Salario minimo europeo: il parlamento UE approva la direttiva, ma in Italia non è obbligatoria

Francesco Rodorigo - Leggi e prassi

Il Parlamento Europeo ha approvato in via definitiva le nuove regole sul salario minimo per i lavoratori dell'Unione Europea. La legge, già concordata a giugno, definisce i requisiti essenziali per l'adeguatezza di un minimo salariale garantito e favorisce l'accesso alla tutela. L'Italia non è obbligata all'adeguamento in quanto la contrattazione collettiva coinvolge già più dell'80 per cento dei lavoratori.

Salario minimo europeo: il parlamento UE approva la direttiva, ma in Italia non è obbligatoria

Salario minimo europeo, il Parlamento UE ha approvato in via definitiva la legge sulla retribuzione minima adeguata nei Paesi dell’Unione.

Come si legge nel comunicato stampa del 14 settembre 2022, la decisione è arrivata con ben 505 voti favorevoli.

La legge, già concordata lo scorso giugno, ha l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita di tutti i lavoratori dell’Unione Europea, individua le procedure per adeguare il salario minimo, rafforza la contrattazione collettiva e facilita l’accesso effettivo alla misura.

Il testo sarà ufficialmente legge dopo l’approvazione formale del Consiglio Europeo, dopodiché i Paesi membri avranno due anni di tempo per recepirla.

L’Italia pur non avendo dei salari minimi stabiliti per legge, non è tenuta ad uniformarsi in quanto il tasso di copertura della contrattazione collettiva, su cui si basa l’individuazione del salario, non è inferiore all’80 per cento.

Salario minimo europeo: il parlamento UE approva la direttiva, ma in Italia non è obbligatoria

L’Unione Europea ha una nuova legge sul salario minimo adeguato. Il Parlamento Europeo ha approvato in via definitiva la direttiva già concordata a giugno con il Consiglio e su cui era stato raggiunti l’accordo con i Paesi membri.

La notizia arriva con il comunicato stampa del Parlamento UE del 14 settembre 2022. Il testo è stato approvato con 505 voti favorevoli, 92 contrari e 44 astensioni.

La direttiva è stata proposta inizialmente nell’ottobre del 2020 e istituisce un quadro per adeguare i salari minimi stabiliti per legge, promuove la contrattazione collettiva nel processo di determinazione della retribuzione e migliora le possibilità per i lavoratori di accedere alla misura di tutela.

La retribuzione minima mensile, infatti, all’interno dell’Unione Europea varia considerevolmente. Si passa dai 332 euro della Bulgaria ai 2.2567 euro del Lussemburgo.

L’accordo sarà ufficialmente legge in seguito all’approvazione formale da parte del Consiglio Europeo, che dovrebbe arrivare entro settembre, dopodiché i Paesi dell’Unione dovranno recepirla entro due anni.

La nuova direttiva si applicherà a tutti i lavoratori dell’UE con un contratto o un rapporto di lavoro. I Paesi in cui il salario minimo è protetto dalla contrattazione collettiva, come l’Italia, non saranno obbligati a introdurre le novità o ad applicare gli accordi previsti in modo universale a tutti i settori.

Salario minimo europeo: le novità della legge approvata dal Parlamento UE

La direttiva approvata dal Parlamento Europeo non prevede un sistema uniforme per tutti i Paesi membri, né impone l’introduzione di un salario minimo.

La definizione di un minimo retributivo, infatti, resta di competenza dei singoli Stati, i quali però, dovranno garantire ai lavoratori dei compensi che permettano loro di vivere in modo dignitoso, che tengano conto del costo della vita e dei più ampi livelli di retribuzione.

Come ha sottolineato la correlatrice del testo, Agnes Jongerius (S&D, NL):

“I prezzi dei generi alimentari, delle bollette energetiche e degli alloggi stanno esplodendo. La gente fa davvero fatica ad arrivare a fine mese. Non abbiamo tempo da perdere, il lavoro deve tornare a pagare. Questa direttiva stabilisce gli standard per un salario minimo adeguato.”

Per quanto riguarda, invece, la valutazione dell’adeguatezza dei salari minimi garantiti esistenti, i Paesi membri potranno determinare un paniere di beni e servizi a prezzi reali, o fissarlo al 60% del salario mediano lordo e al 50 per cento del salario medio lordo.

Per garantire questo obiettivo, nella direttiva, è incluso l’obbligo per gli Stati UE di realizzare un sistema di monitoraggio affidabile, così come quello di svolgere controlli e ispezioni sul campo in modo da garantire conformità e contrastare gli abusi, il lavoro nero, gli straordinari non registrati o la maggiore intensità di lavoro.

Così facendo sarà possibile anche favorire l’accesso per i lavoratori alla misura di tutela.

Salario minimo europeo: la contrattazione collettiva e il caso dell’Italia

L’altro punto cardine su cui si fonda la direttiva è quello della promozione della contrattazione collettiva.

Si tratta del processo attraverso il quale i lavoratori e i loro rappresentanti negoziano con i datori di lavoro e le loro organizzazioni per determinare le condizioni di lavoro, tra cui le retribuzioni, gli orari, le ferie e le politiche in tema di salute e sicurezza.

I CCNL, dunque, rappresentano un fattore essenziale per la determinazione di salari minimi adeguati e per questo motivo la legge stabilisce delle nuove regole per la loro promozione e rafforzamento.

L’obiettivo, infatti, è proprio la promozione della contrattazione e l’ampliamento della sua copertura così da evitare che si creino lacune nella tutela nei casi in cui non è applicata oppure possa risultare limitata.

La direttiva obbliga gli Stati, in cui meno dell’80 per cento dei lavoratori è coperto dalla tutela della contrattazione collettiva, a stabilire un piano d’azione insieme alle Parti Sociali per aumentare tale percentuale.

L’Italia rientra insieme a Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia e Svezia tra i Paesi che non hanno un salario minimo stabilito per legge, come il resto dei Paesi UE, ma si basano esclusivamente sulla contrattazione.

Il nostro Paese, però, non è obbligato dalla direttiva ad implementare un salario minimo poiché ha un tasso di copertura della contrattazione collettiva superiore all’80 per cento.

In ogni caso il dibattito sulla scena politica resta acceso, con posizioni a favore di una introduzione e altre fortemente contrarie.

Resta comunque il fatto che in Italia un lavoratore su quattro guadagna meno del reddito di cittadinanza, come evidenziato dai numeri del XXI Rapporto annuale dell’INPS e il fenomeno della povertà lavorativa è in crescita, in un contesto che continua a peggiorare a causa dell’inflazione.

Parlamento Europeo - Comunicato stampa del 14 settembre 2022
Salario minimo: approvate le nuove regole per i lavoratori dell’UE

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