Il paradosso dell’IRPEF, un’ancora temporanea per gli stipendi più deboli

Rosy D’Elia - Irpef

Il perimetro dell'IRPEF e la possibilità di ridurlo con bonus e detrazioni ha salvato gli stipendi più deboli negli ultimi 35 anni. Oggi, però, il limite è stato raggiunto e serve un cambio di passo

Il paradosso dell'IRPEF, un'ancora temporanea per gli stipendi più deboli

Nella traduzione degli stipendi da lordi a netti siamo abituati a percepire il Fisco come un peso, ma la forte stagnazione delle retribuzioni, che ha interessato l’Italia negli ultimi 35 anni, ha trasformato l’IRPEF nell’unica via di salvezza.

Bonus, detrazioni e altri sconti sul conto fiscale totale messi in campo con le diverse riforme hanno tutelato il potere d’acquisto di lavoratrici e lavoratori economicamente più fragili.

Ma questa dinamica potrebbe avere rallentato la crescita degli stipendi e ha raggiunto oggi il suo limite. A segnalarlo è lo studio pubblicato ieri, 21 luglio 2026, dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Nota n. 1/2026)

Stipendi più bassi del 1990: solo l’IRPEF ha agito da protezione

Rispetto agli anni ’90, le disuguaglianze nel mercato del lavoro si sono fatte più marcate e gli stipendi sono diventati più poveri. Nelle altre grandi economie dei paesi OCSE le retribuzioni sono cresciute in media del 35 per cento.

In questa cifra ci sono due poli: quello italiano, caratterizzato da un meno 1,6 per cento, e quello statunitense che ha incrementato del 50 per cento circa le cifre che spettano a lavoratrici e lavoratori.

Sotto osservazione un lavoratore o una lavoratrice a tempo pieno. Ma se lo sguardo si allarga a tutto il settore privato l’involuzione degli stipendi è ancora più marcata.

Secondo l’analisi dell’UPB, tra il 1990 e il 2026 la retribuzione media lorda si è ridotta del 6,6 per cento. A rendere ancora più povero il lavoro dipendente italiano l’utilizzo sempre più massiccio del part time, che gli uomini accettano quando non hanno alternative e le donne per fare i conti, prima di tutto, con gli incarichi di cura.

In questi anni quasi tutti e tutte hanno perso. Ma le dinamiche retributive hanno imposto la necessità di tutelare (almeno) le posizioni più deboli, lasciando indietro necessariamente i redditi più alti.

IRPEF, la Robin Hood degli stipendi tra bonus e detrazioni

Tra cuneo fiscale e del lavoro tra i più alti dei paesi OCSE (45,8 per cento), costo della vita in crescita e aumenti bloccati, le retribuzioni italiane hanno fatto fatica a stare in piedi e per ristabilire un equilibrio, comunque fragile, i Governi hanno scelto di alleggerire la componente fiscale.

Determinanti gli interventi adottati dal Governo Renzi, con il bonus di 80 euro che per anni ha portato il suo nome, e dall’attuale Esecutivo guidato da Meloni: entro certi limiti di reddito, si è accorciata la distanza tra stipendio lordo e netto per proteggere lavoratrici e lavoratori.

Lo spazio fiscale dell’imposta sul reddito delle persone fisiche si è trasformato in un’opportunità di risparmio. L’IRPEF è diventata la Robin Hood degli stipendi: ha tolto al Fisco per dare ai poveri.

“Le riforme dell’Irpef hanno svolto una funzione di ammortizzatore della disuguaglianza di mercato, operando una redistribuzione del prelievo sistematica dalle categorie più favorite verso quelle più penalizzate in termini di retribuzioni lorde”, sottolinea lo studio.

La protezione per l’Ufficio Parlamentare di Bilancio è arrivata dalll’introduzione del bonus IRPEF, dall’ampliamento progressivo delle detrazioni da lavoro dipendente e dal taglio del cuneo fiscale.

Alcune misure sono diventate via via una direzione obbligata. Ne è un esempio il taglio delle aliquote, che in questi decenni hanno subito circa 20 modifiche, o il progressivo taglio del cuneo fiscale e contributivo: le crisi economiche e geopolitiche hanno reso sempre più urgenti e necessari gli interventi finalizzati a tutelare i redditi bassi, alzando progressivamente l’asticella.

La protezione dell’IRPEF e l’effetto freno sugli aumenti di stipendio

E l’imposta è arrivata a fare anche un lavoro che non gli spetta: oltre a garantire l’equità del prelievo fra contribuenti con differente capacità contributiva, ha anche compensato le dinamiche di mercato attraverso un sostegno diretto alle retribuzioni più contenute.

Senza dubbio, rivedere i calcoli IRPEF è stato fondamentale per la tenuta delle economie personali. Ma si tratta di una soluzione d’emergenza che non ha curato le cause della stagnazione e potrebbe aver avuto anche effetti distorsivi.

Non è escluso che la leva fiscale abbia, in realtà, agito da freno sugli aumenti di stipendio.

“La disponibilità di strumenti fiscali di sostegno ai redditi più bassi potrebbe aver influenzato le dinamiche salariali attraverso canali indiretti, ad esempio riducendo la pressione negoziale in presenza di un sostegno alternativo al reddito”, ipotizza l’Upb.

Nel frattempo il problema non è risolto: nuove crisi, che comportano nuove ondate inflazionistiche, sono già una realtà concreta.

Ma il percorso è arrivato al limite: in altre parole, non c’è più spazio per tagliare. Per recuperare nuovo terreno si dovrebbe rivedere la portata di alcune tassazioni sostitutive, come il regime forfettario o la cedolare secca, o potenziare il contrasto all’evasione.

I dati parlano chiaro: l’azione protettiva dell’IRPEF è stata utile, ma serve trovare altre strade capaci di tutelare dalle radici stipendi e qualità del lavoro ed eventualmente prevedere delle spese, non degli tagli alle imposte, per tutelare i redditi più bassi.