Smart working dipendenti pubblici, con il Decreto Proroghe cade l’obbligo del 50 per cento

Stefano Paterna - Pubblica Amministrazione

Smart working dipendenti pubblici, le nuove misure sul lavoro agile prevedono ancora la possibilità di adottarlo con procedure semplificate, ma senza quote minime e comunque entro il 31 dicembre 2021. Dal 2022 nei Pola la percentuale obbligatoria di lavoro a distanza passerà dal 60 al 15 per cento. Forti critiche al provvedimento vengono da parte dei sindacati.

Smart working dipendenti pubblici, con il Decreto Proroghe cade l'obbligo del 50 per cento

Smart working per i dipendenti pubblici addio?

Forse no, ma di sicuro si tratta di un bel ridimensionamento quello stabilito attraverso il Decreto Proroghe approvato il 29 aprile 2021 dal Consiglio dei Ministri.

Cade infatti l’obbligo della quota minima del 50 per cento del personale in modalità di lavoro agile per tutte le PA, sebbene queste potranno ancora avvalersene con procedure semplificate fino alla sua definizione nei nuovi contratti collettivi di lavoro pubblici e in ogni caso non oltre il 31 dicembre 2021.

La proposta di modifica è venuta dal Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta che così ha commentato il provvedimento:

“Facciamo tesoro della sperimentazione indotta dalla pandemia e del prezioso lavoro svolto dalla ministra Dadone per introdurre da un lato la flessibilità coerente con la fase di riavvio delle attività produttive e commerciali che stiamo vivendo e dall’altro lato la piena autonomia organizzativa degli uffici. Fino a dicembre le amministrazioni potranno ricorrere allo smart working a condizione che assicurino la regolarità, la continuità e l’efficienza dei servizi rivolti a cittadini e imprese. Un percorso di ritorno alla normalità, in piena sicurezza, concordato con il Comitato tecnico-scientifico e compatibile con le esigenze del sistema dei trasporti”.

Smart working dipendenti pubblici, in attesa dei nuovi contratti anche i Pola saranno ridimensionati dal 2022

Con il nuovo Decreto Proroghe non viene però meno soltanto l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di mantenere almeno la metà del proprio personale in lavoro agile fino alla definizione della sua disciplina nei contratti collettivi del pubblico impiego.

Infatti, il provvedimento dal 2022 riduce anche la quota minima di dipendenti da porre in smart working nell’ambito dei Pola, i Piani organizzativi del lavoro agile, che vanno adottati entro il 31 gennaio di ogni anno: si passerà dal 60 al 15 per cento obbligatorio.

Pertanto, nonostante le rassicurazioni di Brunetta, l’impressione di una controtendenza nei confronti del lavoro agile rispetto alla centralità data a questa modalità di lavoro ai tempi di Fabiana Dadone è molte forte.

Peraltro, questa centralità dell’esperienza dello smart working era stata confermata anche dal Presidente del Consiglio Mario Draghi al momento della firma con i sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil del Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale il 10 marzo scorso, tanto è vero che una delle sue principali novità era costituita dal riconoscimento della necessità di inserirlo nei contratti di lavoro pubblico.

È pur vero che proprio in quell’occasione avevamo riportato come si aprisse solo in quel momento una partita molto difficile tra Governo e sindacati per regolare una serie di diritti sensibili dei lavoratori come quelli della retribuzione legata alla produttività e che potevano far scivolare il lavoro agile verso una sorta di “nuovo cottimo”.

Tuttavia, l’esperienza dello smart working di massa era stata complessivamente molto apprezzata dai lavoratori nel contesto della pandemia da Coronavirus ed aveva anche prodotto cospicui risparmi per lo Stato che si sarebbero dovuti ridistribuire ai dipendenti.

Smart working dipendenti pubblici, reazioni sindacali negative al Decreto Proroghe

Con queste premesse non era difficile aspettarsi una reazione negativa da parte dei sindacati che è arrivata immediatamente. L’Usb pubblico impiego, ad esempio, ha sottolineato appunto uno degli aspetti più controversi della scelta di ridurre il lavoro agile nel quadro della perdurante emergenza sanitaria:

“Abolire la percentuale minima di lavoratori pubblici in smart working in questa fase dell’epidemia è una scelta decisamente rischiosa per i lavoratori e per la collettività. ‘Non è affatto un ritorno alla normalità, in sicurezza…’, come dichiarato dal Ministro Brunetta. Tanti ancora i casi, troppi ancora i morti per parlare di ritorno alla normalità. Molti uffici non attrezzati e carico troppo pesante sul trasporto pubblico per parlare di sicurezza”.

Questo è quanto si legge in una nota del sindacato di base.

Ma anche la Fp Cgil si espressa criticamente rispetto alla riduzione dello smart working:

“Appare in contraddizione promuovere la flessibilità di definizione delle percentuali dello smart working in base alle esigenze delle amministrazioni con l’introduzione di limiti individuati per decreto, quando in queste ore Aran apre la strada alla contrattualizzazione”.

Di certo al momento anche la via per il rinnovo dei contratti pubblici si fa più irta di ostacoli.

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