Gli stipendi aumentano ma cala il potere d’acquisto: i dati del rapporto annuale INPS

Occupazione e stipendi sono in crescita ma non abbastanza per compensare l’aumento dei prezzi registrato negli ultimi anni. I dati nel XXV Rapporto annuale dell'INPS

Gli stipendi aumentano ma cala il potere d'acquisto: i dati del rapporto annuale INPS

Le retribuzioni lorde medie annuali dei dipendenti iscritti all’INPS sono aumentate del 10,8 per cento tra il 2019 e il 2025.

Sono gli effetti del recupero nel periodo successivo alla crisi sanitaria che deve però fare i conti con l’aumento dei prezzi registrato negli ultimi anni, che ha in realtà comportato una perdita di potere d’acquisto in termini reali.

A fornire il quadro della situazione è l’INPS nel XXV Rapporto Annuale presentato questa mattina a Roma presso la Camera dei Deputati. In apertura dei lavori, alla presenza della Ministra del Lavoro Marina Calderone, il discorso del Presidente dell’Istituto Gabriele Fava.

“L’Italia registra oggi livelli occupazionali elevati. Secondo i dati ISTAT, il tasso di occupazione ha superato stabilmente il 63 per cento. Nel 2025, la platea dei lavoratori assicurati INPS raggiunge, secondo i dati del Rapporto, circa 27,2 milioni, segnando un nuovo record.”

Ha sottolineato, evidenziando:

“Sarebbe un errore fermarsi alla superficie del numero. Il lavoro italiano cresce, cambia natura, invecchia nella sua composizione demografica, dipende sempre di più dal contributo dei lavoratori stranieri e vede arretrare alcune forme storiche di lavoro autonomo mentre crescono professionisti, collaboratori e iscritti alla Gestione Separata”.

Sono molti i dati illustrati nel corso dell’evento a cui ha partecipato in presenza anche la redazione di Informazione Fiscale.

La dinamica delle retribuzioni nette mostra una minore distanza dall’inflazione, grazie agli interventi di natura fiscale e contributiva disposti nel tempo. “Le politiche pubbliche”, si legge nel rapporto, “hanno sostenuto i redditi netti soprattutto nelle fasce medio-basse, ma senza eliminare del tutto le criticità”.

Occupazione in crescita: aumentano dipendenti e autonomi ma con meno assunzioni incentivate

Come sono cambiate le dinamiche occupazionali e le retribuzioni nel 2025?

A fornire una panoramica sullo scenario demografico e lavorativo del nostro Paese è il XXV Rapporto Annuale dell’INPS, presentato questa mattina alla Camera. Nel canonico appuntamento di luglio, i tecnici dell’Istituto hanno illustrato un’analisi approfondita dell’evoluzione del sistema di welfare italiano, dalle misure di sostegno alla genitorialità alle prestazioni pensionistiche e del mercato del lavoro.

Proprio nel capitolo dedicato all’occupazione, spiccano i dati relativi al mondo del lavoro e alle retribuzioni annuali, confrontate all’inflazione.

Nello specifico, negli ultimi 4 anni si osserva un incremento dei dipendenti a tempo indeterminato (+1,6 milioni) e dei lavoratori autonomi (+296.000), mentre calano i rapporti a termine (-581.000). L’INPS evidenzia in particolare il continuo aumento dei contribuenti che si iscrivono alla Gestione Separata (+17 per cento rispetto al 2022).

Va però detto che, anche se ai massimi storici, il tasso di occupazione italiano è il più basso tra i cinque Paesi dell’Unione europea con il maggior numero di abitanti: Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia.

Non solo. L’analisi INPS punta il riflettore sull’aumento della discontinuità lavorativa dei giovani che entrano nel mercato del lavoro, misurata come minore accumulo di montante contributivo nei tre anni successivi all’esordio.

A diminuire è anche l’incidenza delle assunzioni agevolate sul totale delle attivazioni, per via delle novità normative che si sono susseguite nel corso degli anni e in particolare modo per l’abolizione della vecchia versione della Decontribuzione Sud. Dal 2023 il numero dei rapporti di lavoro attivati con agevolazioni contributive in favore dei datori di lavoro è in forte diminuzione: -33,5 per cento nel 2024 e -53 per cento nel 2025.

