Stesso lavoro, stipendi diversi: la trasparenza in busta paga non basta

Rosy D’Elia - Lavoro

80 centesimi per ogni euro: ovunque nel mondo gli stipendi delle donne valgono meno. E in Italia la trasparenza non basta per colmare il divario retributivo di genere

Stesso lavoro, stipendi diversi: la trasparenza in busta paga non basta

A ogni euro guadagnato da un uomo corrispondono 80 centesimi guadagnati da una donna: si può sintetizzare così il divario retributivo di genere registrato in tutto il mondo.

A riportare il dato è l’ONU in occasione della giornata internazionale per la parità retributiva, che ricorre ogni anno il 18 settembre.

Il tema è globale, ma soprattutto nazionale: nell’ultimo rendiconto di genere INPS, infatti, la distanza tra gli stipendi di uomini e donne arriva al 25,73 per cento, facendo perdere alle retribuzioni femminili circa 29 euro ogni giorno. Una differenza che su un anno lavorativo può arrivare anche agli 8.000 euro e ha un effetto concreto anche sulle pensioni.

Dall’UE, dove in media il gender pay gap si ferma all’11 per cento (Eurostat 2024), è arrivata la spinta a mettere in atto azioni concrete: dallo scorso giugno anche in Italia sono in vigore nuove regole per avere buste paga più trasparenti e arrivare a stipendi più equi, ma c’è ancora molto lavoro da fare.

Le differenze tra gli stipendi di uomini e donne non si fermano alla busta paga

Misurare con esattezza matematica il divario retributivo di genere e confrontarlo è molto complicato, perché può variare molto in base ai fattori considerati. E il contesto italiano lo dimostra.

Sulla singola ora, ad esempio, l’Italia registra i dati migliori in Europa: si va dal 5,3 per cento riportato da Eurostat al 9,3 per cento dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sempre sotto la media UE. Ma lo scenario cambia totalmente quando si considera l’intera giornata lavorativa.

Dati utili per capire la differenza tra gli stipendi italiani di uomini e donne arrivano dall’INPS con l’ultimo rendiconto di genere presentato a febbraio 2026. Il divario retributivo di genere interessa 17 su 18 settori del lavoro privato analizzati dall’Istituto.

Oltre i dati matematici, che possono variare in base alle regole statistiche applicate, resta una certezza: in Italia le donne guadagnano meno degli uomini per diverse motivazioni che sono profondamente radicate nel sistema sociale e normativo.

Dalla singola ora all’intero anno, il gender pay gap italiano si allarga sempre di più. E le ragioni sono tanto evidenti quanto complesse: le donne hanno meno tempo da dedicare al lavoro retribuito, quello che resta dopo essersi occupate dei carichi familiari, firmano più spesso degli uomini dei contratti part time e hanno lunghe battute d’arresto nella vita lavorativa.

Tutte penalizzazioni che gli uomini non conoscono e che hanno come conseguenza una difficoltà concreta nella possibilità di raggiungere posizioni più alte e ruoli apicali.

La trasparenza non basta per correggere il divario sugli stipendi

Non a caso i criteri per gli avanzamenti di carriera, l’andamento dei trattamenti economici successivi alla maternità, il riconoscimento di eventuali bonus sono elementi che l’UE ha chiesto di mettere sotto osservazione con la direttiva UE 2023/970 sulla parità e la trasparenza retributiva.

Le nuove regole del decreto legislativo n. 96 del 2026, in vigore dal 7 giugno, non si fermano all’osservazione della singola ora né agli stipendi, ma puntano alla costruzione di rapporti di lavoro più trasparenti e spingono le aziende a riconoscere a lavoratrici e lavoratori il valore del lavoro svolto, a prescindere dal genere e dalle precedenti esperienze lavorative.

La direzione è giusta. Ma la teoria delle soluzioni adottate in UE è destinata a scontrarsi con la pratica che caratterizza ogni contesto.

Ha fatto discutere, ad esempio, la scelta di fare riferimento ai contratti collettivi più rappresentativi come garanzia di parità e trasparenza e di non considerare che il tessuto produttivo italiano è fatto perlopiù di aziende piccole, che vengono coinvolte solo in parte in questi nuovi processi innescati dalla direttiva europea.

Sotto i 100 dipendenti, ad esempio, non c’è alcun obbligo di monitorare periodicamente buste paga e carriere. È una facoltà e non prevede vantaggi concreti, e il rischio è che alcune delle novità introdotte agiscano perlopiù in contesti già sensibili alle politiche di genere, anche solo per una questione reputazionale.

Anche la possibilità di conoscere i livelli retributivi medi di chi svolge lo stesso lavoro non è di semplice applicazione nei contesti più piccoli: un decreto attuativo, che doveva arrivare entro il 5 settembre, dovrà stabilire le regole da seguire nelle realtà con meno di 50 dipendenti per tutelare la privacy.

Sono strategie che restano selettive e per questo non possono bastare per accorciare le distanze.

Gli stipendi più bassi delle donne hanno profonde radici culturali e per questo la questione va affrontata su larga scala, osservando le scuole, le case, le famiglie, prima ancora di mettere la lente di ingrandimento sulle buste paga.