Superbonus male dei mali, ma sui nuovi bonus case green il Governo è in stallo

Per il Ministro Giorgetti e per la Premier Meloni il superbonus è il male dei mali che impedisce nuovi investimenti per famiglie e imprese. L'impatto economico però non è del tutto negativo, e in aggiunta resta in ballo la questione dell'attuazione della direttiva UE Case Green. Non c'è però spazio per nuovi bonus

Superbonus male dei mali, ma sui nuovi bonus case green il Governo è in stallo

Il superbonus continua a pesare sui conti pubblici.

Secondo le dichiarazioni rese dal Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e poi dalla Premier Meloni, è la misura introdotta dal Governo Conte II il “male dei mali” che impedisce all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione e di collocarsi sotto la soglia del 3 per cento del rapporto deficit-PIL.

I dati contenuti nel Documento di finanza pubblica 2026, approvato il 22 aprile in Consiglio dei Ministri, mostrano un deficit al 3,1 per cento in ragione dei maggiori crediti edilizi relativi al superbonus, quella che la Presidente Meloni ha definito in un post social come sciagurata misura che toglie margini per intervenire con misure in materia di salute, scuola e aiuti ai redditi bassi.

Lo stop al superbonus e la “cura dimagrante” all’intero set dei bonus fiscali sui lavori in casa resta però un nodo per il settore dell’edilizia. Il perché è legato anche alla necessità per l’Italia di attuare la direttiva Case Green, con la prima scadenza fissata al 29 maggio 2026.

Il cantiere sembra però in stallo.

Mancato l’appuntamento di fine 2025 per l’invio della bozza del Piano Nazionale di Ristrutturazione degli Edifici, la Commissione UE ha inviato all’Italia una lettera di messa in mora nel mese di marzo.

Al palo al momento il Piano nazionale per dare vita a una nuova stagione di incentivi pubblici per trainare la ristrutturazione e riqualificazione energetica degli edifici residenziali.

Il superbonus pesa sul deficit, ma non è stato solo un “male”

Prima di analizzare la questione del PNRE, legato all’attuazione della direttiva Case Green, è utile soffermarsi su alcuni dati relativi al superbonus.

In primis, per quel che riguarda il peso sui conti pubblici, nel 2026 il conto è pari a 40 miliardi, cifra che sarà pari a 20 miliardi ulteriori nel 2027. Questi i numeri forniti dal titolare del MEF nel corso della conferenza stampa del 22 aprile, a margine dell’approvazione del Documento di finanza pubblica.

In totale, il costo del superbonus al 31 marzo 2026 è pari a circa 131,9 miliardi di euro, un dato che si va consolidando considerando che i lavori sono ormai quasi tutti conclusi e che l’agevolazione resta in campo solo in via residuale nei territori colpiti da eventi sismici.

La dimensione economica del bonus del 110 per cento non va però vista solo in relazione ai costi per lo Stato, ma anche tenendo presente l’impatto complessivo che ha avuto nel corso degli anni. Non si tratta di un’opera semplice, e in ogni caso la prospettiva di partenza determina valutazioni differenti.

Un quadro degli effetti del superbonus sul PIL è riassunto sul sito della Camera, e anche se si basa su dati non aggiornati può essere utile per capire perché l’agevolazione ha avuto un peso positivo nel periodo di adozione.

Secondo uno studio Svimez dell’aprile del 2024, nel periodo dal 2021 al 2024 il superbonus ha contribuito all’espansione degli investimenti privati nelle costruzioni per il 40,2 per cento al Centro-Nord e per il 37,1 per cento al Sud, generando nel complesso rispettivamente 3,8 e 2,9 punti percentuali di PIL.

La misura ha contribuito alla crescita nel periodo del post Covid al Sud, per un quarto del totale. Il dato è ancora più impattante al Centro-Nord, con un impatto positivo che raggiunge il 28 per cento.

Il contributo positivo del superbonus sui conti è stato evidenziato anche dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio.

Nel periodo 2020-2023 sono stati effettuati investimenti incrementali sui bonus edilizi per 24 miliardi all’anno e solo un terzo di questi avrebbe avuto luogo in assenza di incentivi pubblici.

Secondo l’UPB, in aggiunta, il superbonus ha contribuito alla crescita del PIL dell’1,5 per cento nel 2021, così come nel biennio successivo seppur in maniera decrescente. Lo stop alla misura nel 2024 ha invece prodotto effetti recessivi pari a un punto percentuale di PIL.

Passare in rassegna il quadro dei dati positivi che hanno caratterizzato la stagione del bonus del 110 per cento è utile per contestualizzare meglio la discussione.

Seppur sia reale il tema delle truffe, dell’assenza di un piano strutturato di controlli ex ante e di una normativa scritta probabilmente con diversi buchi e punti oscuri, l’agevolazione si è inserita in un periodo complesso sul fronte economico, e ha trainato gli investimenti edilizi in ottica green.

Dopo il superbonus? Bonus in versione ristretta, ma è dietro l’angolo la direttiva Case Green

La necessità di incentivare gli investimenti privati in grado di produrre risparmi energetici è quantomai attuale, tenuto conto delle tensioni internazionali che rischiano di mandare i prezzi alle stelle nei prossimi mesi, e nei prossimi anni.

