Cgia: la PA italiana paga sempre più in ritardo e non sa utilizzare le risorse europee

Stefano Paterna - Pubblica Amministrazione

Sempre più ritardi da parte della Pubblica Amministrazione, sia per i pagamenti alle imprese che verso l'Europa. Polemica sulla questione dello split payment. I dati nello studio della Cgia di Mestre.

Cgia: la PA italiana paga sempre più in ritardo e non sa utilizzare le risorse europee

La Cgia di Mestre torna come al solito all’attacco della pubblica amministrazione e sul tema del ritardo nei pagamenti alle imprese, ma non solo.

Questa volta sul banco degli imputati ci finisce la lentezza con la quale l’apparato pubblico paga le aziende fornitrici e l’incapacità di utilizzare le risorse dei fondi strutturali europei assegnate al nostro paese.

A detta dell’organizzazione di categoria veneta, la pubblica amministrazione avrebbe uno stock di debito con i propri fornitori di 57 miliardi di euro, 30 dei quali per ritardi superiori ai tempi di pagamento stabiliti per contratto. D’altra parte, sarebbero ben 22,3 i miliardi di euro non liquidati dall’Unione Europea a causa dei ritardi accumulati da Stato e regioni nella fase di progettazione e di pianificazione dei fondi assegnati all’Italia come attestato dalla Corte dei Conti Europea.

Cgia: la PA italiana paga sempre più in ritardo e non sa utilizzare le risorse europee

“Sia quando è chiamata a incassare i soldi da Bruxelles, sia quando deve saldare le fatture emesse dai propri fornitori - dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi di Cgia Paolo Zabeo - la nostra PA accumula dei ritardi spaventosi che penalizzano, in particolar modo, il mondo delle piccole e medie imprese. In entrambi i casi, comunque, nessuno in Europa registra degli score peggiori dei nostri”.

Dati molto negativi, dunque, quelli relativi ai ritardi nei pagamenti dei fornitori della PA, anche se non del tutto corrispondenti con quelli diffusi l’autunno scorso dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Al Mef infatti risultavano tempi medi di pagamento di 55 giorni nel 2017, con tempi medi ponderati di ritardo pari a una settimana. All’Ufficio Studi della Cgia che ha elaborato i dati dell’operatore di credito Intrum Justitia, invece, nel 2017 di giorni necessari mediamente al pagamento ne risultavano 95 (nel 2018 addirittura 104, più del doppio della media europea che è di 41 giorni).

Forse le due fonti non sono del tutto sovrapponibili perché il Mef si basava su 19 milioni di fatture emesse nel 2017, pari all’83 per cento del totale al netto di IVA e degli importi sospesi e non liquidabili.

Di certo comunque, c’è il primato negativo dell’amministrazione pubblica italiana in Europa che emergeva anche dai dati di Eurostat da noi citati e che viene confermata da Cgia-Intrum Justitia: nel 2018 saremmo i peggiori, seguiti dal Portogallo (86 giorni per i pagamenti), Grecia (73) e Belgio (60).

Ma al contrario di questi ultimi paesi, l’amministrazione pubblica sarebbe anche peggiorata di 9 giorni rispetto al 2017 che invece presentava un trend positivo rispetto al 2016 (da 131 ad appunto 95).

La vicenda dello “split payment”

Con qualche discrepanza, dunque, c’è da registrare il dato negativo dei pagamenti ritardati e la ben nota incapacità di impiegare i fondi strutturali europei.

Molto più controverso è invece il riferimento che la Cgia fa nella sua nota allo split payment, ovvero alla misura varata nel 2015 con la quale le amministrazioni centrali dello Stato trattengono l’Iva delle fatture ricevute e la versano direttamente nelle casse erariali, non pagandola più alle aziende fornitrici.

Il provvedimento si è dimostrato molto efficace nel contrasto dell’evasione, come ammette la stessa Cgia, ma a detta di quest’ultima ha creato problemi finanziari alla grande maggioranza delle imprese.

La nostra PA - sostiene il segretario della CGIA Renato Mason - non solo paga con un ritardo inaudito, ma quando lo fa non versa più l’Iva al proprio fornitore. Pertanto, le imprese che lavorano per lo Stato, oltre a subire tempi di pagamento spesso irragionevoli, scontano anche il mancato incasso dell’Iva che, pur rappresentando una partita di giro, consentiva alle imprese di avere maggiore liquidità per fronteggiare i pagamenti correnti. Questa situazione, associandosi alla contrazione degli impieghi bancari nei confronti delle imprese avvenuto in questi ultimi anni, ha peggiorato la tenuta finanziaria di moltissime piccole aziende.”

Ora è del tutto evidente che le prestazioni della pubblica amministrazione rispetto al ritardo nei pagamenti siano pessime e inaccettabili, ma è molto meno evidente che in cambio si critichi una misura utile alla lotta contro l’evasione che peraltro contribuisce a svuotare le casse dello Stato e quindi indirettamente a non riempire quelle degli imprenditori che operano correttamente.

Molto più corretto sarebbe richiedere maggiori investimenti sulla modernizzazione e sul ringiovanimento del personale del comparto pubblico. Una partita che però è legata alla scarsità delle risorse e in ultima analisi anche all’enorme evasione fiscale presente in Italia che si può stimare oltre i 100 miliardi di euro l’anno! Un dato non sempre al centro dell’attenzione della Cgia.

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