I bonus per la famiglia, come l'assegno unico, frenano l'occupazione femminile: lo dimostrano i dati che arrivano dal XXV Rapporto INPS presentato oggi, 9 luglio, a Roma
L’occupazione femminile cresce ma non decolla perché il sistema di tassazione e agevolazioni per la famiglia è costellato di freni. Persino l’assegno unico scoraggia l’ingresso o la permanenza delle madri nel mondo del lavoro.
I dati arrivano direttamente dall’INPS con il XXV Rapporto annuale presentato oggi, 9 luglio, alla Camera dei Deputati.
E più i contributi economici garantiti a sostegno delle spese familiari sono generosi, più è forte l’azione frenante: a dimostrarlo sono gli studi condotti dall’Istituto sull’assegno unico e sul bonus bebé messo in campo in Sardegna.
Il sistema di tassazione e agevolazioni per la famiglia frena l’occupazione femminile
Il funzionamento delle agevolazioni è perfettamente coerente con un assetto normativo tutt’altro che neutro dal punto di vista del genere.
Anche se la figura del capofamiglia sul piano normativo non esiste più dalla metà degli anni ’70: le regole alla base del Fisco e del lavoro continuano a considerare il reddito femminile come accessorio e subordinato.
Agevolazioni come la detrazione per il coniuge a carico o le regole di calcolo dell’ISEE, associate agli stipendi più bassi, alla scarsità e al costo dei servizi di cura scoraggiano l’ingresso o la permanenza delle donne nel mondo del lavoro, soprattutto nelle fasce di reddito più basse.
Il ragionamento è semplice: nell’assetto attuale il secondo percettore di reddito in famiglia, che di solito è donna, può contare su un bacino di agevolazioni più contenute, guadagna meno e firma contratti più instabili. Inoltre, con le sue entrate può determinare la perdita di alcuni benefici e con il suo impegno extrafamiliare genera nuovi costi legati alla cura nell’economia familiare.
L’impatto dell’assegno unico: positivo sulla natalità, negativo sull’occupazione femminile
Sono questi meccanismi, radicati nelle famiglie e nella società, che generano i dati riportati dall’INPS.
Con l’assegno unico, in alcune fasce ISEE (terzo e quinto quintile) la probabilità di avere un secondo figlio aumenta dello 0,5 punti percentuali, mentre la probabilità di lavorare scende di 1,15 punti.
Apparentemente irrilevanti in termini matematici, questi effetti non devono essere sottovalutati per due ragioni:
- è una misura universale con una copertura del 94,9 per cento dei nuclei familiari che ne hanno diritto. Di conseguenza, agisce su una ampia platea di madri e padri;
- premia con un bonus aggiuntivo le famiglie in cui lavorano entrambi i genitori: un meccanismo che sulla carta dovrebbe agire da spinta all’occupazione femminile, come evidenziano anche gli studi su misure analoghe in altri paesi.
Dalla teoria alla pratica, però, pesa il contesto culturale di riferimento. In un impianto normativo e sociale come quello italiano più sono generosi gli aiuti economici, in termini di trasferimenti diretti, e più si frena l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro.
I bonus bebè scoraggiano l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro
La dinamica emerge chiaramente anche dall’analisi condotta sul bonus bebè previsto in Sardegna: nei comuni con meno di 3.000 abitanti vengono erogati 600 euro al mese per il primo figlio e 400 euro per ciascun figlio successivo fino ai 5 anni.
Gli effetti sulla natalità sono molto più marcati: le nascite sono cresciute del 21 per cento nel biennio 2023-2024 e la probabilità di avere un secondo figlio o una seconda figlia è aumentata del 34 per cento. Ma drastico è anche il calo di probabilità di occupazione delle madri: con misure così generose diminuisce del 25 per cento.
Sul fronte demografico la misura funziona ma, come sottolinea l’INPS, “gli incentivi economici sembrano ridurre la partecipazione femminile al mercato del lavoro, in particolare nel settore privato, e possono rafforzare dinamiche di specializzazione domestica che mantengono squilibri di genere preesistenti”.
“Il semplice trasferimento monetario, se non accompagnato da politiche complementari, rischia di generare effetti indesiderati sul piano occupazionale e sociale”, si legge nel Rapporto.
Impatto positivo del bonus nido sull’occupazione femminile: la centralità della cura
Di segno opposto, invece, sono i risultati che si registrano con il bonus asilo nido, che incrementa del 17 per cento la probabilità di occupazione tra le beneficiarie. La misura, infatti, non prevede un trasferimento diretto di denaro, ma un contributo fino a 3.600 euro in base all’ISEE, a copertura della retta dovuta per la frequenza degli asili nido.
Ma anche in questo caso i dati vanno contestualizzati. Rispetto all’assegno unico, è molto meno incisivo: lo riceve circa il 35 per cento dei genitori che ne hanno diritto. La sua portata certifica un altro elemento strutturale e frenante per le lavoratrici madri: la scarsità dei servizi di cura.
Il tasso di copertura degli asili nido è ancora fermo al 31,6 per cento a livello nazionale, con forti divari territoriali e ancora lontano dallo standard minimo europeo fissato più di 20 anni fa (Obiettivi di Barcellona - 33 per cento).
Il doppio binario del lavoro agile
A dimostrare che tutto ruota attorno alla cura che ci si aspetta dalle donne ci sono anche i dati sul lavoro agile.
La buona notizia è che avere un contratto di lavoro da remoto è un forte antidoto contro la child penalty, la penalizzazione su retribuzioni e carriere associata alla maternità.
Se si può lavorare da casa, la perdita di reddito dopo la nascita si riduce dell’87 per cento. Questa protezione, però, certifica quella che la sociologa Laura Balbo ha definito a metà degli anni ’70 una doppia presenza, la permanenza nel mercato del lavoro è salva solo se si garantisce un impegno doppio, in casa e fuori, con tutte le conseguenze in termini di carico mentale e fisico che ne derivano.
Questa consuetudine rappresenta un ingranaggio fondamentale per far funzionare la nostra società: il lavoro non retribuito e invisibile delle donne è il pilastro delle famiglie e inoltre rende possibili gli stipendi più ricchi e le carriere più brillanti degli uomini.
Ma è in questa stessa consuetudine che nasce un grande dilemma per l’Italia: per migliorare la stabilità del Paese e dei conti pubblici serve agire con urgenza sulla crisi demografica e sull’occupazione femminile e giovanile. Dal Fondo Monetario Internazionale all’OCSE, diversi organismi internazionali hanno sottolineato con forza queste necessità.
Nell’assetto attuale raggiungere entrambi gli obiettivi è molto complesso. I risultati dell’analisi INPS, infatti, evidenziano che le misure messe in campo a sostegno delle famiglie rischiano di rallentare l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro con un impatto diretto anche sulla parità di genere in senso più ampio.
“Le politiche volte a contrastare la bassa fecondità e la scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro dovrebbero, quindi, tenere conto delle risposte eterogenee e dei possibili trade-off tra i diversi margini di aggiustamento, invece di basarsi esclusivamente sugli effetti medi”, sottolinea il rapporto. E per farlo bisogna partire dalla cura: dall’esigenza di riprogettare la sua gestione e di rompere il binomio che la lega sempre e comunque alle donne.
Articolo originale pubblicato su Informazione Fiscale qui: Assegno unico e bonus bebè frenano l’occupazione femminile: parola dell’INPS