Cassa integrazione pagata dalle banche, le insidie nell’accordo ABI

Anna Maria D’Andrea - Leggi e prassi

Cassa integrazione pagata dalle banche, l'accordo siglato da ABI e Governo per l'anticipo della Cig consentirà ai lavoratori di ricevere in tempi rapidi l'assegno. Gli istituti di credito si cautelano da possibili inadempienze INPS, con pericolosi rischi per aziende e lavoratori.

Cassa integrazione pagata dalle banche, le insidie nell'accordo ABI

Cassa integrazione pagata dalle banche: l’assegno della Cig arriverà in anticipo grazie all’accordo tra ABI e Governo siglato il 30 marzo 2020.

La banca anticiperà un importo forfettario pari a 1.400 euro complessivi a titolo di cassa integrazione, riparametrati e riproporzionati in base al periodo di sospensione dell’attività lavorativa e alla specifica condizione del lavoratore.

Le banche pagheranno l’assegno anticipato ai lavoratori dipendenti di aziende in cassa integrazione totale che hanno richiesto il pagamento diretto da parte dell’INPS, in attesa dell’autorizzazione al trattamento di integrazione salariale.

Entro 7 mesi l’INPS dovrà procedere con il versamento dell’integrazione salariale. In caso di ritardi, così come nel caso di rigetto della domanda, il lavoratore ed il datore di lavoro saranno responsabili in solido del versamento della somma anticipata.

L’accordo siglato tra Governo ed ABI per il pagamento in anticipo della cassa integrazione è una spada di Damocle che pende sul capo di lavoratori ed imprese.

Cassa integrazione pagata dalle banche, le insidie nell’accordo ABI

La firma dell’accordo con l’ABI per il pagamento della cassa integrazione da parte delle banche è stata accolta con particolare entusiasmo da parte dei lavoratori.

L’assegno potrebbe arrivare direttamente sul conto corrente del beneficiario degli ammortizzatori sociali entro la metà del mese di aprile, rispettando i tempi annunciati dal Premier Conte.

Il passaggio dall’annuncio alla lettura dell’accordo siglato dal Ministero del Lavoro - in accordo con le principali associazioni sindacali - rivela una serie di insidie per lavoratori ed aziende.

Il punto 6 dell’accordo stabilisce che in caso di mancato accoglimento della richiesta di integrazione salariale, ovvero una volta trascorso il periodo di 7 mesi entro il quale l’INPS dovrà erogare la somma (rimborsando la banca) gli Istituti di crediti potranno richiedere l’intero importo del debito direttamente al lavoratore, che dovrà estinguerlo entro 30 giorni.

Il datore di lavoro sarà responsabile in solido di eventuali ritardi dell’INPS prima e del lavoratore poi. Viene infatti previsto che la banca, a fronte dell’inadempimento da parte del lavoratore, comunicherà al datore di lavoro il saldo a debito del conto corrente dedicato al pagamento della cassa integrazione.

In estrema sintesi, l’accordo siglato con l’ABI scarica sul datore di lavoro la responsabilità di coprire eventuali mancati pagamenti degli ammortizzatori sociali al termine dei 7 mesi.

Il datore di lavoro è inoltre responsabile in caso di omesse o errate comunicazioni alla banca, così come in caso di mancato accoglimento della domanda di integrazione salariale per fatti ad esso imputabili.

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Cassa integrazione - convenzione tra ABI e Governo per il pagamento anticipato
Pagamento anticipato della cassa integrazione da parte delle banche - testo dell’accordo firmato il 30 marzo 2020

Pagamento anticipato della cassa integrazione, responsabilità del datore di lavoro anche se finiscono i fondi

Il lavoratore sarà chiamato ad aprire un apposito conto corrente bancario, presso uno degli istituti di credito aderenti al protocollo ABI-Governo.

L’apertura di credito cesserà con il versamento da parte dell’INPS del trattamento di integrazione salariale - che avrà effetto solutorio del debito maturato - entro il termine di 7 mesi.

Non mettiamo in dubbio che l’INPS rispetti gli accordi presi e supponiamo quindi che in nessun caso il lavoratore o il datore di lavoro si trovino nella paradossale situazione di dover restituire la somma anticipata direttamente alla banca.

Più verosimile è invece la seconda casistica per la quale è il datore di lavoro ad essere responsabile: il mancato accoglimento della domanda di integrazione salariale.

Prendiamo ad esempio l’ipotesi più infausta. Se dovessero esaurirsi le risorse stanziate dal Governo, e se le domande di accesso alla cassa integrazione fossero rigettate, le banche potranno rivolgersi direttamente alle aziende (che sappiamo, non stanno certo affrontando un periodo roseo) per l’estinzione del debito.

L’INPS se ne lava le mani, e lascia alle banche il compito di mantenere la promessa del Governo circa il pagamento veloce della cassa integrazione. Con tutte le insidie del caso.

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