Dipendenti pubblici, proroga dello smart working nella PA fino al 31 gennaio

Stefano Paterna - Pubblica Amministrazione

Dipendenti pubblici in smart working fino al 31 gennaio 2021. Il prolungamento delle misure che obbligano le Pubbliche Amministrazione a mettere in lavoro agile almeno la metà del personale è avvenuto tramite un decreto ministeriale firmato dalla Dadone il 23 dicembre scorso. Si tratta comunque dello stesso provvedimento varato in ottobre e fortemente contestato dai sindacati.

Dipendenti pubblici, proroga dello smart working nella PA fino al 31 gennaio

Dipendenti pubblici, smart working nella Pubblica Amministrazione prorogato fino al prossimo 31 gennaio. A stabilirlo è stato un decreto ministeriale del ministro per la PA Fabiana Dadone del 23 dicembre scorso.

In questo modo, le disposizioni del Decreto Ministeriale del 19 ottobre 2020 che fissavano una quota minima di lavoro agile per il comparto pubblico al 50% del personale rimangono ancora in vigore per fronteggiare il perdurante rischio di una “terza ondata” della pandemia da Coronavirus.

Si tratta comunque dello stesso provvedimento che in ottobre ha suscitato le ire dei sindacati che lo hanno contestato come un tentativo di scavalcare la contrattazione, attribuendo ai dirigenti delle amministrazione un potere discrezionale in materia di regolazione del lavoro agile.

Smart working dipendenti pubblici: le regole valide fino al 31 gennaio

Ricordiamo di seguito i criteri sullo smart working che rimarranno validi fino al prossimo 31 gennaio per tutte le PA, grazie al nuovo decreto ministeriale della Dadone.

Innanzitutto, c’è l’obbligo per le diverse amministrazioni di mettere al lavoro da remoto almeno la metà del personale alle proprie dipendenze. L’adozione di questa modalità potrà ancora avvenire in modalità semplificata.

Peraltro, bisogna ricordare che con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del Decreto Milleproroghe avvenuta il 31 dicembre scorso è stato prorogato l’accesso semplificato al lavoro agile anche nel settore privato: in questo caso fino al 31 marzo di quest’anno.

Poi, il provvedimento prevede che i dipendenti disabili o comunque considerati “fragili” vadano favoriti nella scelta di chi debba lavorare da remoto. Inoltre, nella rotazione del personale adibito al lavoro agile devono essere considerate le condizioni di salute dei familiari del dipendente, la presenza di figli minori di quattordici anni, la distanza e le modalità e i tempi di percorrenza tra casa e lavoro.

Infine, le diverse amministrazioni debbono anche stabilire orari di lavoro flessibili in entrata e in uscita per evitare il sovraffollamento dei mezzi pubblici di trasporto.

Decreto Dadone sullo smart working per i dipendenti pubblici: l’opposizione dei sindacati

Il provvedimento del ministro Dadone è stato ovviamente preso in ottobre sulla spinta della “seconda ondata” di COVID-19, tuttavia le organizzazioni sindacali di Cgil, Cisl e Uil vi hanno visto una grave compressione della loro capacità di contrattazione delle condizioni di lavoro nel comparto pubblico: e per questo motivo hanno organizzato lo sciopero del 9 dicembre scorso, oltre che per le scelte del governo in materia di assunzioni e rinnovo dei contratti.

D’altra parte, data la natura del decreto di ottobre che entra nello specifico delle modalità di prestazione era evidente che suscitasse più di un’irritazione da parte sindacale.

Il decreto infatti prevede in capo ai dirigenti il dovere di valutare la qualità del lavoro prestato in modalità agile, senza penalizzazioni di carriera per chi lavora da remoto, mentre per quanto riguarda i necessari dispositivi informatici necessari a collegarsi le PA hanno il dovere di adoperarsi per metterli a disposizione dei dipendenti, ma con la possibilità di continuare a utilizzare quelli di proprietà del dipendente.

Vi sono infine fasce orarie di reperibilità e di disconnessione garantite.

Si legge in effetti in un comunicato della Fp Cgil che:

“dal punto di vista organizzativo l’idea di utilizzare, o meglio brandire, lo smart working come premio o punizione nasconde dietro l’idea che non c’è alcun investimento nel cambiamento e nella digitalizzazione ma solo un modo per rieditare le pagelle di brunettiana memoria: lo smart working come premio o l’ufficio come punizione e la valutazione dei cittadini con le faccine rosse, gialle o verdi da attribuire ai dipendenti pubblici. Con le banche dati che non comunicano, gli archivi cartacei non digitalizzati, i servizi su prenotazione perché manca il personale”

È evidente che su tutte queste materie i sindacati vorrebbero dire la loro in sede di contrattazione. Ipotesi che comunque non va esclusa, dato che il decreto è stato giustificato dalla Dadone solo che misura temporanea in vista di una risposta all’emergenza sanitaria.

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