Di fronte a provvigioni tracciate al centesimo e certificate dalle banche mandanti i modelli statistici dell'Agenzia delle Entrate continuano a produrre pagelle di inaffidabilità molto discutibili. Distorsione che nel pieno del dibattito su salario giusto e dell'equo compenso assume contorni paradossali
Immaginate una lavoratrice o un lavoratore i cui guadagni siano interamente certificati da un colosso bancario o assicurativo.
Ogni singolo euro incassato è frutto di una fattura elettronica passa da un bonifico bancario ed è segnalato all’anagrafe tributaria direttamente dalla fonte.
Per la logica comune questo professionista rappresenta il contribuente ideale con rischio di evasione pari a zero.
Eppure per l’algoritmo dello Stato quel lavoratore potrebbe risultare altamente inaffidabile.
È il quotidiano paradosso che vivono migliaia di consulenti finanziari ex promotori in Italia a causa degli ISA, gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale.
Uno strumento nato con le migliori intenzioni, per superare e migliorare i precedenti studi di settore, ovvero stimare la fedeltà fiscale attraverso il confronto continuo con le categorie ma che applicato a chi ha ricavi certi e un unico committente forte come Fideuram, Fineco o Mediolanum giusto per citarne alcuni, si trasforma in un generatore di cortocircuiti.
La trappola della congruità statistica
Il voto basso nell’ISA spesso inferiore al fatidico 8 per un consulente finanziario non deriva dall’omissione di ricavi ma da una rigidità strutturale del software gestito da Sogei.
L’algoritmo ragiona per medie standardizzate confrontando i ricavi con i costi di struttura.
Se un professionista investe molto nella propria attività per garantire standard elevati ai clienti con uffici di rappresentanza, auto per le trasferte, software di portafoglio, collaboratori ecc… l’ISA pretende per reazione matematica un fatturato proporzionalmente più alto. Ma purtroppo la realtà è diversa.
Se i mercati finanziari stornano o la clientela si rifugia nella liquidità comprimendo le provvigioni di gestione il voto crolla perché l’algoritmo interpreta la flessione come potenziale sommerso, ignorando che il consulente non vende servizi in contanti ma riceve provvigioni tracciate dalla mandante.
I fiscalisti sono così costretti a un esercizio difensivo sistematico utilizzando le Note Aggiuntive per spiegare al Fisco che l’anomalia non è dovuta all’evasione ma dall’algoritmo che non recepisce le peculiarità dell’attività svolta.
La provocazione: e se usassimo l’ISA per calcolare l’equo compenso?
Mentre questo paradosso si trascina anno dopo anno il dibattito pubblico e legislativo è monopolizzato da un altro tema cardine ovvero la dignità del reddito.
Da un lato il Governo cerca di blindare il salario giusto per i dipendenti legandolo al complesso calcolo del TEC, Trattamento Economico Complessivo, e dall’altro i professionisti attendono una reale applicazione della Legge 49/2023 sull’equo compenso ancora impantanata nella definizione dei parametri da applicare nei confronti dei committenti forti.
Qui nasce una provocazione intellettuale:
se lo Stato è così sicuro dei propri algoritmi fiscali perché non utilizza gli ISA come parametro per stabilire l’equo compenso dei professionisti?
Se l’Agenzia delle Entrate stabilisce che per essere affidabile e congruo un consulente con una determinata struttura deve fatturare una certa cifra allora la banca mandante dovrebbe essere obbligata per legge ad adeguare le provvigioni a quel minimo garantito.
Il cortocircuito finale
Ovviamente si tratta di una provocazione che, se applicata, farebbe esplodere il sistema.
Creerebbe un mercato distorto in cui più un professionista spende anche inutilmente di più, la banca sarebbe costretta a pagarlo per salvarlo dalla scure del Fisco.
Inoltre, per chi ha strutture digitali e leggere l’ISA richiede ricavi minimi molto bassi, offrendo alle mandanti un formidabile assist per giustificare i compensi al ribasso.
Tuttavia, questa provocazione mette a nudo il vero grande cortocircuito regolatorio italiano: lo Stato fatica a definire i confini dei minimi tabellari e i parametri delle tariffe per proteggere chi lavora ma è, invece, rapidissimo rigido e perentorio nel richiedere tasse su ricavi presunti da un algoritmo.
Finché l’ISA non integrerà un correttore automatico che azzera l’anomalia per chi ha il 100% dei ricavi certificati alla fonte rimarrà questo grande mistero della fede fiscale: l’unico Paese al mondo in cui un reddito tracciato certo e impossibile da evadere può comunque essere considerato sospetto.
Articolo originale pubblicato su Informazione Fiscale qui: L’ISA come parametro dell’equo compenso dei professionisti