Cedolare secca, tassa Airbnb sospesa: cosa cambia per gli affitti brevi

Anna Maria D’Andrea - Cedolare secca sugli affitti

Cedolare secca, sospesa la tassa Airbnb: il Consiglio di Stato ha rimandato alla Corte UE la decisione sulla legittimità dell'obbligo di ritenuta del 21% da parte degli intermediari sugli affitti brevi. Cosa cambia ora?

Cedolare secca, tassa Airbnb sospesa: cosa cambia per gli affitti brevi

Cedolare secca, il Consiglio di Stato “sospende” la tassa Airbnb e per gli affitti brevi sarà l’Europa a decidere se è legittimo o meno l’obbligo di applicare la ritenuta del 21% da parte dell’intermediario di portali online.

La novità è rilevante, e mette un primo punto alla contesa avviata dall’Agenzia delle Entrate, con il supporto di Federalberghi, contro il gigante del web Airbnb a seguito dell’introduzione dell’obbligo di applicare una ritenuta del 21% sul compenso spettante all’host e di comunicarne i relativi dati al Fisco.

Una norma volta a contrastare il fenomeno dell’evasione fiscale sugli affitti brevi, per i quali è stata estesa la possibilità di applicare la cedolare secca del 21%.

Nell’attesa che la Corte di Giustizia dell’UE decida sulla legittimità o meno della tassa Airbnb, resta tuttavia invariato l’obbligo per l’affittuario di stanze o appartamenti di rispettare gli obblighi fiscali, con l’unica differenza che nulla sarà preventivamente versato dagli intermediari delle piattaforma online.

Cedolare secca, tassa Airbnb sospesa: sarà la Corte UE a decidere sugli affitti brevi

È con l’ordinanza n. 6219 del 18 settembre 2019 che il Consiglio di Stato ha di fatto sospeso la tassa Airbnb, rimandando alla Corte di Giustizia UE il compito di deliberare se l’obbligo di ritenuta per i portali di intermediazione sia o meno illegittimo.

Al centro c’è la tassazione degli affitti brevi per i quali a partire dal 2017 è possibile beneficiare della cedolare secca del 21% al posto dell’Irpef.

Una misura introdotta in ottica anti-evasione, obiettivo per il quale erano stati chiamati in campo anche i grandi portali web di intermediazione, tra cui il colosso Airbnb che, tuttavia, dopo più di due anni continua a rifiutarsi di applicare la cedolare secca sulle somme corrisposte agli host oltre che a comunicarne i dati all’Agenzia delle Entrate.

Dopo le diverse pronunce del TAR, che ha respinto il ricorso presentato da Airbnb contro l’Agenzia delle Entrate, il Consiglio di Stato si rivolge direttamente alla Corte UE per chiudere il contenzioso.

Cedolare secca affitti brevi: resta l’obbligo di pagare le imposte per il proprietario

L’attesa di giudizio sulla legittimità o meno della tassa Airbnb non cambia gli obblighi di natura fiscale in capo al proprietario dell’immobile concesso in locazione per periodi di breve durata, ovvero fino a 30 giorni.

Sul reddito derivante sarà quindi obbligatorio pagare o la cedolare secca del 21% ovvero, qualora più conveniente, applicare la tassazione ordinaria Irpef sugli affitti.

Non essendo i contratti di locazione breve soggetti all’obbligo di registrazione, il locatore esercita l’opzione per il regime agevolato con la dichiarazione dei redditi.

Il mancato rispetto dell’obbligo di ritenuta del 21% per Airbnb non deve ingannare il contribuente dall’adozione di comportamenti non conformi alla normativa. C’è da ammettere però che se l’obiettivo dei nuovi adempimenti a carico degli intermediari online era quello di limitare l’evasione fiscale, il passo indietro del colosso del web è sicuramente una criticità di rilievo. A sottolinearlo, dati alla mano, è Federalberghi.

Cedolare secca e tassa affitti brevi: i dati sul reddito che sfugge al Fisco

Federalberghi, al fianco dell’Agenzia delle Entrate contro le violazioni perpetuate da Airbnb, si dichiara ottimista: il comunicato stampa diffuso dopo la pronuncia del Consiglio di Stato il 18 settembre 2019 confida “che la Corte di Giustizia metta fine a questa commedia”.

In attesa di novità, resta il fatto che il mondo degli affitti brevi resta ancora oggi ricco di ombre, almeno sotto il profilo del corretto adempimento degli obblighi fiscali.

Come riportato da Federalberghi, Airbnb ha dichiarato al TAR di aver incassato circa 621 milioni di euro nel corso del 2016.

Il numero di arrivi presso gli host (i proprietari degli immobili) è stato di 9,6 milioni nel 2018, numero in netta crescita rispetto al 2016 quando è stato pari a 5,6 milioni.

Gli annunci relativi ad alloggi italiani, rilevati dal Centro studi di Federalberghi con l’assistenza tecnica di Incipit srl e Inside Airbnb, erano circa 405mila al 31 dicembre 2018 contro i circa 209mila al 31 dicembre 2016 (+93,8%).

Da settembre 2017 ad oggi Airbnb ha riscosso una somma pari a più di 2 miliardi di euro di affitti, omettendo di trattenere e versare all’Agenzia delle Entrate circa 430 milioni di euro.

Stretta sugli affitti brevi, in campo anche le novità del Decreto Crescita

Che sia necessaria una collaborazione tra Amministrazione Finanziaria e colossi del web come Airbnb è un dato di fatto, e lo è soprattutto in settori, come quello degli affitti, dove il livello di evasione fiscale e nero è ancora oggi elevatissimo.

Una collaborazione forzata, vista la riluttanza di molte multinazionali a sottostare alle norme nostrane. Da ultimo, è stato il Decreto Crescita a porre un ulteriore tassello.

Come ricordato da Federalbeghi, dallo scorso 30 giugno 2019 è previsto che:

se un portale non nomina il proprio rappresentante fiscale in Italia, i soggetti residenti nel nostro Paese che appartengono al suo stesso gruppo sono solidalmente responsabili per l’effettuazione e il versamento della ritenuta del 21 per cento sull’ammontare dei canoni.

Un obbligo che, qualora violato, comporterebbe l’applicazione di sanzioni pari al 140% delle ritenute non effettuate, di cui il 20% per non aver effettuato la ritenuta e il 120% per omessa presentazione della dichiarazione del sostituto di imposta.

Avrà quindi particolare rilievo la decisione della Corte UE: è pari a circa 600 milioni di euro la sanzione a carico di Airbnb per il mancato adempimento degli obblighi fiscali a proprio carico.

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