Congedo di paternità: solo il 16 per cento dei neo papà si ferma per 10 giorni

Rosy D’Elia - Leggi e prassi

La nascita di un figlio o una figlia non mette in pausa il lavoro dei padri: solo circa il 16 per cento del totale utilizza i 10 giorni del congedo di paternità. I dati diffusi dall'INPS e da Save The Children indicano che la genitorialità condivisa è ancora lontana

Congedo di paternità: solo il 16 per cento dei neo papà si ferma per 10 giorni

In Italia la cura dei figli e delle figlie resta una prerogativa delle donne: solo circa il 16 per cento del totale dei lavoratori dipendenti si ferma per 10 giorni in occasione di una nascita.

È un diritto di tutti, ma non tutti mettono in pausa il lavoro. Dopo un periodo di crescente diffusione, resta stabile intorno al 36 per cento la quota di chi non chiede un periodo di stop.

I dati sul 2024, diffusi dall’INPS e da Save the Children in occasione della festa del papà, confermano che il percorso verso una genitorialità condivisa è ancora lontano.

Congedo di paternità per oltre il 64 per cento dei lavoratori

In estrema sintesi, i padri che utilizzano il congedo di paternità (art. 27 bis del decreto legislativo n. 151 del 2001) in misura piena sono ancora una piccola minoranza dei lavoratori dipendenti.

E dopo anni di progressiva diffusione, anche grazie all’aumento dei giorni disponibili, i numeri restano stabili. L’INPS con il comunicato stampa diffuso oggi, 16 marzo, conferma che oltre il 64 per cento si astiene dal lavoro per almeno un giorno. E solo un quarto utilizza tutto il periodo a disposizione.

PeriodoDurata del congedo
2013-2015 1 giorno
2016-2017 2 giorni
2018 4 giorni
2019 5 giorni
2020 7 giorni
Dal 2021 10 giorni

I neo papà che mettono in stand by la loro attività hanno tra i 35 e i 44 anni, un impiego stabile e a tempo pieno e nella maggior parte dei casi risiedono nel Nord del Paese (59 per cento).

Dai dati diffusi dall’INPS emerge un messaggio chiaro: è possibile delineare un preciso identikit dei padri che beneficiano del congedo di paternità perché la misura è ancora lontana dall’essere universale.

Il nodo del congedo di paternità e la necessità di una rivoluzione della cura

Al Centro e al Sud vivono rispettivamente il 19 per cento e il 22 per cento di coloro che hanno messo in pausa il lavoro.

Emerge, come sempre, anche una questione territoriale e una complessità di fattori che ruotano attorno alla genitorialità e alle dinamiche di genere.

Nei territori dove l’occupazione è più fragile, e di conseguenza anche le tutele meno garantite, le resistenze culturali a una cura maggiormente condivisa rischiano di essere più forti.

I dati sull’utilizzo del congedo di paternità arrivano a pochi giorni dalla bocciatura del congedo paritario, una astensione dal lavoro lunga e pienamente retribuita destinata a entrambi i genitori.

Paradossalmente la fotografia della paternità che arriva dall’INPS sottolinea l’urgenza di un cambio di passo normativo: 10 giorni di congedo non bastano a ridefinire la gestione dei carichi familiari.

Ripensare le tutele previste per lavoratrici e lavoratori dipendenti accompagnerebbe i neo papà, le neo mamme e le aziende stesse verso una nuova cultura della genitorialità.

Da un equilibrio più equo dei carichi familiari passa la possibilità di ridefinire l’ancora netta distinzione dei ruoli di genere, di mitigare la cosiddetta child penalty, la penalizzazione lavorativa che deriva dalla nascita di un figlio o di una figlia che tocca esclusivamente le donne, e anche di favorire l’occupazione femminile.

Tutte necessità forti per l’Italia: non solo per una questione di parità di genere e giustizia sociale, ma anche per una questione di stabilità dei conti pubblici e di crescita del Paese.

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