La dichiarazione dei redditi a zero rischia di essere una trappola burocratica

Salvatore Cuomo - Dichiarazione dei redditi

Nel rapporto con l'INPS e, in parte minore, con la stessa Agenzia delle Entrate, la dichiarazione dei redditi “a zero” dei titolari di partita IVA in regime forfettario rischia di diventare una trappola. Ecco perché

La dichiarazione dei redditi a zero rischia di essere una trappola burocratica

Sia ieri che oggi qui su Informazione Fiscale abbiamo letto diversi approfondimenti operativi che hanno come fattore comune l’inutile complessità burocratica di alcuni adempimenti non obbligatori, dettata più dalla prassi e dalle procedure che dalla complessità della legge.

È il caso trattato da me in un pezzo ormai “storico” sul fatto che la legge non impone ai forfettari di inviare la dichiarazione dei redditi “a zero” ovvero se non ci sono compensi e/o acconti e/o crediti da riportare dagli anni precedenti; ed è anche il caso delle clamorose situazioni di revoca del regime contributivo agevolato dei forfettari che l’INPS sta inviando nelle ultime settimane ai contribuenti che, al di là di eventuali errori formali, non hanno perso i requisiti che rende loro titolari dell’agevolazione di cui in oggetto.

Se, in effetti, dal punto di vista strettamente fiscale l’incrocio di norme sembra tutelare il contribuente a zero ricavi la vera trappola scatta sul fronte previdenziale.

L’INPS esige risposte rigide e non ammette buchi informativi, indipendentemente dagli obblighi di legge o dalle finezze interpretative della Legge 190/2014 nello specifico.

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Il legame indissolubile tra fisco e previdenza

I soggetti iscritti alla Gestione Separata INPS lavoratori autonomi o alle gestioni previdenziali INPS Artigiani e Commercianti liquidano i propri contributi previdenziali all’interno del Quadro RR del Modello Redditi.

Quando un forfettario decide di avvalersi dell’esonero fiscale e non presenta alcuna dichiarazione l’INPS non riceve il relativo Quadro RR.

Per i sistemi informatici dell’Istituto, questa assenza non equivale a un pacifico zero ma viene registrata come una mancata comunicazione dei dati prescritti, generando un’anomalia o una vera e propria irregolarità contributiva che in realtà, come nel caso qui spiegato, non esiste. Il contribuente è perfettamente in regola, è la procedura che non è allineata con la norma.

Il caso del cortocircuito ISCRO e l’irregolarità che cancella l’ammortizzatore

Questo cortocircuito telematico ha prodotto conseguenze pesantissime per molti professionisti, in particolare sul fronte dell’ISCRO, acronimo che individua la sigla dell’Indennità Straordinaria di Continuità Reddituale e Operativa, una sorta di mini Cassa Integrazione prevista a tutela delle partite IVA individuali tenute alla contribuzione alla Gestione Separata INPS degli autonomi e dei parasubordinati.

In un caso specifico che abbiamo trattato direttamente, la funzionaria dell’INPS incaricata di verificare il mantenimento dei requisiti e la regolarità delle posizioni ha avviato controlli incrociati automatizzati.

L’assenza del Modello Redditi Persone Fisiche, e quindi del Quadro RR, ha fatto emergere una presunta irregolarità nella posizione previdenziale dell’assicurato.

L’esito è stato drastico:

  • i sistemi hanno rilevato la violazione dell’obbligo informativo;
  • la posizione è risultata formalmente non regolare;
  • l’INPS ha proceduto alla revoca dell’indennità ISCRO già concessa richiedendo la restituzione delle somme percepite.

Il muro della via amministrativa con l’efficacia limitata della dichiarazione integrativa

Di fronte alla revoca dell’indennità o alla contestazione dell’irregolarità la soluzione logica e immediata sembrerebbe quella di presentare una dichiarazione integrativa o tardiva per sanare l’omissione e inviare il Quadro RR mancante.

Nella pratica però il rimedio non è così fluido, innanzitutto perché c’è da registrare una (poco comprensibile) resistenza degli uffici: le sedi territoriali dell’INPS si stanno mostrando fortemente riottose ad accettare la dichiarazione integrativa come sanatoria automatica per chiudere il caso in via amministrativa.

Una volta che il sistema informatico ha decretato la decadenza o l’irregolarità la produzione successiva del documento fiscale non basta (da sola) a sbloccare la pratica.

L’ostracismo degli uffici costringe il contribuente e il suo consulente a defatiganti gestioni tramite l’autotutela o nei casi peggiori la strada del ricorso amministrativo e giudiziale.

Questo scenario costringe i professionisti e i loro intermediari a una scelta amara alternativa:

  • piegarsi al potere della burocrazia e della prassi;
  • sposare un comportamento puramente pragmatico, ancorché succube dei lacci e lacciuoli consolidati e appena scalfiti dalle riforme intervenute negli anni.

La certezza operativa viene anteposta alla coerenza normativa per pura legittima difesa

Perché la dichiarazione “protettiva” è purtroppo l’unica via

Il caso del Quadro RR e della revoca delle tutele dimostra che la scelta di presentare il modello a zero non è solo un eccesso di zelo dei fiscalisti.

Diventa uno scudo operativo indispensabile.

Ciò significa che la dichiarazione integrativa non rappresenta una soluzione immediata o garantita, confermando che la prevenzione ovvero l’invio protettivo del modello a zero nei termini ordinari resta l’unica vera strada per evitare il blocco delle prestazioni. Ma in diversi casi non sarebbe obbligatorio.

Come nel caso accennato sopra, nel quale i parametri previsti dalla legge - media redditi percepiti e/o contributi versati - risultano rispettati.

Inviare la dichiarazione dei redditi forzando la compilazione del Quadro RR anche in assenza di ricavi è l’unico modo per alimentare correttamente le banche dati previdenziali, blindando così la propria regolarità contributiva e mettendo al sicuro agevolazioni, bonus e ammortizzatori sociali da pericolosi automatismi burocratici.

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