La Corte dei Conti critica il sistema della flat tax per le partite IVA: il regime forfettario rischia di diventare una trappola per la crescita. Costa più di 3,4 miliardi all'anno allo Stato, ma manca una valutazione d'impatto. Le osservazioni contenute nella Relazione sul rendiconto generale dello Stato
Il regime forfettario prosegue un trend di crescita ed espansione.
A certificarlo sono i numeri contenuti nella Relazione sul rendiconto generale dello Stato presentata dalla Corte dei Conti il 24 giugno 2026.
Dal 2019 al 2024, ultima annualità fotografata nel rendiconto, il numero delle partite IVA che hanno scelto di applicare la flat tax del 15 per cento è salito in maniera esponenziale, con un aumento del 24,7 per cento e con una crescita del 3,5 per cento nel 2024 rispetto all’anno precedente.
Si tratta inevitabilmente dell’effetto dovuto al progressivo allentamento dei requisiti d’accesso, e in particolare del rialzo della soglia di ricavi e compensi che consente di applicare il regime forfettario, pari ad oggi a 85.000 euro.
Per lo Stato ciò comporta un costo superiore a 3,4 miliardi, senza una valutazione d’impatto.
E per chi sceglie di applicarlo? Sebbene il regime forfettario consenta di ridurre il peso del Fisco, rischia di trasformarsi in una trappola dimensionale, così come di portare alla frammentazione fittizia delle attività per evitare di oltrepassare le soglie di permanenza. Professionisti osservati speciali.
Il regime forfettario spopola tra le partite IVA e cresce il conto per lo Stato
L’analisi contenuta nella Relazione sul rendiconto 2025 della Corte dei Conti relativa ai contribuenti che hanno aderito al regime forfettario (la cosiddetta flat tax per le partite IVA) offre uno spaccato molto chiaro sull’evoluzione, la composizione e le criticità di questa platea nel periodo di imposta 2024.
Emerge con forza il boom di adesioni e la progressiva crescita del regime agevolato negli ultimi anni.
Nel periodo di imposta 2024, i contribuenti in regime forfettario hanno superato quota 2 milioni, attestandosi precisamente a 2.027.665 soggetti. Si tratta di un aumento del 3,5% rispetto all’anno precedente (2023) e del 24,7% se confrontato con il 2019.
I forfettari rappresentano ormai il 52 per cento del totale dei titolari di partita IVA che hanno presentato la dichiarazione dei redditi (circa 3,8 milioni di soggetti complessivi), e questo comporta un costo rilevante per le casse dello Stato.
L’estensione della platea della flat tax (con l’innalzamento del tetto dei ricavi da 65.000 a 85.000 euro introdotta a partire dall’anno di imposta 2023) rappresenta la misura che ha registrato i più rilevanti scostamenti negativi rispetto alle stime originarie, e che quindi ha portato costi più alti rispetto a quanto previsto.
Il costo strutturale del regime forfettario secondo quanto riportato dalla Corte dei Conti è stimato in 3,4 miliardi di euro, una cifra importante alla quale si sono aggiunte perdite fiscali impreviste - e quindi extra-costi - pari a circa 495 milioni in più nel 2024 e a 315 milioni per il 2025.
Sale la soglia, salgono i redditi: così lo Stato ha sottostimato i costi del regime forfettario
La relazione della Corte dei Conti, basandosi sull’analisi dell’Amministrazione finanziaria, svela l’“errore tecnico” che ha alterato i modelli di stima iniziali.
Il principale fattore di scostamento negativo è stato causato da una forte concentrazione di contribuenti che, prima del rialzo del limite per la permanenza, si trovavano già nel regime forfettario ma avevano ricavi e compensi posizionati nella fascia immediatamente inferiore al vecchio limite (tra i 55.000 e i 65.000 euro).
Con l’allargamento del tetto a 85.000 euro, questi contribuenti hanno potuto beneficiare immediatamente dell’ampliamento della soglia.
Il modello di stima originario ha gravemente sottostimato l’impatto di questa specifica fascia di lavoratori che, pur senza cambiare regime fiscale, hanno fruito dell’allargamento della soglia in termini di minore base imponibile potenziale soggetta a tassazione progressiva.
In parole semplici: molti autonomi che prima “frenavano” il fatturato sotto i 65.000 euro per non ricadere nello scaglione IRPEF ordinario, si sono espansi verso i 85.000 euro rimanendo protetti dalla tassa piatta al 15 per cento.
Questo scostamento imprevisto (che sfiora il mezzo miliardo di euro di extracosto nel solo 2024) ha spinto la Corte a ribadire la necessità che le stime sugli innalzamenti di soglia tengano conto non solo dei flussi di entrata e uscita dal regime, ma anche degli effetti indiretti sulla struttura degli incentivi per chi si trova già all’interno delle tutele agevolate.
