Salario giusto: tutte le criticità e i rischi costituzionali

Felice Caccamo - Leggi e prassi

Il salario giusto resta al centro del dibattito, tra criticità e rischi costituzionali. Un'analisi di tutti i numerosi nodi da sciogliere del DL n. 62/2026

Salario giusto: tutte le criticità e i rischi costituzionali

Il D.L. 62/2026 al centro del dibattito tra giuslavoristi, imprese e professionisti del lavoro.

Il dibattito sul nuovo sistema del “salario giusto”, introdotto dal D.L. 62/2026, è acceso. L’obiettivo è nobile: garantire retribuzioni adeguate e contrastare il lavoro povero.

Ma il decreto solleva numerose perplessità tecniche e costituzionali.

Secondo molti esperti, il rischio è di introdurre un salario minimo “indiretto” senza chiamarlo tale, affidando ai contratti collettivi “comparativamente più rappresentativi” un ruolo che potrebbe entrare in tensione con diversi principi della Costituzione.

Il testo del provvedimento

Il D.L. 62/2026 introduce il principio del “salario giusto”, basato sui contratti collettivi comparativamente più rappresentativi, vincolando l’accesso a benefici normativi e contributivi al rispetto di tale parametro.

Il sistema si fonda su:

  • individuazione dei CCNL tramite criteri di rappresentatività;
  • definizione dei trattamenti economici minimi;
  • controlli affidati all’Ispettorato Nazionale del Lavoro.

Il decreto prevede sanzioni, decadenze da benefici contributivi e possibili recuperi per le aziende che non rispettano il parametro stabilito.

Molte disposizioni demandano a prassi e atti interpretativi la definizione concreta di criteri e modalità applicative, con conseguente margine di discrezionalità.

Salario giusto, il nodo costituzionale

Il decreto attribuisce centralità ai contratti collettivi “comparativamente più rappresentativi”, rischiando però di trasformare indirettamente alcuni CCNL in contratti obbligatori per tutti. Per molti giuristi ciò potrebbe configurare una forma di efficacia generalizzata dei contratti collettivi senza l’attuazione dell’art. 39 della Costituzione.

Altro punto critico riguarda il principio della retribuzione “proporzionata e sufficiente” (Art. 36 Costituzione)

Secondo diversi esperti:

  • non tutti i minimi salariali previsti dai CCNL garantiscono realmente una retribuzione dignitosa;
  • il rischio è che un salario formalmente conforme al contratto collettivo possa non esserlo sotto il profilo costituzionale.

Le imprese contestano invece il possibile irrigidimento del mercato del lavoro e della libertà organizzativa (Art. 41 Costituzione).

Particolarmente delicata la situazione:

  • negli appalti pubblici;
  • nelle cooperative;
  • nei servizi labour intensive;
  • nelle PMI.

Rischi operativi per aziende e professionisti

Oltre ai rischi costituzionali, ci sono anche problemi di natura operativa che preoccupano aziende e professionisti.

Molti consulenti del lavoro segnalano il pericolo di:

  • interpretazioni ispettive differenti;
  • perdita di agevolazioni contributive;
  • recuperi contributivi;
  • problemi DURC;
  • aumento del contenzioso.

Il timore principale riguarda l’assenza di criteri realmente chiari per definire cosa sia, concretamente, il “salario giusto”.

Il tema della rappresentatività

Uno dei punti più discussi riguarda la mancanza, in Italia, di una legge organica sulla rappresentanza sindacale.

Di conseguenza:

  • individuare il CCNL corretto potrebbe diventare oggetto di continue contestazioni;
  • aumenterebbero i ricorsi giudiziari;
  • crescerebbe il rischio di dumping contrattuale.

Appalti pubblici, possibile effetto esplosivo

Nel settore degli appalti pubblici il nuovo sistema potrebbe produrre forti criticità.

Secondo alcune interpretazioni:

  • alcuni contratti collettivi potrebbero essere esclusi;
  • si rischierebbe una limitazione del principio di equivalenza dei CCNL;
  • aumenterebbero ricorsi amministrativi e contenziosi.

La criticità più diffusa

La critica tecnica più ricorrente è che il decreto tenta di introdurre un salario minimo “indiretto” senza definirlo espressamente, senza riformare la rappresentanza sindacale, senza attuare pienamente l’art. 39 Cost., demandando gran parte delle verifiche a ispettori e magistratura.

Una scelta che rischia di scaricare incertezza e responsabilità interpretative su imprese e professionisti.

Il “salario giusto” è un obiettivo che condividiamo tutti: nessun lavoratore dovrebbe guadagnare meno del necessario per vivere con dignità.

Ma un decreto che prova a garantire questo principio senza regole chiare, senza riforme strutturali e scaricando tutto sulle spalle di imprese, professionisti e ispettori, rischia di creare più incertezza che tutele.

Il lavoro povero si combatte con formazione, produttività, crescita e semplificazione, non con norme ambigue che oggi dicono tutto e domani il contrario.

Le buone intenzioni non bastano: servono strumenti chiari, stabili e giusti per tutti.