La rottamazione delle cartelle continua la parabola in discesa: degli 1,3 miliardi attesi nel 2025, il totale versato è pari a soli 393 milioni di euro. La pace fiscale produce un effetto critico per lo Stato: pochi pagano le imposte dovute a seguito di controllo. I dati evidenziati dalla Corte dei Conti
La rottamazione delle cartelle perde efficacia di anno in anno.
Alla vigilia dell’avvio dei pagamenti relativi all’edizione quinquies della definizione agevolata, al centro dell’attenzione sono i dati relativi alla rottamazione quater, per la quale il piano dei versamenti si concluderà nel 2027.
La Relazione della Corte dei Conti sul rendiconto dello Stato per il 2025 evidenzia il numero crescente di chi sceglie di non pagare e, quindi, incorre nella decadenza dalla procedura agevolata di rientro.
A fronte di una previsione di incassi pari a 1,3 miliardi, i versamenti effettivi eseguiti dai contribuenti per le rate di luglio e novembre si fermano ad appena 393 milioni di euro.
Cresce il conto del non versato, ma la rottamazione è al centro dell’attenzione anche per gli effetti indiretti sul gettito: l’attesa di nuove forme di pace fiscale frena il pagamento degli avvisi bonari.
Rottamazione delle cartelle, nel 2025 scendono gli incassi: i dati della Corte dei Conti
Se le lettere di compliance e gli incroci dei dati mostrano un’efficacia crescente, il canale della riscossione straordinaria, rappresentato dalla rottamazione delle cartelle, evidenzia una parabola discendente che mette in evidenza i limiti strutturali delle sanatorie.
I dati analizzati dalla Corte dei Conti sul Rendiconto 2025 certificano un netto trend calante dell’impatto della rottamazione quater sul montante complessivo dei recuperi a mezzo ruolo.
Se nel 2023 la sanatoria aveva vissuto una fase di picco, arrivando a coprire quasi la metà (48,7 per cento) del riscosso totale con ben 7,2 miliardi di euro di incassi, nel 2024 il gettito è sceso a 5,4 miliardi (33,9 per cento) per poi toccare il minimo nel 2025, fermandosi a 4,5 miliardi, pari ad appena il 26,9 per cento delle riscossioni complessive.
A dimostrare la fragilità della rottamazione prevista dalla Legge 197/2022 è il cortocircuito tra le aspettative del Fisco e i versamenti reali registrati nel corso dell’anno.
Per il 2025, lo Stato prevedeva di incassare dalle scadenze della sanatoria (le rate di luglio e novembre) un gettito pari a 1,3 miliardi di euro. I versamenti effettivi eseguiti dai contribuenti entro i termini di legge si sono fermati però ad appena 393 milioni di euro.
Nella pratica, nel solo 2025 si è registrato un omesso versamento (tasso di decadenza) di ben 929 milioni di euro rispetto alle rate pianificate.
Se il gettito complessivo da sanatoria ha comunque raggiunto i 4,5 miliardi, ciò si deve unicamente al trascinamento delle rate degli anni precedenti, a versamenti anticipati e al “salvagente” della riammissione prevista dalla Legge 15/2025, che ha rimesso nei termini 199.000 contribuenti decaduti, raschiando dal fondo del barile altri 432 milioni di euro.
I dati diffusi dalla Corte svelano l’elevato tasso di abbandono e decadenza dei contribuenti, che per scelta o per difficoltà non procedono con il versamento delle rate entro le scadenze.
Pagamenti in discesa, oltre la metà degli incassi della rottamazione in fumo
Per spiegare meglio la questione è fondamentale analizzare in maniera puntuale i dati sulla rottamazione quater delle cartelle, dalle aspettative iniziali all’impatto effettivo misurato alla fine del 2025.
La Tavola 4.67 contenuta nella Relazione contiene la “radiografia contabile” completa di questa misura, dall’inizio della sua applicazione fino al consuntivo del 2025.