Professionisti nella “top 5” delle partite IVA in regime forfettario, con il rischio però di una trappola sulla crescita
L’analisi della Corte dei Conti fornisce dati interessanti anche relativi alla distribuzione della platea dei forfettari.
In primis, sul fronte delle fasce di reddito, si evidenzia una forte concentrazione nei segmenti più bassi:
- Fascia 0 - 20.000 euro: è lo “scaglione” nettamente più numeroso, con 936.000 soggetti (pari a circa il 46 per cento del totale), di cui 72.374 non hanno dichiarato alcun ricavo;
- Fascia 20.001 - 50.000 euro: conta 733.830 soggetti;
- Fascia 50.001 - 80.000 euro: registra 276.758 soggetti;
- Fascia oltre 80.000 euro: solo 81.077 soggetti si collocano a ridosso del limite massimo.
Da evidenziare che ben 726.592 soggetti (oltre un terzo del totale) rientrano nel quinquennio di “prima attività”, beneficiando dell’aliquota flat super-ridotta al 5 per cento.
Per quel che riguarda il profilo delle attività, sono i professionisti quelli che applicano maggiormente il regime forfettario, occupando quasi la metà delle prime 20 attività censite.
Nel primo posto della top 5 delle attività che applicano il regime forfettario ci sono gli avvocati, con 154.828 soggetti (il 7,44 per cento del totale dei forfettari).
Subito dopo le attività di consulenza aziendale e amministrativo-gestionale, con 74.462 soggetti (3,58 per cento).
Al terzo posto gli psicologi (72.721 soggetti, 3,50 per cento), seguiti dagli studi di architettura (69.790 soggetti, 3,35 per cento) e dalla categoria delle altre attività paramediche indipendenti (66.304 soggetti, 3,19 per cento).
Una forte concentrazione si registra anche nei servizi alla persona (barbieri e parrucchieri al 2,72 per cento) e nell’edilizia artigiana (muratori al 2,39 per cento).
Più forfettari nelle grandi regioni. Gap reddituale Nord-Sud
La ripartizione regionale evidenzia sia una forte concentrazione dei contribuenti che applicano il regime forfettario nelle aree economicamente più grandi (Lombardia con 356.469 soggetti, seguita da Lazio, Campania, Piemonte e Veneto).
Resta ampio il divario reddituale tra Nord e Sud.
I redditi medi più alti si concentrano al Nord: Provincia Autonoma di Bolzano, Lombardia, Provincia Autonoma di Trento, Veneto ed Emilia-Romagna registrano medie comprese tra i 18.000 e i 20.000 euro annui.
Di contro, i redditi medi più bassi si registrano al Sud: in Calabria, Campania, Puglia e Molise le medie scendono a 14.000 - 15.000 euro annui.
Questo delinea una differenza del 30 per cento circa nel reddito medio dichiarato tra Nord e Sud.
Il regime forfettario contro l’equità, un freno alla crescita e rischio distorsioni
La relazione si conclude con tre importanti note critiche di natura economica e costituzionale.
In primis l’erosione dell’equità orizzontale: l’ampliamento della flat tax ha aggravato le disparità in materia di tassazione a parità di reddito, allontanando il sistema dal principio di progressività previsto dall’art. 53 della Costituzione.
Di fatto, un lavoratore autonomo forfettario paga molte meno imposte di un lavoratore dipendente o pensionato a parità di guadagno. Un punto critico sul quale, tra l’altro, la legge delega sulla riforma fiscale prometteva un cambio di passo, che manca però all’appello.
La Corte dei Conti non è sola nel sollevare questo tema. L’Europa, nelle recenti raccomandazioni all’Italia, ha ricordato che il nostro sistema dipende troppo dalle tasse su dipendenti e pensionati e che il continuo ricorso a regimi forfettari temporanei o sostitutivi sta erodendo la base imponibile e creando ingenti perdite di gettito.
Il regime agevolato rischia poi di creare un disincentivo strutturale alla crescita economica delle micro-imprese, che preferiscono “frenare” il proprio fatturato o frammentare strumentalmente le attività pur di non superare la soglia massima e non decadere dai benefici fiscali.
La Corte stigmatizza inoltre il fatto che il MEF non abbia ancora condotto analisi econometriche controfattuali ex-post per verificare se questo regime (che costa alle casse dello Stato più di 3,4 miliardi di euro l’anno in minor gettito) abbia effettivamente favorito l’emersione di base imponibile o se si sia tradotto in un mero sconto fiscale per chi era già parzialmente sotto la soglia.
Insomma, il quadro che emerge non è certo favorevole. Ma, dal punto di vista politico, il regime forfettario resta “protetto” ed è difficile che arrivino correttivi, nonostante i rischi sul fronte del bilancio pubblico così come per quel che riguarda il tema della produttività.
Articolo originale pubblicato su Informazione Fiscale qui: Regime forfettario, una “trappola” per le partite IVA che costa più di 3,4 miliardi all’anno