PEX e plusvalenze tornano alla normativa prevista fino allo scorso 31 dicembre: è quanto prevede il decreto legge fiscale, che a meno di 90 giorni dall'approvazione della Legge di Bilancio 2026 fa già retro front. Due notizie da commentare: una buona e una no
Non abbiamo fatto in tempo a metabolizzare le nuove regole, a ricalibrare la programmazione fiscale e, nel caso delle aziende maggiormente strutturate, i piani industriali che la norma già non esiste più.
Con un colpo di scena degno della (peggiore) tradizione burocratica italiana, il decreto Legge fiscale ha cancellato con un tratto di penna la riforma della tassazione sui dividendi, introdotta dalla Legge numero 199/2025, ovvero la Legge di Bilancio 2026.
Siamo all’assurdo: a meno di 90 giorni dall’entrata in vigore di una norma che doveva modernizzare il prelievo sulle partecipazioni societarie e allinearlo il più possibile agli standard europei, il Governo sceglie la via dell’abrogazione totale, riportandoci magicamente alle regole in vigore fino allo scorso 31 dicembre 2025.
Ci sono quindi due notizie da segnalare: una buona e una cattiva.
La buona notizia è data dalla boccata d’ossigeno data al tessuto imprenditoriale italiano organizzato in strutture societarie complesse.
La norma appena cancellata aveva introdotto un principio pericoloso: l’esenzione del 95% sui dividendi (IRES) sarebbe spettata solo a chi deteneva almeno il 5% del capitale o un investimento superiore a 500.000 euro. Per tutte le altre partecipazioni sotto soglia, la tassazione sarebbe schizzata al 26% (non sarebbe stata cioé applicata alcuna esenzione fiscale).
L’abrogazione ristabilisce lo status quo:
- esenzione IRES al 95% su tutti i dividendi percepiti dalle società di capitali;
- nessun vincolo di quota o valore per accedere al regime di favore;
- neutralità fiscale nei flussi di cassa tra partecipate e holding.
Perché è una buona notizia per gli imprenditori che utilizzano le Holding
Per un imprenditore, la Holding non è solo una scatola di controllo, ma un vero e proprio polmone finanziario.
La possibilità di incassare dividendi dalle controllate (o da investimenti diversificati) pagando un’imposta irrisoria (l’1,2% effettivo, ovvero il 24% sul 5% dell’imponibile) è la chiave per la pianificazione fiscale di lungo termine.
Per fare investimenti, crescita e sviluppo, diversificazione del rischio, pianificazione successoria.
Ovviamente senza cadere nella trappola dei tanti pifferai fiscali del web, che “vendono consulenze in materia di holding”, lasciando intendere che la tassazione dell’1,2% consente di avere più denaro per le proprie tasche personali. Non è così! Lo strumento va usato con estrema cura e attenzione e, soprattutto, per porre in essere operazioni di reale investimento della holding, altrimenti tutto il castello cade e si rischiano gravi conseguenze fiscali.
Perché è una cattiva notizia per tutti noi come cittadini
La cattiva notizia è data dalla conferma di un metodo che lascia spiazzati.
Fino a ieri, parlavamo di soglie del 5%, di valori minimi di 500.000 euro e di una distinzione netta tra partecipazioni strategiche e investimenti passivi.
Una riforma che, pur essendo stata accolta con freddezza dalle imprese per il suo carico punitivo verso le piccole partecipazioni, aveva almeno delineato un nuovo perimetro di gioco.
Oggi, quel perimetro non esiste più.
Ciò che lascia attoniti non è tanto il merito del ritorno alle vecchie regole — che come dicevo sopra in realtà è una notizia positiva per gli imprenditori — ma il metodo.
Come può un sistema Paese pretendere di attrarre capitali o permettere una pianificazione aziendale seria se le regole del gioco cambiano ogni tre mesi? E a volte anche meno di ogni tre mesi...!
Le holding che avevano già deliberato distribuzioni o ristrutturazioni societarie per difendersi dalla soglia dei 500.000 euro di fatto hanno posto in essere un’operazione che oggi e con il senno di poi ha solo prodotto costi di consulenza inutili e nessun vantaggio reale.
È l’ennesima dimostrazione di una politica economica e fiscale che procede per logiche puramente di gettito, tentativi ed errori, sulla pelle di chi i capitali li muove davvero.
Resta la sensazione di un’occasione persa per fare chiarezza e, soprattutto, resta la stanchezza di fronte a una instabilità normativa che ha superato il livello di guardia.
Se una legge può essere approvata a dicembre e abrogata a marzo, la parola programmazione diventa un lusso che le imprese italiane non possono più permettersi.
Si torna al 2025, dunque.
Ma con una consapevolezza in più: in Italia l’unica certezza in campo fiscale è che nulla è mai realmente definitivo.
Articolo originale pubblicato su Informazione Fiscale qui: Dividendi: una notizia buona e una cattiva