Smart working e telelavoro: come funzionano nella pubblica amministrazione

Stefano Paterna - Pubblica Amministrazione

Smart working, come funziona nella Pubblica Amministrazione e quali le differenze rispetto al telelavoro? La legge 81 del 2017 prevede entro tre anni di raggiungere il 10 per cento di “lavoratori agili”, con vantaggi certificati anche dal recente studio ENEA.

Smart working e telelavoro: come funzionano nella pubblica amministrazione

Smart working e telelavoro costituiscono l’orizzonte del futuro anche per la pubblica amministrazione.

L’interesse rispetto al lavoro agile di dipendenti pubblici e non cresce considerevolmente, e sono sempre in più a chiedersi come funziona lo smart working.

Sono molteplici i fattori che portano a pensare che sia proprio lo smart working il futuro del lavoro: la necessità di conciliare i tempi e i modi dell’attività professionale con quelli della vita per dipendenti e utenti (dalla cura di sé a quella dei propri figli), ma anche l’urgenza di affrontare la congestione del traffico nelle grandi città dal punto di vista ambientale e degli ingenti investimenti nei trasporti pubblici.

Di qui l’idea di ridurre gli spostamenti delle persone dal luogo del domicilio a quello del lavoro, impiegando la tecnologia per spostare invece quest’ultimo verso postazioni più semplici da raggiungere.

Tuttavia tra smart working e telelavoro esistono specifiche differenze. Partiamo proprio da queste per capire come funziona il lavoro agile, sempre più diffuso all’interno della Pubblica Amministrazione.

Smart working: come funziona e differenza con il telelavoro

Il telelavoro prevede un orario tradizionale, è quindi più rigido ed in realtà costituisce solo un cambiamento di luogo di lavoro.

L’addetto lavora da casa o comunque da un posto lontano dalla sede dell’azienda o dell’istituzione per quel che riguarda i dipendenti della Pubblica Amministrazione.

Lo smart working o lavoro agile invece, è una realtà più articolata che include il lavoro da casa certo, ma anche dal proprio tradizionale posto di lavoro o da postazioni di cosiddetto “coworking”, ovvero edifici dove si svolgono in ambienti aperti attività di tipo completamente diverso l’una dall’altra, con l’utilizzo in comune però di spazi e tecnologie.

Gli orari in questo caso possono non essere affatto rigidi, ciò che conta sono i risultati che devono essere controllati ovviamente dai dirigenti.

Smart working dipendenti pubblici: il quadro giuridico e gli obiettivi nella PA

In Italia lo smart working è stato ufficialmente introdotto nel comparto pubblico con la legge 7 agosto 2015 n. 124 e con il cosiddetto decreto Madia, dal nome dell’allora ministro per la Pubblica Amministrazione.

Il tradizionale telelavoro, invece, era già stato regolato dalla legge Bassanini del 1998.

A seguire, il lavoro agile in particolare ha ricevuto l’inquadramento attuale con la legge numero 81 del 2017 che riguarda sia il settore privato, sia quello pubblico, e con la conseguente promulgazione delle linee guida da parte della Presidenza del consiglio del 26 giugno dello stesso anno per la loro attuazione nella pubblica amministrazione.

L’obiettivo quantitativo che si poneva già la legge del 2015 ed è stato ribadito dalle linee guida del 2017 è quello di far lavorare in smart working entro tre anni il 10 per cento dei dipendenti pubblici.

Ovviamente, la cornice giuridica ha dovuto affrontare anche altri temi come, ad esempio, dare garanzia che i dipendenti che optino per il lavoro agile non subiscano penalizzazioni dal punto di vista economico o di carriera, e strutturare un adeguato sistema di controllo e valutazione con relativa responsabilizzazione dei dirigenti.

Anche l’Enea si occupa smart working

Sulla scia della crescente attenzione per il lavoro a distanza, anche l’Enea ha deciso di occuparsene con una sua ricerca per capire il loro impatto sulla qualità della vita e la sostenibilità urbana.

A oggi lo studio ha coinvolto 3.500 dipendenti della pubblica amministrazione, operativi in modalità di lavoro agile o telelavoro.

Il settore geografico finora si è limitato al centro-nord, con una particolare attenzione alla regione Liguria e al Comune di Genova che hanno affrontato le difficoltà di spostamento dei lavoratori dopo il crollo del ponte Morandi anche con il lavoro a distanza.

“Ora il nostro obiettivo è coinvolgere nell’indagine le pubbliche amministrazioni del Sud e delle Isole, dove è meno diffuso il ricorso al lavoro a distanza - ha dichiarato Bruna Felici dell’Unità Studi, Valutazioni e Analisi di ENEA - anche se non mancano casi di enti che hanno avviato iniziative originali e interessanti. Inoltre, alle amministrazioni che aderiranno all’indagine forniremo una stima dei chilometri, dei consumi e delle emissioni evitate grazie al telelavoro e allo smart working, utili a considerare e a valutare il proprio contributo per la riduzione dell’impatto sull’ambiente”.

La motivazione di questo interesse sullo smart working per i dipendenti pubblici da parte dell’Ente che si occupa di nuove tecnologie e sviluppo sostenibile è abbastanza ovvio.

Se infatti ogni giorno 19 milioni di persone si recano al lavoro, soprattutto con mezzi privati diventa una questione vitale ridurre l’inquinamento, soprattutto per l’Italia deferita alla Corte di Giustizia Europea per il superamento dei limiti di emissione del biossido di azoto nell’atmosfera, come era già accaduto per le particelle PM10.

Un’idea conclusiva delle possibili ricadute positive lo fornisce Marina Penna, ricercatrice della stessa Unità dell’Enea:

“Basterebbe anche un solo giorno a settimana di smart working per i tre quarti dei lavoratori pubblici e privati che utilizzano l’automobile per ridurre del 20 per cento il numero di chilometri percorsi in un anno. In questo modo si otterrebbe un risparmio di circa 950 tonnellate di combustibile, oltre a una riduzione di oltre 2,8 milioni di tonnellate di CO2, di 550 tonnellate di polveri sottili e di 8mila tonnellate di ossidi di azoto, con un significativo impatto positivo sulla salute della popolazione”.

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