Regime forfettario a 100.000 euro? Si, ma non per tutti

Salvatore Cuomo - Irpef

L'ipotesi di innalzamento della soglia del forfettario riapre il dibattito fiscale: il limite unico ignora le differenze di costi per le diverse partite IVA. La soluzione? Tornare ai codici ATECO

Regime forfettario a 100.000 euro? Si, ma non per tutti

La proposta del Carroccio di innalzare la soglia del regime forfettario a 100.000 euro incassa la cauta apertura del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti in vista della prossima Manovra ma continua a far discutere.

Al di là dei noti e insuperabili vincoli giuridici imposti dalla Direttiva UE 2020/285 che fissa a 85.000 euro il tetto massimo per l’esenzione IVA, rendendo di fatto impossibile un aumento lineare unilaterale della franchigia, la misura presta il fianco a una critica di natura squisitamente economica ed equitativa.

Va detto che lo scoglio comunitario dell’imposta sul valore aggiunto potrebbe essere tecnicamente superabile lasciando l’applicazione dell’agevolazione alle sole imposte dirette e non appunto all’IVA, che nella fascia tra gli 85.000 e i 100.000 euro dovrebbe essere applicata con le aliquote ordinarie.

Ciononostante, l’impianto politico della flat tax a cifra tonda mostra evidenti limiti strutturali.

L’errore di fondo della proposta, a mio parere, risiede nella pretesa di applicare una soglia identica a realtà produttive profondamente diverse tra loro.

Se un ampliamento del regime sostitutivo a 100.000 euro può avere una sua logica per i commercianti e i produttori di beni, lo stesso schema si trasforma in un privilegio ingiustificabile se applicato ai piccoli professionisti senza dipendenti.

Regime forfettario, l’impatto non è uguale per tutti. Strutture di costo a confronto

Per comprendere l’iniquità di un aumento lineare della soglia occorre guardare oltre il mero dato del fatturato e analizzare la struttura dei costi vivi delle diverse categorie di lavoratori autonomi.

Chi vende merci o produce beni fisici deve sostenere spese strutturali elevate per l’acquisto delle materie prime, la logistica, lo stoccaggio e i macchinari.

Per queste attività un fatturato di 85.000 o 100.000 euro genera un margine di guadagno netto reale ancora ridotto, tale da giustificare ampiamente l’agevolazione in essere.

Innalzare il tetto del regime forfettario per loro significa dare ossigeno a imprese che altrimenti verrebbero espulse dal regime agevolato solo per l’effetto dell’inflazione sui costi di produzione.

Discorso diametralmente opposto vale per i lavoratori autonomi del terziario avanzato quali consulenti, avvocati, ingegneri, professionisti digitali e così via, che operano senza una struttura aziendale o dipendenti.

In questo caso le spese di gestione sono spesso minime e il fatturato coincide quasi interamente con il reddito netto.

Consentire a chi guadagna realmente quasi 100.000 euro l’anno di pagare un’imposta sostitutiva del 5% o del 15% crea una vistosa frattura nell’equità fiscale, soprattutto se confrontata con il prelievo IRPEF progressivo sui lavoratori dipendenti di pari reddito che subiscono aliquote fino al 43%.

Flat tax, il freno alla crescita e il dilemma delle aggregazioni professionali

C’è poi un effetto collaterale di natura strutturale che un ulteriore innalzamento a 100.000 euro finirebbe per esasperare: il blocco delle aggregazioni professionali.

Ad oggi l’attrattività della flat tax è talmente elevata da spingere tanti piccoli professionisti a rifiutare qualsiasi forma di associazione o collaborazione strutturata come le STP o gli studi associati.

Per paura di perdere l’agevolazione fiscale individuale e finire nel regime ordinario IRPEF si preferisce rimanere soli atomizzando il mercato della consulenza in Italia, frenando lo sviluppo dimensionale delle attività.

Paradossalmente, abbassare la soglia per i servizi disinnescherebbe questo dilemma perché, se il vantaggio della flat tax si fermasse a un livello fisiologico da fase di avvio, l’aggregazione tornerebbe a essere una scelta naturale ed economicamente conveniente per crescere di scala e meglio competere sul mercato.

Per superare questo impasse e l’ostilità di Bruxelles, che da tempo contesta al forfait italiano il rischio di favorire il nanismo aziendale, la soluzione potrebbe risiedere nel passato del nostro ordinamento tributario.

Prima della totale unificazione delle soglie il fisco italiano riconosceva la diversità delle partite IVA applicando limiti di accesso differenziati in base al codice ATECO.

Riprendere quel modello e declinarlo sulle attuali esigenze economiche avrebbe un duplice pregio:

  • confermare una soglia più alta degli 85.000 euro o portarla ai 100.000 proposti solo per le imposte dirette, per il commercio e la produzione tutelando chi ha margini ridotti e alti costi di transazione;
  • Riportare a un tetto più basso tipo 40/50.000 euro, la soglia per le attività di servizi e i professionisti, ovvero laddove il fatturato è quasi interamente valore netto.

L’importanza di un Fisco sartoriale

Una rimodulazione di questo tipo non solo disinnescherebbe gran parte dei rilievi della Commissione Europea, ma risolverebbe all’origine il problema delle coperture finanziarie che frena i tecnici del MEF in vista della prossima Legge di Bilancio.

Riducendo la platea dei professionisti ad alto reddito ammessi alla tassazione sostitutiva, lo Stato recupererebbe il gettito necessario a sostenere l’innalzamento della soglia per chi con il fatturato deve prima di tutto pagare i fornitori e non solo il proprio compenso.

La tassazione lineare non può e non deve essere un manifesto ideologico a cifra tonda.

Se il Governo vuole davvero sostenere il tessuto produttivo deve abbandonare la logica del tempo unico e tornare a un “Fisco sartoriale” capace di distinguere chi produce ricchezza movimentando merci da chi fornisce esclusivamente la propria prestazione intellettuale.