Smart Working nella PA, ecco il decreto della Dadone: le novità per i dipendenti pubblici

Stefano Paterna - Pubblica Amministrazione

Smart working dipendenti pubblici, firmato il decreto attuativo per la PA: il provvedimento fissa al 50% la quota minima di lavoratori pubblici da impiegare in modalità agile. Le amministrazioni pubbliche dovranno anche stabilire ulteriori fasce orarie flessibili di entrata e uscita per il personale che opererà ancora in presenza.

Smart Working nella PA, ecco il decreto della Dadone: le novità per i dipendenti pubblici

Dipendenti pubblici, è arrivato ieri in serata il decreto ministeriale sullo smart working nella pubblica amministrazione firmato dalla titolare del dicastero di Palazzo Vidoni Fabiana Dadone.

Dettato dalla emergenza sanitaria da COVID-19 il provvedimento della Funzione Pubblica fissa almeno al 50% la quota minima di lavoro agile nella PA.

“Dobbiamo evitare un nuovo lockdown generalizzato. I cittadini e le imprese non possono scegliere se rivolgersi o meno alle PA” - ha scritto sul suo profilo Facebook la Dadone - “e per questo è importante coniugare le esigenze di salute e sicurezza di tutta la nostra comunità con la necessità di garantire servizi sempre accessibili e di qualità. Questo deve essere chiaro: è la sfida che attende ogni amministrazione e ogni singolo dipendente pubblico del Paese”.

In pratica, il decreto ministeriale definisce nel concreto le modalità dello smart working per i dipendenti pubblici nel quadro delineato dalle norme precedenti, tra i quali i Dpcm del 13 e del 18 ottobre.

Analizziamo le novità principali contenute nel decreto.

Smart Working nella PA, le novità per i dipendenti pubblici: ritorno al lavoro agile e flessibilità negli orari

Sotta la “frusta” del Coronavirus il provvedimento della Dadone delinea un brusco ritorno al lavoro da remoto nel pubblico impiego come già accaduto a partire dai mesi di marzo e aprile e solo parzialmente ridotto nei periodo estivo.

L’esigenza principale è ovviamente quella di decongestionare i trasporti pubblici che possono divenire come nel caso della scuola un veicolo di contagio.

Infatti, il decreto impone a ogni amministrazione di porre in modalità di lavoro agile almeno il metà del proprio personale su base giornaliera, settimanale o plurisettimanale, ovviamente per le attività che possono essere svolte anche da remoto.

Peraltro, l’adozione dello smart working può avvenire fino al 31 dicembre 2020 in modalità semplificata, evitando cioè l’appesantimento burocratico che era imposto prima del “lockdown”.

In ogni caso, la quota del 50% dei dipendenti è considerata solo la soglia minima perché le amministrazioni pubbliche devono puntare a percentuali le più alte possibili, avendo come limite solo la qualità dei servizi erogati.

Nella scelta dei dipendenti pubblici che lavorino in smart working devono essere favorite le persone disabili o comunque “fragili”, mentre nella rotazione del personale così adibito devono essere tenuti in conto criteri come le condizioni di salute dei familiari del dipendente, la presenza di figli con meno di quattordici anni, la distanza tra casa e lavoro da percorrere ogni giorno e le modalità e i tempi di percorrenza.

Peraltro, bisogna tenere conto che il lavoro agile non è semplice telelavoro da casa, ma una modalità di prestazione flessibile che può essere svolta ovunque, alternando anche visite in ufficio a lavoro da remoto, in considerazione della situazione sanitaria e del rispetto dei protocolli di sicurezza. Quindi, anche per assicurare la continuità dei servizi e la velocità dei procedimenti le pubbliche amministrazione dovranno stabilire ulteriori orari flessibili di entrata e di uscita del personale in presenza.

Le modalità e gli strumenti dello smart working per i dipendenti pubblici

L’adozione dello smart working come modalità di lavoro prevalente almeno come obiettivo, implica anche una trasformazione dei metodi di valutazione della prestazione senza penalizzazioni professionali e di carriera del dipendenti “agili”, di organizzazione interna della struttura e una dotazione adeguata di strumenti informatici.

Nello specifico, i dirigenti dovranno valutare la qualità del lavoro agile, impiegando anche i giudizi che arrivano dall’utenza, mentre dal punto di vista organizzativo il lavoratore avrà delle fasce orarie nelle quali sarà possibile contattarlo, con tempi di riposo e disconnessione garantiti.

Per quanto riguarda i dispositivi tecnologici, il decreto prevede che le amministrazioni si adoperino per metterli a disposizione, ma rimane in piedi la possibilità decisamente più concreta al momento di impiegare quelli di proprietà del lavoratore stesso.

Su questi temi va registrata, infine, una prima reazione molto negativa da parte del versante sindacale del pubblico impiego, come c’era da aspettarsi per un provvedimento preso sull’onda dell’emergenza. Il segretario generale della Cisl Fp Maurizio Petriccioli ha infatti commentato l’uscita del decreto della Dadone affermando che:

“Si vogliono colmare le lacune normative in materia di lavoro agile anziché con la contrattazione e il confronto, che pure in questi mesi hanno garantito la funzionalità dei servizi e la sicurezza di utenti e lavoratori, attribuendo ai datori di lavoro pubblici ogni potere discrezionale in materia di regolazione del rapporto di lavoro eseguito in modalità agile, trasformando una disciplina emergenziale in una normativa che regola d’imperio le fasce orarie di contattabilità, i tempi di riposo, il diritto alla disconnessione e ogni valutazione sulle modalità atte ad evitare penalizzazioni ai fini del riconoscimento di professionalità e della progressione di carriera”.

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