La sfida impossibile delle madri: una lavoratrice under 35 su quattro lascia il lavoro

Rosy D’Elia - Leggi e prassi

Il lavoro per le madri spesso diventa una sfida impossibile: una lavoratrice under 35 su quattro lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio o una figlia. L'intreccio tra cura, occupazione e natalità nei dati diffusi da Save The Children

La sfida impossibile delle madri: una lavoratrice under 35 su quattro lascia il lavoro

La giornata dura per tutti e tutte 24 ore, in media le donne ne dedicano 4 al lavoro di cura non retribuito, con tutto il carico mentale che ne deriva, gli uomini meno di un’ora e mezza: è in questa differenza, sintesi estrema di una complessità di fattori legati ai ruoli di genere, che va inquadrata la sfida impossibile di continuare a lavorare con le stesse retribuzioni e gli stessi ritmi, dopo essere diventate madri. O semplicemente di continuare a lavorare.

Questa diseguale distribuzione è uno dei tanti dati che Save The Children ha raccolto nel report annuale Le Equilibriste per indagare “una delle contraddizioni più profonde del contesto italiano contemporaneo”: una crisi demografica strutturale e una genitorialità complessa, diseguale e “spesso penalizzante, soprattutto per le donne”.

E anche nell’edizione 2026 pubblicata oggi, 6 maggio, in vista della festa della mamma non ci sono buone notizie.

Le madri lasciano il lavoro: tasso di occupazione femminile inversamente proporzionale alle nascite

Con la maternità lo svantaggio delle donne nel mercato del lavoro retribuito accelera e prende forza per una ragione tanto semplice quanto concreta: alle madri si chiede ancora e sempre di gestire la maggior parte dei carichi di cura, che crescono in occasione di una nuova nascita. Ma il tempo è una risorsa limitata e scorre allo stesso modo per tutti e tutte.

E proprio il rallentamento e le battute d’arresto delle carriera delle madri permettono ai padri di continuare a tenere lo stesso ritmo o addirittura di accelerare.

Nel settore privato, dopo la nascita di un figlio o di una figlia, le lavoratrici possono subire una riduzione salariale fino al 30 per cento e il 25 per cento delle under 35 lascia il lavoro dopo la prima maternità. È un epilogo frequente che permette di comprendere il divario che si crea tra le stesse lavoratrici.

Il tasso di occupazione femminile, che si attesta al 68,7 per cento tra le donne senza figli, scende al 63,2 per cento tra le madri con almeno un figlio minorenne: più le famiglie diventano numerose, più l’occupazione arretra.

E i divari sono come scatole cinesi. Alla questione di genere si aggiunge anche la questione meridionale: tra le madri con figli minori del Nord e quelle del Sud c’è un gap occupazionale del 27,4 per cento.

L’intreccio tra cura, occupazione e natalità nei dati diffusi da Save The Children

L’impatto della maternità sulla partecipazione al lavoro, sui salari e sulle prospettive di carriera, la cosiddetta child penalty, arriva al 33 per cento e produce effetti duraturi nel tempo.

I dati che arrivano dal report di Save The Children confermano gli effetti di una produzione normativa che si è preoccupata in via prioritaria di tutelare l’essenziale funzione familiare della madre prevista dall’articolo 37 della Costituzione, senza occuparsi di quella del padre, e tralasciando il diritto a retribuzioni paritarie.

Con la nascita, i percorsi lavorativi di uomini e donne si allontanano sempre di più e di questo le donne sono ormai consapevoli: “circa la metà ritiene che l’arrivo di un figlio possa peggiorare le proprie opportunità di lavoro, percentuale che sale al 65 per cento tra le giovanissime (18-24 anni)”, si legge nel report.

Ma interrompere la catena della genitorialità a senso unico non vuol dire soltanto prendersi cura delle madri, ribaltando per una volta il paradigma, ma anche assicurarsi il futuro.

Nel 2025 il numero delle nascite è sceso a circa 355.000, con un calo del 3,9 per cento in un solo anno.

Bonus mamme e non solo: politiche deboli per le lavoratrici madri

E c’è un altro dato che è impossibile trascurare: dall’assegno unico ai bonus per le lavoratrici madri, le politiche pubbliche previste in questi anni non stanno funzionando.

La relazione sul Benessere Equo e Sostenibile, pubblicata il 30 aprile dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, passa a rassegna una serie di domini e indicatori per verificare lo stato di salute del paese: in un quadro complessivo di miglioramento, “in lieve peggioramento solo l’occupazione relativa delle madri e il consumo di suolo”.

D’altronde, la necessità di cambiare direzione nelle politiche adottate è dimostrata dalla misura chiave messa in campo negli ultimi anni per favorire l’occupazione delle madri, il cosiddetto bonus mamme per chi ha almeno due figli o figlie.

L’esonero contributivo introdotto in via sperimentale è rimasto in vita solo per poche. Per tutte le altre, che rappresentano solo un quarto delle lavoratrici madri, è diventato un contributo economico da erogare a fine anno.

Secondo i dati ISTAT sulla redistribuzione del reddito, con questo cambio di rotta alcune beneficiarie hanno perso circa 1.000 euro.

Nel 2026 la perdita sarà mitigata dall’aumento da 40 a 60 euro mensili, ma resta da considerare un aspetto cruciale: il numero delle dimissioni delle mamme con figli 0-3 anni negli ultimi anni è cresciuto e le misure messe in campo, come il bonus per le lavoratrici madri, non scardinano in alcun modo i meccanismi che portano le madri a lasciare il lavoro.