Controlli fiscali, dati dei conti correnti sempre più decisivi nell'avvio degli accertamenti dell'Agenzia delle Entrate. Lo certifica la Corte dei Conti, che evidenzia però il buco degli avvisi bonari: in pochi pagano il conto dovuto
Nel corso del 2025, i risultati finanziari derivanti dalle attività di controllo dell’Agenzia delle Entrate hanno raggiunto un recupero complessivo pari a 19.423 milioni di euro (in crescita rispetto ai 18.790 milioni del 2024).
Questo uno dei dati che emerge dalla Relazione sul rendiconto generale dello Stato, presentata dalla Corte dei Conti il 24 giugno 2026.
In crescita i controlli sui conti correnti, con un +186 per cento rispetto al 2022. Critico il dato sulle entrate successive all’emissione di avvisi bonari: sono in pochi a pagare il conto dovuto, in attesa di rottamazioni o forme agevolate di regolarizzazione.
Controlli fiscali, avvisi e lettere di compliance spingono il gettito
I numeri certificati dalla Corte dei Conti nel Rendiconto evidenziano come la fisionomia dell’azione di contrasto all’evasione stia cambiando radicalmente, spostandosi progressivamente dalle verifiche tradizionali “sul campo” verso un modello di controllo telematico e automatizzato.
Nel corso del 2025, i risultati finanziari complessivi derivanti dalle attività di controllo dell’Agenzia delle Entrate hanno raggiunto quota 19.423 milioni di euro.
Di questo ammontare, la fetta più consistente - pari a 11.885 milioni di euro (il 61,2 per cento del totale) - è derivata proprio dai controlli automatizzati e centralizzati.
Al centro di questa spinta figurano le due anime della prevenzione e del ravvedimento “indotto”.
Da un lato le lettere di compliance, che nel 2025 hanno indotto i contribuenti a versare 2.662 milioni di euro. All’interno di questo canale, lo strumento più performante in assoluto si è confermato quello legato alle LIPE (Liquidazioni Periodiche IVA), che da solo ha generato flussi di cassa per 1.729,7 milioni di euro.
Dall’altro le comunicazioni di irregolarità, gli avvisi bonari inviati a seguito del controllo automatizzato delle dichiarazioni (ex artt. 36-bis del d.P.R. 600/1973 e 54-bis del d.P.R. 633/1972), che hanno fruttato alle casse erariali 8.853 milioni di euro.
Tuttavia, proprio dietro il successo di questi numeri, la Corte dei Conti solleva un velo su una profonda criticità strutturale: il comportamento dei contribuenti di fronte alle imposte regolarmente dichiarate ma non versate.
Avvisi bonari, poco pagano quanto dovuto in attesa di nuove rottamazioni
Analizzando i dati a consuntivo (riferiti ai periodi d’imposta 2020-2022), emerge che le imposte richieste dal Fisco a seguito delle anomalie emerse in sede di autoliquidazione ammontano a 56 miliardi di euro.
Di questi però appena il 14 per cento circa (poco meno di 8 miliardi) viene effettivamente pagato in modo bonario dai contribuenti a seguito della comunicazione dell’Agenzia.
Il restante 86 per cento circa prende la via della riscossione coatta tramite ruolo.
Secondo la Corte, questa bassissima percentuale di adempimento spontaneo di fronte all’errore contestato è il sintomo di un’anomalia di sistema: una radicata aspettativa di successive “rottamazioni” o il diffuso convincimento di poter eludere la successiva azione esecutiva delle cartelle.
Controlli fiscali, gli accertamenti tradizionali lasciano il posto alla digitalizzazione delle verifiche
Cosa succede invece “sul campo”?
L’analisi dei magistrati contabili dedicata ai controlli ordinari e non automatizzati (ovvero l’attività ispettiva tradizionale non legata alla compliance preventiva) evidenzia un quadro di profonda riorganizzazione da parte dell’Agenzia delle Entrate.
In calo gli accertamenti tradizionali. All’interno della torta complessiva delle attività di controllo, la quota derivante dai controlli ordinari e non automatizzati ai fini delle imposte dirette, dell’IVA e dell’IRAP si è attestata nel 2025 a 4.096 milioni di euro.
Questo dato segna una diminuzione del 13,4 per cento rispetto all’esercizio precedente, quando lo stesso aggregato aveva fruttato 4.730 milioni di euro.
I numeri messi nero su bianco dalla Corte certificano che l’Agenzia sta contraendo il peso degli accertamenti ordinari, puntando al contrario sulla digitalizzazione, sui controlli centralizzati massivi e sulla compliance preventiva.
Se l’efficacia finanziaria è in calo, dal punto di vista puramente quantitativo (il numero di atti emessi) l’Agenzia ha comunque registrato un incremento dell’operatività.
