La flat tax merita le risorse dello Stato per il 46% dei lettori di Informazione Fiscale

Rosy D’Elia - Fisco

Sulla flat tax, prima che su quota 100 e reddito di cittadinanza, lo Stato deve investire le sue risorse. La tassazione piatta è la priorità per il 46% dei lettori di Informazione Fiscale che hanno risposto al sondaggio sulle tre misure al centro del contratto di governo.

La flat tax merita le risorse dello Stato per il 46% dei lettori di Informazione Fiscale

Flat tax, quota 100, reddito di cittadinanza, le risorse dello Stato sono limitate e le tre misure al centro del contratto di governo hanno un costo elevato. Ma quale di queste novità ha il valore più alto per i cittadini?

I lettori Informazione Fiscale non hanno dubbi: la tassazione piatta è prioritaria. Il 46% dei partecipanti al sondaggio, condotto dalla redazione per stimare il valore attribuito alle novità introdotte, se potesse disporre dei fondi statali, li utilizzerebbe per coprire i costi della flat tax.

La flat tax merita le risorse dello Stato per il 46% dei lettori di Informazione Fiscale

Il testo dell’accordo tra le due forze di governo descriveva i progetti con queste parole:

Flat tax, “ovvero una riforma fiscale caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali. In particolare, il nuovo regime fiscale si caratterizza come segue: due aliquote fisse al 15% e al 20% per persone fisiche, partite IVA, imprese e famiglie; per le famiglie è prevista una deduzione fissa di 3.000,00 euro sulla base del reddito familiare”.

Reddito di cittadinanza, “una misura attiva rivolta ai cittadini italiani al fine di reinserirli nella vita sociale e lavorativa del Paese. La misura si configura come uno strumento di sostegno al reddito peri cittadini italiani che versano in condizione di bisogno. L’ammontare è fissato in 780,00 Euro mensili per persona singola, parametrato sulla base della scala OCSE per nuclei familiari più numerosi”.

Quota 100, “la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100, con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti”.

Dopo circa un anno dalla firma dell’accordo, il triangolo delle misure previste ha preso forma. E nel passaggio dalla teoria alla pratica si è definito anche il peso dei costi. Se si considera solo il 2019, le somme necessarie per la copertura delle novità fiscali e previdenziali sono pari a:

  • 7,1 miliardi per il reddito di cittadinanza;
  • 3,9 miliardi per quota 100;
  • Tra i 900 milioni e il miliardo di euro in termini di minori entrate nelle casse dello Stato per effetto del primo step della flat tax, il nuovo regime forfettario.

Una scala di valore inversamente proporzionale alle risposte dei lettori di Informazione Fiscale, che hanno partecipato al sondaggio sull’impiego delle risorse dello Stato:

  • il 46% dei partecipanti investirebbe sulla flat tax;
  • il 20% su quota 100;
  • solo il 9% sul reddito di cittadinanza.

Risorse a flat tax, quota 100 o reddito di cittadinanza? Il 25% sceglie una quarta via

Per molti, invece, con questi tre nuovi strumenti si va in una direzione sbagliata, e a costi alti: il 25% dei lettori boccia i progetti del governo e non impiegherebbe i fondi dello Stato in nessuna delle tre misure previste.

La risposta di Chiara P. riassume in poche righe la posizione di chi sceglierebbe una quarta via:

“Nessuna delle tre perché esse producono solo altro debito che pagheranno le generazioni future. Io investirei tutto sulla riduzione del costo del lavoro per le imprese , ovviamente con il massimo dei controlli affinché l’investimento sia veramente motivato verso la creazione di NUOVI posti di lavoro.

Punterei anche ad un riordino di tutte le agevolazioni che esistono al fine di sostenere il reddito delle famiglie”.

Qualcuno, invece, fa la sua classifica delle priorità partendo dalle tre opzioni. In alcuni casi, se i lettori potessero disporre liberamente delle risorse dello Stato, le ripartirebbero tra le tre possibilità: per molti la fetta più grande andrebbe alla flat tax, ma c’è anche chi riserverebbe il 60% dei fondi a quota 100 e il 40% alla riforma Irpef.