Nel 2025 sono i due esoneri destinati a giovani e donne a mostrare una ripresa rispetto all’anno precedente, sebbene si siano mantenuti su livelli nettamente inferiori rispetto a quelli registrati nel 2023. Quest’anno, ricordiamo, la normativa è cambiata ancora, per effetto delle novità introdotte dal decreto lavoro 2026.

Da evidenziare, infine, il dato sulle aziende: nel 2025 le micro imprese hanno rappresentato l’86 per cento delle imprese e occupato il 23 per cento dei dipendenti.

Le retribuzioni medie aumentano ma fanno fatica a compensare l’inflazione

Passando alle retribuzioni, nel rapporto l’INPS evidenzia come gli stipendi annuali dei dipendenti iscritti all’Istituto di previdenza siano aumentati in termini lordi del 10,8 per cento tra il 2019 e il 2025 ma del 19,2 per cento in termini netti, soprattutto per effetto dei vari interventi che si sono succeduti su contributi, aliquote, detrazioni e nuove esenzioni.

Nel 2025, infatti, per i 21,045 milioni di dipendenti pubblici e privati (esclusi gli operai agricoli e domestici) la retribuzione media annua effettiva è stata pari a 27.649 euro, con una crescita del 3,6 per cento rispetto all’anno precedente e del 14,5 per cento rispetto al 2019 (pre-COVID).

La questione, spiega l’INPS, è che la crescita delle retribuzioni nominali non è stata sufficiente a compensare l’aumento dei prezzi registrato negli anni più recenti, tra crisi energetica e crisi del carburante, determinando per cittadini e cittadine una perdita di potere d’acquisto in termini reali.

L’impatto sulle famiglie e non solo è stato parzialmente attenuato attraverso interventi di natura fiscale e contributiva, che hanno sostenuto i redditi netti soprattutto nelle fasce medio-basse, ma senza eliminare del tutto le criticità.

Come sottolineato dall’INPS, per valutare la rilevanza reale della dinamica salariale il confronto cruciale è quello con l’inflazione: tra il 2019 e il 2025 i prezzi sono hanno subito aumento tra il 18,2 per cento (Indice FOI) e il 20,5 per cento (Indice IPCA). In entrambi i casi, si tratta di valori sensibilmente maggiori rispetto a quanto osservato per la dinamica delle retribuzioni lorde.

Per capire meglio l’impatto della dinamica retributiva sul reddito disponibile, da cui dipendono consumi e risparmi, specifica l’INPS, è necessario focalizzare l’attenzione sulle retribuzioni nette, che dipendono non solo dal dal dinamismo della retribuzione lorda (condizionata dai rinnovi contrattuali, nazionali e aziendali, dalle progressioni di carriera e dagli emolumenti individualizzati) ma anche dall’impatto di IRPEF e dei contributi a carico del lavoratore.

Le retribuzioni nette, beneficiando dei vari interventi che si sono succeduti negli ultimi anni (contributi, aliquote, detrazioni e nuove esenzioni), al livello della mediana risultano praticamente cresciute come l’inflazione.

La distanza tra la variazione delle retribuzioni lorde e quella delle retribuzioni nette è massima in corrispondenza dei valori salariali centrali, dove come anticipato si ha un incremento del 10,8 per cento per il lordo contro uno del 19,2 per cento per il netto, con una differenza di oltre 8 punti percentuali.

Questo significa, precisa l’INPS, che per il netto della retribuzione mediana quasi la metà della crescita è attribuibile agli interventi fiscali, l’impatto dell’inflazione alla fine del periodo è stato neutralizzato e che il prelievo contributivo/fiscale per i lavoratori è sceso dal 28,6 per cento del 2019 al 23,1 per cento del 2025.

L’INPS conferma quindi la valutazione già effettuata in occasione del rapporto dello scorso anno: “i redditi alti si sono difesi di più sul mercato seppure in maniera incompleta rispetto all’inflazione, mentre i redditi medi e bassi hanno ottenuto sul mercato risultati inferiori ma hanno ampiamente beneficiato degli interventi a carico della fiscalità generale arrivati quasi ad annullare l’impatto dell’inflazione, seppur in ritardo rispetto alla sua esplosione”.