Il numero di accertamenti ordinari realizzati nel 2025 ai fini delle imposte dirette, IRAP e IVA è stato di 223.647 interventi, con un aumento del 18 per cento rispetto ai 189.578 del 2024.
Sono stati eseguiti 11.827 controlli volti a intercettare i crediti d’imposta indebitamente utilizzati in compensazione nel modello F24 e spicca inoltre un fortissimo incremento delle attività istruttorie sul territorio (accessi brevi, controlli mirati e verifiche fiscali), che passano da 18.316 nel 2024 a ben 50.928 nel 2025 (+178%).
All’interno di questa voce, 37.455 sono stati accessi brevi (di cui 7.806 mirati al controllo dei dati degli indici sintetici di affidabilità/studi di settore).
Micro-recuperi dai controlli fiscali, critiche sulla selezione della platea
Analizzando la distribuzione degli accertamenti ordinari per fasce di Maggiore Imposta Accertata (MIA), la Corte solleva una pesante riflessione critica sulla qualità e sulla selezione della platea da controllare.
Prevalgono i micro-recuperi: su 223.647 accertamenti ordinari complessivi, ben 80.753 (il 36,1 per cento del totale) hanno dato luogo a un recupero potenziale compreso tra 0 e 516 euro. Un dato in enorme aumento rispetto al 2024, quando in questa fascia ricadeva solo il 9,1 per cento dei controlli. Inoltre, un altro 26,8 per cento (60.035 atti) si concentra nella fascia medio-bassa tra 5.164 e 25.823 euro.
Nel 2025 è inoltre drasticamente aumentata la quota di controlli ordinari che si è conclusa con un esito completamente negativo o con l’annullamento totale dell’atto in autotutela, passando dal 9,5 per cento del 2024 al 16,9 per cento del 2025.
La Corte contabile stigmatizza questo dato, segnalando all’Amministrazione l’assoluta “esigenza di approfondire le ragioni del fenomeno”, che denota un difetto di selezione a monte dei contribuenti da sottoporre a indagine.
Conti correnti, una miniera per i controlli fiscali
Se l’attività ispettiva ordinaria ha registrato una contrazione sul piano del gettito riscosso, la Relazione della Corte dei Conti evidenzia come l’Amministrazione finanziaria stia affilando le proprie armi tecnologiche puntando ai flussi finanziari dei contribuenti.
I conti correnti bancari e postali si stanno trasformando, a tutti gli effetti, nella principale “miniera d’oro” per l’attività di accertamento dell’Agenzia delle Entrate, grazie a un utilizzo sempre più massiccio e mirato delle indagini finanziarie e dell’Archivio dei rapporti finanziari (la cosiddetta Anagrafe dei conti correnti).
I dati contenuti nel Rendiconto certificano una vera e propria impennata nell’utilizzo di questo strumento: nel corso del 2025, le indagini finanziarie autorizzate e condotte dall’Agenzia sono salite a quota 5.783. Si tratta di un incremento rilevante, pari al +186 per cento rispetto al 2022, anno in cui gli accessi si erano fermati a 2.022.
Questa accelerazione dimostra come l’incrocio dei dati bancari non sia più una misura eccezionale riservata ai grandi casi di frode, ma un tassello strutturale e ordinario della selezione dei contribuenti da sottoporre a verifica.
L’impatto di questa strategia è evidente: circa l’11 per cento degli accertamenti complessivi in materia di IVA e di imposte dirette viene ormai perfezionato proprio attraverso la ricostruzione analitica dei movimenti bancari, che permette di far emergere la reale capacità contributiva spesso nascosta dietro dichiarazioni infedeli o parziali.
Tuttavia, proprio analizzando l’enorme potenziale informativo dei conti correnti, la magistratura contabile non risparmia una dura nota nei confronti dell’Esecutivo e del MEF. La Corte dei Conti stigmatizza i ritardi nell’attuazione dei decreti ministeriali necessari a rendere pienamente operativo l’algoritmo per l’analisi del rischio evasione sui conti correnti (il sistema di pseudo-anonimizzazione Ve.Ra.).
Nonostante la fatturazione elettronica e i corrispettivi telematici forniscano una mole imponente di dati sulle transazioni commerciali, la mancata integrazione automatizzata con i saldi e i movimenti bancari frena la capacità del Fisco di effettuare controlli “chirurgici” a monte.
Secondo i magistrati contabili, un pieno utilizzo dell’Anagrafe dei rapporti finanziari non solo farebbe impennare il recupero di base imponibile, ma risolverebbe il problema dei troppi “buchi nell’acqua” - ovvero quella quota di controlli ordinari conclusi con esito negativo o annullati in autotutela, balzata nel 2025 al 16,9 per cento - permettendo all’Agenzia delle Entrate di colpire esclusivamente i profili ad altissimo rischio di evasione.
Articolo originale pubblicato su Informazione Fiscale qui: Controlli fiscali, conti correnti al setaccio ma gli avvisi bonari fanno flop