E non mancano le voci fuori dal coro. Roberto M. non concederebbe neanche un euro alla tassazione piatta:

“perché allarga la forbice delle disparità tra chi ha e chi non ha. Le imprese hanno già molti vantaggi e aiuti, sia in forma di contributi che sotto il profilo di riduzioni ed esenzioni fiscali. La Flat tax è un regalo inutile che può solo aumentare il malcontento in chi ha sempre pagato interamente le tasse senza possibilità di elusione”.

Flat tax, quante risorse servono per continuare verso la tassazione piatta?

Al di là delle singole posizioni, il dato del 46% sulla flat tax indica una volontà di continuare il percorso verso l’appiattimento del carico fiscale, che è solo all’inizio. Nel 2019 col regime forfettario, che ha stabilito per un numero più ampio di contribuenti un’imposta sostitutiva del 15%, si è compiuto il primo passo.

Durante Telefisco 2019, il sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze parlava di “Un regime forfettario aggressivo”, e sui passi futuri affermava:

“Abbiamo deciso di partire con i più deboli, regime dei minimi. Il regime forfettario consentirà di fare tanto PIL a un milione e mezzo di persone. L’anno prossimo sarà l’anno della flat tax per i dipendenti e le persone fisiche, abbassando l’irpef per tutti con una prima aliquota al 20%. Da lì, poi, arriveremo alla flat tax anche per le famiglie.”

Intervistato a inizio giugno da Sky TG24 sul tema, le priorità di intervento per il sottosegretario sono cambiate:

“Occorre una seria riforma del fisco che parta dalla flat tax per i redditi fino a 50.000 euro con un’aliquota del 15% [...]. Nel frattempo dobbiamo intervenire anche sulle attuali aliquote Irpef, cercando di accorpare e rimodulare in particolare quelle del 38, del 41 e del 43 per cento”.

Sul percorso verso la tassazione piatta, tra i lettori, c’è chi vede un effetto positivo a cascata:

“Probabilmente il provvedimento limiterebbe l’evasione e soprattutto creerebbe nuova ricchezza, più investimenti e più occupazione”.

Nella percezioni di molti, la riforma fiscale potrebbe essere la panacea di tutti i mali. Ma le novità e i costi, per i prossimi anni, sono ben diversi da quelli di quest’anno.

Dal 2020 la flat tax dovrebbe seguire altre due strade:

  • la possibilità di applicare un’imposta sostitutiva del 20% allo scaglione di reddito compreso tra 65.001 e 100.000 euro e calcolato con metodo analitico per chi ha ricavi fino a 100.000 euro;
  • aprirsi anche a dipendenti e famiglie annullando la progressività degli scaglioni Irpef. Ma su questo punto restano tanti gli interrogativi. Non è ancora chiaro come potrebbe essere ridefinito il sistema delle detrazioni e come si coordinerà con il bonus Renzi, ad esempio. Non è possibile, dunque, stabilire con certezza per chi e in che misura l’appiattimento genererà a un’effettiva riduzione del carico fiscale.

L’unica certezza è che i costi saranno molto alti. Nei mesi scorsi dal Ministero dell’Economia e delle Finanze è trapelata una stima, poi subito smentita, secondo la quale entrerebbero nelle casse dello Stato 60 miliardi di euro in meno.

In ogni caso, senza un impianto definito è difficile stabilire il prezzo esatto della flat tax. Ma sicuramente una riforma fiscale di questo tipo, per molti necessaria, resta anche molto costosa.

E non si sposa bene con l’intenzione dichiarata dalle forze politiche in campo nello stesso contratto di governo che poneva le basi anche per quota 100 e reddito di cittadinanza: sterilizzare le clausole di salvaguardia UE che comportano l’aumento delle aliquote IVA e delle accise.

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