire l’accesso a un’assistenza all’infanzia di qualità ed economicamente accessibile”.

Uno dei pilastri della direttiva UE è l’istituzione negli Stati membri di un congedo di paternità pari a 10 giorni: con la Legge di Bilancio 2021 l’Italia ha messo in atto questa misura prima della scadenza prevista del 2022.

Dopo una conferma iniziale dei 7 giorni già previsti per il 2020, a coloro che diventano papà nel 2021 sono stati concessi 10 giorni di astensione retribuita dal lavoro.

Ma se è vero che è necessario supportare in particolar modo le donne, più esposte ai rischi e più fragili nel mercato del lavoro, questo passo avanti è importante, ma non basta.

I dati relativi all’occupazione femminile registrati dall’Istat a dicembre 2020 hanno accesso i riflettori proprio sulla conciliazione vita lavoro.

Su 101 mila persone, 99 milia donne hanno perso il lavoro nell’ultimo mese dell’anno caratterizzato dalla pandemia.

Una cifra che deve essere letta insieme ad altri dati per essere capita e affrontata al meglio:

  • l’Italia è al 76esimo posto su 153 paesi analizzati per parità retributiva, secondo i dati del Global Gender Gap Report 2020;
  • come indicato dall’ultimo bilancio di genere del ministero dell’Economia e delle Finanze, c’è un divario occupazionale del 17,9%;
  • mentre i dati Eurostat elaborati da Openpolis evidenziano che il 15,6% delle donne nel 2019 risultava inattivo per responsabilità di cura.

Per evitare la povertà, almeno quella femminile, può essere utile seguire le direttive dell’UE ma sicuramente non può bastare.

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