Dal Decreto Legge 78/2010 alla sentenza della Corte di Cassazione numero 27005/2023 il percorso è chiaro: per l'imprenditore, titolare di ditta individuale o socio amministratore di società, i contributi INPS sono sempre più alti (e spesso ingiusti). Ecco perché
Negli ultimi anni, il tema degli obblighi contributivi per gli imprenditori italiani è stato al centro di importanti cambiamenti normativi e giurisprudenziali, che hanno ridefinito le regole per l’iscrizione alle gestioni previdenziali dell’INPS.
Due momenti chiave di questa evoluzione sono:
- il Decreto Legge n. 78 del 2010;
- la sentenza della Corte di Cassazione n. 27005/2023.
In questo articolo, spieghiamo cosa è cambiato, come queste novità impattano gli imprenditori contributi ivs INPS e cosa significa per chi gestisce un’attività commerciale o partecipa a società di persone.
Il principio di prevalenza: un punto di partenza
Fino al 2010, la Corte di Cassazione, attraverso le sue Sezioni Unite, aveva consolidato un principio importante: un imprenditore doveva essere iscritto a una sola gestione previdenziale INPS, quella corrispondente alla sua attività lavorativa principale (ad esempio, la Gestione contributi IVS Commercianti per chi gestiva un’attività commerciale).
Questo principio, noto come “prevalenza”, era basato sull’articolo 1, comma 208, della legge n. 662/1996 e aveva l’obiettivo di evitare che un imprenditore dovesse pagare contributi a più gestioni contemporaneamente, come la Gestione Commercianti e la Gestione Separata (riservata, ad esempio, ai liberi professionisti o ai lavoratori autonomi senza cassa previdenziale specifica).
Questo approccio garantiva una certa chiarezza: l’imprenditore pagava i contributi solo per l’attività che svolgeva in modo prevalente, semplificando gli adempimenti e riducendo il carico contributivo.
Il Decreto Legge del 2010: un cambio di rotta
Nel 2010, il legislatore è intervenuto con il Decreto Legge n. 78, introducendo una modifica significativa.
L’articolo 12, comma 11, di questo decreto ha stabilito che
il principio di prevalenza si applica solo alle attività autonome svolte in forma di impresa, come quelle dei commercianti, artigiani o coltivatori diretti
La Gestione Separata, regolata dalla legge n. 335/1995, è stata invece esclusa da questo principio.
In pratica, il decreto ha permesso all’INPS di richiedere contributi anche per attività non prevalenti, in particolare per quei lavoratori autonomi iscritti alla Gestione Separata.
Questa novità ha avuto un impatto importante: molti imprenditori si sono trovati a
dover versare contributi in più gestioni, aumentando il loro carico previdenziale
La modifica è stata introdotta con un decreto d’urgenza, probabilmente per rispondere alle esigenze di bilancio dell’INPS, garantendo maggiori entrate contributive per sostenere il sistema previdenziale.
La sentenza della Cassazione n. 27005/2023: un ulteriore passo avanti
Più recentemente, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27005/2023, ha affrontato un caso che amplia ulteriormente l’obbligo contributivo per gli imprenditori iscritti alla Gestione Commercianti.
La Corte ha stabilito che i contributi dovuti da un imprenditore devono essere calcolati non solo sui redditi derivanti dall’attività lavorativa diretta, ma anche su quelli provenienti da partecipazioni in società di persone, persino quando tali società non svolgono un’attività lavorativa, ma si limitano, ad esempio, a percepire canoni di locazione.
La Corte ha motivato questa decisione richiamando il principio di armonizzazione tra redditi fiscali e previdenziali.
Secondo l’articolo 6, comma 3, del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR), i redditi delle società di persone, indipendentemente dal loro oggetto sociale (anche se si tratta di semplice gestione di immobili), sono considerati redditi d’impresa.
Di conseguenza, la Corte ha deciso che questi redditi devono essere inclusi nella base imponibile per calcolare i contributi previdenziali dovuti alla Gestione Commercianti.
Cosa significa per gli imprenditori?
Questa sentenza rappresenta un cambiamento significativo per chi è iscritto alla Gestione Commercianti.
In pratica, un imprenditore che possiede quote in una società di persone (ad esempio, una società in nome collettivo o in accomandita semplice) deve versare contributi INPS non solo sui redditi derivanti dalla propria attività lavorativa, ma anche su quelli generati dalla società, anche se non vi svolge alcuna attività lavorativa.
Questo vale, ad esempio, per una società che possiede immobili e incassa affitti, senza che nessuno dei soci svolga un’attività operativa.
L’impatto di questa decisione è rilevante:
- Aumento del carico contributivo: gli imprenditori devono versare contributi su una base imponibile più ampia, che include redditi non direttamente legati al loro lavoro;
- Ridimensionamento del principio di prevalenza: sebbene il principio di prevalenza non sia stato eliminato, la sentenza ne limita l’applicazione, estendendo l’obbligo contributivo a redditi che non derivano dall’attività principale dell’imprenditore;
- Maggiore complessità: gli imprenditori devono prestare attenzione a tutte le fonti di reddito d’impresa, anche quelle passive, per calcolare correttamente i contributi dovuti.
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Perché queste scelte? L’equilibrio del sistema previdenziale
Le modifiche introdotte dal Decreto Legge del 2010 e dalla sentenza della Cassazione rispondono a una necessità fondamentale: garantire la sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale italiano, anche a scapito della sostenibilità del sistema imprenditoriale del Paese.
L’INPS, che gestisce le pensioni di milioni di lavoratori, ha bisogno di risorse sufficienti per coprire le prestazioni erogate.
Il legislatore prima, ma ora sembra anche la Corte di Cassazione, hanno adottato interpretazioni che ampliano la base contributiva quando il contribuente è un imprenditore, includendo redditi provenienti da attività che nulla hanno a che fare con il concetto di lavoro della persona.
Chi è l’autore dell’articolo? L’autore dell’articolo è l’Avvocato Tirrito, già Ispettore del Lavoro, specializzato in diritto della previdenza sociale e contenzioso previdenziale. La sua missione oggi è la tutela dei diritti delle imprese, anche nella gestione dei lavoratori. L’esperienza gli ha mostrato che spesso i nemici si nascondono fuori dall’impresa e che datore di lavoro e lavoratrici e lavoratori hanno molti più interessi in comune di quanti, a volte, ne abbiano lo stesso sindacato con il lavoratore. Su Informazione Fiscale l’Avvocato scrive di questi temi ed è docente nei corsi di formazione tenuti su Academy, la nostra piattaforma di informazione e formazione professionale
Articolo originale pubblicato su Informazione Fiscale qui: Contributi INPS sempre più alti per gli imprenditori