La tabella quantifica innanzitutto la massa dei debiti per i quali i contribuenti hanno presentato domanda di adesione (circa 3.050.000 istanze), pari a oltre 97 miliardi. All’interno di questo blocco, c’è la parte che lo Stato ha stralciato a favore dei contribuenti, pari a 28 miliardi di sanzioni, 10 miliardi di interessi e ulteriori 5,5 miliardi circa di compensi (aggi e spese esecutive).
Tolte le sanzioni e gli interessi, la somma netta che lo Stato si attendeva teoricamente di riscuotere si è ridotta a 52 miliardi circa, con uno sconto complessivo pari a quasi il 46 per cento sul valore nominale del debito.
La previsione iniziale differisce però dagli incassi effettivi.
Per il triennio 2023-2025, l’ammontare che lo Stato prevedeva di incassare era pari a 33 miliardi. Numeri alla mano, gli incassi effettivi ammontano però a poco più di 16 miliardi, dei quali 6,8 nel 2023, 5,4 nel 2024 e poco più di 4 miliardi nel 2025.
Al 31 dicembre 2025, l’ammontare delle rate che i contribuenti avrebbero dovuto pagare, ma che hanno lasciato insolute, è pari a ben 17,5 miliardi.
Balza quindi all’occhio che più della metà delle somme attese (il 52,7 per cento) è andata in fumo a causa dell’abbandono da parte dei contribuenti.
Rottamazione con scarsi effetti sul passato, difficile recuperare i crediti più vecchi
Scorrendo i dati della Corte dei Conti, emerge un’altra importante evidenza sulla “vetustà” dei crediti che i contribuenti provano a rottamare.
I carichi più recenti, ossia i ruoli consegnati all’agente della riscossione tra il 2018 e il 2022, costituiscono la fetta più grande del portafoglio della sanatoria, muovendo un carico di oltre 44 miliardi di euro (quasi la metà dell’intero ammontare).
Questi anni, non a caso, registrano sia i maggiori incassi (solo il ruolo 2019 ha generato 3,1 miliardi di riscossioni totali) sia la fetta più grande di rate insolute (il ruolo 2019 conta anche 2,7 miliardi di rate scadute e non pagate).
I ruoli più vecchi (dal 2000 al 2010), pur muovendo cifre nominali più basse, evidenziano tassi di decadenza e insoluto ancora più rigidi, confermando che la probabilità di successo della riscossione degrada rapidamente con il passare degli anni anche in caso di forme di rottamazione previste dallo Stato.
La rottamazione danneggia lo Stato. L’attesa di nuove forme di pace fiscale inibisce i pagamenti
Il monitoraggio della Corte dei Conti si spinge oltre il dato numerico, evidenziando come la continua e sistematica riproposizione di scudi e sanatorie straordinarie stia provocando un effetto distorsivo collaterale: il depotenziamento dei recuperi ordinari e spontanei.
Il cortocircuito emerge analizzando l’efficacia degli avvisi bonari emessi a seguito del controllo automatizzato delle dichiarazion.
Nel triennio d’imposta analizzato a consuntivo (2020-2022), l’Agenzia delle Entrate ha riscontrato imposte dovute e non versate per la cifra di 56 miliardi di euro.
Di fronte alla richiesta di regolarizzazione del Fisco, appena il 14 per cento circa (poco meno di 8 miliardi) è stato versato spontaneamente dai contribuenti.
Il restante 86 per cento (circa 48 miliardi) resta inevaso, prendendo la via della riscossione coatta tramite ruolo e andando ad ingorgare il magazzino dei crediti, arrivato alla cifra monstre di 1.331 miliardi al 31 dicembre 2025.
Secondo la Corte dei Conti, questa bassissima propensione all’adempimento di fronte a un’imposta regolarmente dichiarata ma non versata è la conseguenza diretta di un’anomalia di sistema: la certezza di sanatorie successive, nuove forme di pace fiscale per mettersi in regola a costo ridotto.
Lo Stato, nel tentativo di fare cassa nell’immediato, finisce per viziare il rapporto tra Fisco e cittadino. E, come dimostrano i dati, i risultati non sono certo dei migliori.
Articolo originale pubblicato su Informazione Fiscale qui: Rottamazione cartelle, la Corte dei Conti certifica il flop: in fumo oltre metà degli incassi