Siamo messi male ma ce la possiamo fare

Francesco Oliva - Fisco

Quando si parla di fisco si parla anche e soprattutto di come vengono spesi i nostri soldi; e se vengono spesi male, occorre interessarsi, protestare civilmente, farsi sentire. Altrimenti non se ne esce

Siamo messi male ma ce la possiamo fare

È da molto tempo che sono convinto che viviamo in un Paese molto ricco dal punto di vista culturale, storico, paesaggistico, ambientale e anche economico. Ma che non sa di esserlo per colpa di una serie di fattori, sia esterni che interni, che spesso sono facilmente individuabili ma impossibili da affrontare per motivi sostanzialmente di approccio politico e culturale.

Il primo grande tema da affrontare in questo momento storico è quello legato all’efficienza della Pubblica Amministrazione (sai che novità penserete voi...); nonostante il tema sia un ever green da sempre oggi più che mai sarebbe necessario che cittadine e cittadini entrassero maggiormente nel merito delle varie questioni, non solo perché magari vengono coinvolti individualmente ma anche quando il tema è trasversale.

Pensiamo alla sanità, nell’ambito della quale, leggendo i dati, c’è un paradosso tutto italiano: paghiamo servizi da Nord Europa per una sanità da codice rosso.

Mentre il dibattito politico si concentra su flat tax e concordati, c’è un elefante nella stanza che nessuno vuole vedere: il cortocircuito tra pressione fiscale e servizi essenziali, con la sanità nel ruolo di grande malata.

Il rapporto tra fisco e salute in Italia è diventato un patto unilaterale. Da un lato, abbiamo una pressione fiscale reale che sfiora il 48% (se consideriamo il sommerso), alimentata da un’IRPEF che grava eccessivamente su una parte relativamente ridotta della popolazione in età da lavoro.

Dall’altro, assistiamo a un definanziamento strisciante del Servizio Sanitario Nazionale che spinge i cittadini verso una sorta di tassa occulta: la sanità privata.

Ecco dove il sistema fallisce:

  • la doppia tassazione di fatto: il cittadino paga le tasse per avere la sanità pubblica, ma a causa di liste d’attesa infinite è costretto a pagare di nuovo di tasca propria per una visita specialistica. Nel 2024, la spesa out-of-pocket delle famiglie italiane ha superato i 40 miliardi di euro. È accettabile che il diritto alla salute dipenda dal reddito netto rimasto dopo le imposte? O non dovremmo dare per scontato che pagando così tanto abbiamo diritto a una sanità pubblica davvero efficiente da Nord a Sud?
  • detrazioni ed efficienza fiscale: il fisco prova a compensare con la detrazione del 19% sulle spese mediche. Ma è un palliativo. E ci sarebbe tutto il tema degli incapienti da gestire decisamente meglio di come viene fatto oggi.

Il federalismo fiscale applicato alla sanità ha creato cittadini di serie A e di serie B.

Chi paga le imposte in Calabria o in Sicilia spesso riceve servizi qualitativamente inferiori rispetto a chi le paga in Lombardia, pur subendo aliquote addizionali regionali spesso al massimo per coprire i deficit sanitari.

È l’apoteosi dell’inefficienza: paghiamo di più per avere meno

Non si può continuare a chiedere sacrifici fiscali ai contribuenti se il principale prodotto che lo Stato vende in cambio — la salute — è in liquidazione. Il rischio è la rottura definitiva del patto sociale. L’equità di un sistema fiscale si misura rispetto a quanto riesce a trasformare quel prelievo forzoso in servizi di qualità e dignità e cura per i cittadini.

Senza una riforma che ricolleghi la spesa sanitaria all’efficienza reale, e non solo ai tagli lineari per far quadrare i conti di bilancio, continueremo a finanziare un sistema che ci cura solo se abbiamo la carta di credito carica. E questo, per un Paese civile, è il fallimento più grande.

Ma cittadine e cittadini devono interessarsi, protestare civilmente, farsi sentire.

Per non parlare della Giustizia, di cui tanto abbiamo parlato negli ultimi mesi per via del referendum, che ha visto la sconfitta della proposta del centro destra di Governo di cambiare la parte della Costituzione che disciplina il Consiglio Superiore della Magistratura.

Abbiamo parlato tanto di sorteggio, dietrologie, ecc ma in pochi si sono interessati a come sono gestite le risorse del PNRR, tanti soldi presi a prestito (e in piccola parte a fondo perduto) per ridurre i tempi biblici della giustizia.

Bene, dovete sapere che gli obiettivi di riduzione dei tempi sono tutti stati raggiunti, e voi mi direte: bene, cosa lo scrivi a fare...? Lo scrivo perché l’amministrazione della giustizia, invece di essere contenta, prendere atto e consolidare quanto costruito negli ultimi tre anni si è comportata in un modo inaccettabile.

Ci sono 11.000 persone - quelle che, operando dentro l’Ufficio del Processo (UPP) hanno contribuito in modo decisivo al raggiungimento degli obiettivi di cui sopra - il cui contratto a tempo determinato scadrà il prossimo 30 giugno e che ad oggi, 26 aprile, non hanno ancora la data del concorso previsto per la stabilizzazione.

Padri e madri di famiglia, gente che ha mutui sulle spalle, giovani che devono costruirsi un futuro. Ma anche persone dal cui lavoro dipende il funzionamento della giustizia. Voi al loro posto stareste tranquilli? Io no.

C’è poi un tema che su Informazione Fiscale affrontiamo quotidianamente che è quello relativo al rapporto tra imprese, professionisti e Pubblica Amministrazione.

Altro elemento critico sul quale occorre una profonda riflessione da parte di tutti. Un’amministrazione finanziaria che non funziona bene drena risorse a imprenditori, professionisti e mercato del lavoro in generale e non è più accettabile in un’epoca nella quale tutti i mezzi tecnologici che si hanno a disposizione consentono di aumentare l’efficienza del lavoro.

Nelle ultime settimane, in particolare, ci siamo soffermati su alcuni episodi nei quali l’ente pubblico di riferimento a un certo punto diventa una sorta di collo di bottiglia. Pratiche di variazione dati o di richiesta documenti che per l’evasione richiedono diverse settimane quando in realtà per la loro semplicità potrebbero essere evase in un paio di giorni lavorativi. Solleciti continui che vengono ignorati. Evasione tardiva di lavori che non viene mai spiegata (non dico giustificata ma quantomeno spiegata).

Quando si parla di fisco si parla anche di questo, ovvero di come vengono spesi i nostri soldi; e se vengono spesi male, come ho già detto sopra, occorre interessarsi, protestare civilmente, farsi sentire. Altrimenti non se ne esce.

Abbiamo tutto per poterlo fare, basta volerlo.