Il piano AccelerateUE presentato dalla Commissione Europea il 22 aprile conferma la necessità di stimolare gli investimenti per la transizione verso forme di energia pulita, con l’iniezione di fondi pubblici comunitari e nazionali.

Il set di agevolazioni a disposizione di cittadini e cittadine è però limitato.

Si pensi che, sul fronte delle riqualificazioni energetiche, dallo scorso anno il bonus che poteva arrivare fino al 75 per cento delle spese è stato ridotto al 36 per cento, con possibilità di maggiorazione al 50 per cento in presenza di specifici requisiti.

Dal 2027 è in programma un nuovo taglio: si scenderà al 30-36 per cento.

L’Italia va in direzione contraria, ma in ballo c’è anche la necessità di dare attuazione alla direttiva UE Case Green (EPBD IV), che a livello comunitario impone di ridurre progressivamente i consumi energetici degli edifici residenziali secondo un cronoprogramma specifico:

  • entro il 2030 il consumo di energia primaria da parte degli edifici residenziali dovrà essere ridotto del 16 per cento rispetto al 2020. In aggiunta, tutti i nuovi edifici dovranno essere a emissioni zero entro la medesima data;
  • entro il 2033 la riduzione dovrà arrivare al 20-22 per cento.

L’obiettivo generale è ottenere la neutralità climatica entro il 2050.

La direttiva UE dice anche come raggiungere questi obiettivi ambiziosi: almeno il 55 per cento della riduzione dei consumi energetici dovrà avvenire grazie alla ristrutturazione di edifici con prestazioni energetiche peggiori.
Almeno il 55% di questa riduzione energetica deve provenire dalla ristrutturazione degli edifici con le prestazioni peggiori (il 43% più inefficiente del parco edilizio).

Le azioni dovranno concentrarsi quindi principalmente sugli edifici di classi E, F e G.

In che modo l’Italia mira a rispettare la timeline fissata dall’Europa non è noto. I primi dettagli erano attesi alla fine del 2025, con la bozza del Piano Nazionale di Ristrutturazione degli Edifici attesa sui tavoli di Bruxelles. Un appuntamento mancato e che ha portato la Commissione UE a trasmettere una lettera di messa in mora a marzo, alla quale bisognerà rispondere entro i successivi due mesi.

Il 29 maggio 2026 è anche la data clou da monitorare per il recepimento della direttiva, mediante un apposito decreto legislativo. Un passaggio destinato a incidere notevolmente sul settore dell’edilizia, considerando la necessità di attivare opere utili per il raggiungimento degli obiettivi di riqualificazione energetica.

Arrivati a questo punto tornano alla mente le parole con le quali il Ministro Giorgetti aveva salutato l’approvazione della direttiva a marzo del 2024: “ma alla fine chi paga?”

Dalle detrazioni ai bonus a sportello, una promessa (per ora) mancata

Il tema dei costi per rispettare gli obblighi della direttiva UE è quantomai centrale.

Secondo le stime, le famiglie dovranno farsi carico di una spesa dai 35.000 ai 100.000 euro, ma è evidente che in uno scenario di crisi come quello attuale - e che si prospetta in futuro - saranno in pochi a potersi permettere di riqualificare la propria abitazione allineandosi all’obiettivo emissioni di riduzione delle emissioni.

E qui dovrebbe entrare in campo il Governo. La stessa direttiva UE prevede che gli Stati strutturino un set di agevolazioni per favorire la transizione, ma - e non sorprende - in Italia di sviluppi concreti non ve ne sono.

Del tema si è però parlato a lungo, e lo stesso Ministro dell’Ambiente del Governo Meloni aveva annunciato una riforma dei bonus casa.

Lo scorso anno, intervistato da Il Messaggero, il Ministro Picchetto Fratin aveva annunciato la volontà di uniformare le detrazioni per permettere a chi non aveva avuto accesso al superbonus di beneficiare di bonus consistenti per i lavori di riqualificazione energetica, dai cappotti termici alle pompe di calore.

Nella stessa intervista il Ministro evidenziava la necessità di prevedere sturmenti anche per i meno abbienti, confermando la volontà di passare dal sistema delle detrazioni - che esclude gli incapienti - a quello delle agevolazioni a sportello.

Andando oltre gli annunci, i primi punti fermi sono stati forniti nel corso dell’iter di consultazione pubblica sul Piano Sociale per il Clima, un pacchetto di interventi in materia di efficientamento energetico.

Tra le novità più interessanti presentate a ridosso dell’estate dello scorso anno vi è un ecobonus sociale fino al 100 per cento, riconosciuto ai titolari di ISEE basso entro i 20.000 euro. In parallelo, un reddito energetico erogato sempr in base all’ISEE e una card a sostegno del reddito per i residenti in alloggi popolari riqualificati.

In tutti i casi però dopo la chiusura della fase di consultazione pubblica non sono arrivati ulteriori dettagli.

Se il cantiere sia o meno in corso non è dato saperlo, anche perché il tema dei bonus per l’edilizia entra nella discussione politica solo in relazione al “peso” del superbonus.

Eppure, la necessità di una nuova iniezione di agevolazioni per i cittadini è lampante. Non solo perché ce lo chiede l’Europa, ma anche alla luce della necessità emersa dopo le instabilità in Medio Oriente di una maggiore indipendenza energetica.