Bonus alle aziende che concedono il part time: un nuovo disincentivo al lavoro delle donne

Rosy D’Elia - Leggi e prassi

Tra le novità della Manovra anche un bonus contributivo per le aziende che concedono il part time alle lavoratrici madri con almeno tre figli o figlie. Così si disincentiva il lavoro delle donne

Bonus alle aziende che concedono il part time: un nuovo disincentivo al lavoro delle donne

Incrementare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è una necessità. Lo dicono i dati sull’occupazione. Lo hanno sottolineato il Fondo Monetario Internazionale e l’OCSE.

Ma la Manovra 2026 imbocca una strada controcorrente e mette in campo un bonus per le aziende che trasformano i contratti a tempo pieno delle madri e dei padri in part time.

Non è tanto, o non solo, una questione di giustizia sociale, ma di produttività e di sostenibilità della spesa pubblica.

Se il paese invecchia, i conti per pensioni e sanità diventano più salati e ci sono meno persone che lavorano per contribuire a pagarli. È un circolo vizioso da cui si può sperare di uscire anche aumentando l’occupazione femminile.

E sebbene la novità prevista dall’ultima Legge di Bilancio sia una misura di nicchia, il messaggio, manifesto e implicito, è chiaro: difronte alle esigenze di cura, ci si aspetta che siano le donne a dover scalare una marcia.

Come funziona il bonus per il part time delle lavoratrici madri? La novità della Manovra 2026

Fin dalla prima lettura del testo del Disegno di Legge di Bilancio 2026, la scrittura della norma ha destato una certa incredulità. Ed è necessario analizzare il testo punto per punto.

L’articolo 49 del DDL, incentivi per la trasformazione dei contratti, trasformato nei commi 214-216 dell’unico articolo 1 della Legge n. 199 del 2025, introduce un criterio di priorità nella “trasformazione del contratto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale, orizzontale o verticale, o di rimodulazione della percentuale di lavoro in caso di contratto a tempo parziale, con una riduzione dell’orario di almeno il 40 per cento da riconoscere “alla lavoratrice o al lavoratore, con almeno tre figli conviventi, fino al compimento del decimo anno di età del figlio più piccolo o senza limiti di età nel caso di figli disabili”.

Con l’obiettivo di favorire la conciliazione vita-lavoro si premiano le aziende che concedono il passaggio a tempo parziale. In cambio, con un passaggio normativo intricato, si chiede ai datori di lavoro di non ridurre il complessivo monte orario di lavoro.

Si mette in palio un bonus che consiste in un esonero del 100 per cento dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, con esclusione dei premi e contributi dovuti all’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL), per un periodo massimo di 2 anni dalla data di trasformazione del contratto e fino a 3.000 euro all’anno, da suddividere nei diversi mesi.

Prima di tutto, balza all’occhio l’utilizzo del termine “lavoratrice” prima di lavoratore nella formulazione del testo.

In un sistema normativo che utilizza il maschile sovraesteso la priorità del femminile tradisce il pensiero: è una norma scritta per le donne, a confermarlo anche le analisi della prima relazione tecnica, che si concentrano tutte sulla compagine femminile.

Si suggerisce alle donne, prima che agli uomini, di conciliare vita e lavoro passando più tempo a casa.

Nella Manovra 2026 incentivi al part time delle donne: un circolo vizioso di divari

D’altronde, al di là dell’interpretazione del messaggio della norma, la novità è destinata alle donne perché il divario di genere in questo campo è uno dei più alti.

Le lavoratrici con un contratto a tempo parziale rappresentano il 64,4 per cento del totale. I dati arrivano dall’INPS che, nell’ultimo rendiconto di genere pubblicato lo scorso febbraio, sottolinea:

“Lo squilibrio nell’utilizzo del part time, involontario e volontario, testimonia ancora una volta la dinamica socioculturale che attribuisce alle donne la responsabilità prevalente del lavoro familiare, elemento favorito anche dalle dinamiche salariali che portano a considerare spesso il reddito derivante dall’attività professionale della donna accessorio rispetto a quello principale dell’uomo”.

Ed è da queste cifre che nasce anche un divario retributivo di genere che porta le donne a guadagnare stipendi inferiori di oltre 20 punti percentuali rispetto agli uomini e ad avere carriere più lente e intermittenti.

Sebbene la norma in arrivo con la Manovra 2026 sia destinata a una nicchia molto ristretta, la relazione tecnica stima una platea di 2.800 beneficiarie, il messaggio che arriva non lascia spazio a dubbi.

Se le lavoratrici madri hanno difficoltà a conciliare vita e lavoro, la soluzione è la più semplice possibile: invogliarle a restare a casa, prevedendo una spesa da qui al 2034 pari a circa 147 milioni di euro e sottostimando gli effetti, anche in termini di indipendenza economica.

Potenziare i servizi di cura o inserire nuove leve nel sistema normativo fiscale e del lavoro per una distribuzione più equa dei carichi di cura all’interno delle famiglie sono strade troppo difficili da percorrere.

Ma la Manovra dimentica un dettaglio non trascurabile: ripensare la cura non è una questione femminile, ma una necessità collettiva, soprattutto di stabilità economica.

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