Lavoro su piattaforme digitali: l’algoritmo non può licenziare

Federica Battiato - Leggi e prassi

Approvato in esame preliminare il nuovo decreto sul lavoro mediante piattaforme digitali. Si introducono nuove tutele per i lavoratori: le decisioni più importanti dovranno essere adottate da una persona fisica e sarà possibile chiederne il riesame

Lavoro su piattaforme digitali: l'algoritmo non può licenziare

Era atteso entro l’anno ed è arrivato: il Consiglio dei Ministri ha approvato, in esame preliminare, il decreto legislativo che attua la direttiva UE per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori che svolgono le proprie attività tramite piattaforme digitali.

In linea con quanto disposto dalla direttiva (UE) 2024/2831, il provvedimento introduce nuove regole per le piattaforme che organizzano il lavoro sul territorio nazionale, indipendentemente dal luogo in cui hanno la propria sede.

A tutela dei lavoratori, si forniscono precise indicazioni sulla qualificazione del rapporto di lavoro, sugli obblighi di trasparenza e di sicurezza, che entreranno in vigore dal 2 dicembre 2026.

Lavoro tramite piattaforme digitali: il rapporto ha presunzione di subordinazione

Lo schema di decreto estende al lavoro tramite piattaforme digitali la presunzione di subordinazione , prendendo in considerazione le modalità concrete con cui viene organizzata e controllata l’attività. Tra gli elementi rilevanti rientrano, ad esempio, l’organizzazione del lavoro da parte della piattaforma e la presenza di direttive sulle modalità e sui tempi della prestazione.

Le stesse tutele saranno applicate anche a chi lavora tramite intermediari.

Per i rapporti di lavoro instaurati prima del 2 dicembre 2026, data di entrata in vigore del decreto secondo la bozza del testo in circolazione, le nuove disposizioni si applicano soltanto successivamente a questa data.

Sì agli algoritmi, ma le decisioni più importanti dovranno essere prese dalle persone

Un elemento importante nella gestione di questo tipo di rapporti di lavoro è l’utilizzo dei sistemi automatizzati.

È possibile utilizzare gli algoritmi per organizzare e gestire il lavoro, ma le decisioni che incidono in modo significativo sulla posizione del lavoratore non potranno essere affidate “alle macchine” senza la supervisione umana.

In particolare, le decisioni relative alla limitazione, alla sospensione o alla cessazione del rapporto, alla chiusura dell’account o ad altre misure con effetti negativi sul lavoratore dovranno essere adottate esclusivamente da una persona fisica.

In caso contrario, la decisione sarà nulla e per questo tipo di violazioni è prevista una sanzione da 1.000 a 5.000 euro.

Le piattaforme dovranno inoltre valutare almeno ogni due anni l’impatto delle decisioni prese o supportate dai sistemi di monitoraggio automatizzati, anche con riferimento alle condizioni di lavoro e alla parità di trattamento. La valutazione dovrà essere comunicata, per iscritto, anche in formato digitale, ai rappresentanti dei lavoratori entro 30 giorni dalla sua conclusione.

Se dalla supervisione o dalla valutazione dei sistemi automatizzati emergono rischi elevati di discriminazione oppure si accerta che una decisione abbia violato i diritti delle persone che lavorano tramite piattaforme digitali, la piattaforma dovrà adottare le necessarie misure correttive.

Gli interventi potranno riguardare la modifica del sistema di monitoraggio o di decisione automatizzata responsabile della violazione, fino ad arrivare all’eventuale cessazione del suo utilizzo.

La mancata adozione delle misure correttive previste dal decreto comporterà una sanzione amministrativa da 5.000 a 30.000 euro.

Decisioni automatizzate, il lavoratore può chiedere spiegazioni

Le nuove regole riconoscono al lavoratore il diritto di conoscere le ragioni delle decisioni adottate o supportate da sistemi automatizzati.

La persona interessata potrà chiedere una spiegazione scritta, che dovrà essere chiara e comprensibile, che la piattaforma è tenuta a fornire entro 15 giorni dalla richiesta.

Per questo motivo si dovrà individuare una persona, con le dovute competenze, incaricata di fornire chiarimenti.

Per le decisioni più gravi, come la sospensione o la chiusura dell’account, la motivazione dovrà essere fornita entro il giorno in cui il provvedimento diventa efficace.

Il lavoratore potrà inoltre chiedere il riesame della decisione: la piattaforma dovrà rispondere entro 14 giorni con una motivazione precisa e adeguata.

Se la decisione ha violato i diritti della persona, dovrà essere rettificata senza ritardo ed entro 14 giorni. Quando la rettifica non è possibile, resta fermo l’obbligo di risarcire il danno ingiustamente causato.

Piattaforme digitali, sicurezza e ritorsioni: maggiori tutele per chi lavora

Per garantire la salute e la sicurezza sul lavoro e prevenire e contrastare violenze e molestie, le piattaforme digitali dovranno adottare adeguate misure di prevenzione e protezione, in conformità alla normativa vigente.

Dovranno inoltre attivare, previa consultazione con le organizzazioni sindacali (di cui all’articolo 51 del decreto n. 81/2015), specifici canali interni per la segnalazione di episodi di violenza e molestia.

Il decreto rafforza anche la tutela contro le ritorsioni: sono vietati il licenziamento e qualsiasi altro trattamento pregiudizievole nei confronti dei lavoratori quando siano conseguenza dell’esercizio dei diritti riconosciuti dal decreto.

Chi viene licenziato potrà chiedere alla piattaforma di conoscere le motivazioni. La risposta dovrà essere fornita per iscritto ed entro 7 giorni dalla richiesta.

In caso di ricorso all’autorità giudiziaria, spetterà alla piattaforma dimostrare che il licenziamento non sia riconducibile all’esercizio dei diritti tutelati dal decreto.

Lo schema di decreto dovrà ora completare l’iter previsto prima dell’approvazione definitiva. Se ufficializzate, le disposizioni sono destinate a entrare in vigore entro la fine dell’anno.