Le parole sono importanti, anche per correggere il gender gap sugli stipendi

Rosy D’Elia - Leggi e prassi

Per ridurre il gender pay gap sugli stipendi servono anche le parole giuste. E non indebolire i significati della direttiva UE 2023/970 per l'Italia è una necessità

Le parole sono importanti, anche per correggere il gender gap sugli stipendi

A volte le parole sono tanti importanti da diventare fatti. Succede, ad esempio, con i contenuti delle leggi. È nella scrittura dei testi normativi, dalla Costituzione in poi, che si rintraccia il libretto di istruzioni della società che viviamo e che mette ancora gli uomini e le donne su piatti diversi della bilancia.

Dal Fisco al Lavoro, il sistema normativo italiano è caratterizzato da una serie di distorsioni di genere che se non escludono le donne dal mondo del lavoro, garantiscono loro stipendi nettamente più bassi.

A parlare sono i dati: in Europa le cosiddetto gender pay gap (divario retributivo di genere) è pari al 12 per cento. È come dire che le donne lavorano gratis a partire da fine novembre.

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La ricetta europea per correggere il gender gap sugli stipendi

Nella continua tensione tra norma e cultura - la prima influenza la seconda o viceversa? - il ribaltamento del pensiero dominante passa necessariamente anche dalle parole.

L’Europa ne ha scelte due per accorciare le distanze tra gli stipendi di uomini e donne: trasparenza e parità.

Su questi due pilastri è costruito il pacchetto di novità contenuto nella direttiva 2023/970 che tutti gli Stati membri dovranno recepire entro giugno.

Le due parole chiave dovranno toccare tutto l’arco temporale del rapporto di lavoro, partendo dagli annunci e fino ad arrivare alla fine del contratto.

Gli obblighi sono rivolti a tutti i datori di lavoro del settore pubblico e privato, con diversa intensità in base alla dimensione aziendale, e a tutte le forme contrattuali.

In Italia la spinta della direttiva UE può essere molto utile perché il nostro paese è caratterizzato da un gender gap tra i più bassi sulla singola ora (dal 2,2 per cento secondo le rilevazioni Eurostat al 9,3 per cento dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro), che si allarga via via sulle intere giornate, sugli stipendi mensili e sulle pensioni che rappresentano la prova del nove di un diviario persistente.

Dati Rendiconto di genere CIV INPS
Gap retributivo sugli stipendi Superiore al 25%
Gap pensionistico Dal 28,4% (dipendenti pubblici) al 47,2% (Fondo pensioni lavoratori dipendenti)

Perché le distanze tra le buste paga aumentano progressivamente? Perché nella vita delle donne ha una parte importante il lavoro di cura, centrale per il buon funzionamento della società ma invisibile, che erode lo spazio e il tempo da destinare al lavoro retribuito.

Le donne hanno contratti meno stabili, fanno carriera molto più raramente e lentamente, usano di più i congedi parentali, anche perché i loro stipendi sono più bassi e quindi le pause incidono meno nell’economia familiare. Un circolo vizioso, insomma.

Dietro gli importi in busta paga c’è una complessità di aspetti, di norme culturali e sociali, che dall’Europa ci invitano a indagare meglio, a mettere sotto la lente di ingrandimento.

Gender gap sugli stipendi: il recepimento della direttiva passa dal peso delle parole

Per tutte queste ragioni, tradurre in maniera adeguata le parole della direttiva Ue nella normativa italiana vuol dire lavorare per accorciare le distanze tra gli stipendi degli uomini e delle donne.

Il Governo ha approvato lo schema di decreto per introdurre le novità nel siustema normativo italiano il 5 febbraio scorso; il provvedimento ora si trova al vaglio delle Commissioni Parlamentari.

Da più fronti è emersa fin da subito la preoccupazione di un recepimento debole della direttiva UE 2023/970 con l’esclusione di alcune tipologie contrattuali, un ruolo troppo forte per i contratti collettivi, a prescindere dalla loro rappresentatività, l’esclusione delle aziende con meno di 100 dipendenti dai nuovi obblighi.

Quest’ultima soluzione è prevista dal testo Europeo che lascia, però, la scelta di ridurre la soglia ai singoli paesi. La riduzione per l’Italia dovrebbe essere una strada obbligata, vista la presenza di PMI per il 95 per cento del totale delle imprese.

Per il Legislatore la spinta a proseguire in questo arriva anche da diversi attori sociali coinvolti nei lavori di recepimento della direttiva.

Nelle audizioni, che si sono tenute alla Commissione Lavoro della Camera il 3 marzo, più volte è stata sottolineata l’esigenza di coinvolgere anche le organizzazioni sotto i 100 dipendenti, prevedendo eventualmente per le aziende non obbligate benefici premiali di diversa natura, come accade già per la certificazione della parità di genere, e puntando anche su formazione e assistenza.

Indebolire il significato delle definizioni fornite dalla direttiva comunitaria vorrebbe dire perdere l’occasione di spingere norma e cultura verso nuove tappe del lungo percorso verso la parità di genere, dimenticandosi che proprio in questi casi le parole diventano fatti.

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