Black list e presunzione sulla tassazione delle disponibilità illecitamente detenute

Emiliano Marvulli - Dichiarazione dei redditi

La presunzione sulla tassazione delle disponibilità detenute illecitamente nei Paesi Black list non è retroattiva. Il chiarimento è arrivato con l'Ordinanza della Corte di Cassazione numero 2662/2018.

Black list e presunzione sulla tassazione delle disponibilità illecitamente detenute

La presunzione sulla tassazione delle disponibilità detenute illecitamente in Paesi black list non è retroattiva perché la norma che l’ha introdotta ha natura sostanziale e non procedurale.

Questo il principio desumibile dall’Ordinanza della Corte di Cassazione numero 2662/2018.

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Ordinanza Corte di Cassazione numero 2662/2018
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I fatti – La controversia ha avuto origine dal ricorso presentato dal contribuente avverso una serie di avvisi di accertamento e di atti di contestazione sanzioni emessi per gli anni dal 2005 al 2007, con cui l’Agenzia delle entrate recuperava a tassazione i maggiori redditi accertati in base alla presunzione di tassazione dei capitali illecitamente detenuti in paesi a fiscalità privilegiata, prevista dall’art. 12, co. 2 del D.L. 78 del 2009.

Il ricorso trovava accoglimento sia di fronte ai giudici di primo grado che in sede di appello.

L’Agenzia delle entrate impugnava dinanzi alla Cassazione la sentenza emessa dalla Commissione Tributaria Regionale, lamentando come motivo principale la violazione delle disposizioni previste dal citato art. 12, nella parte in cui è stata attribuita alla norma natura sostanziale, “con conseguente irretroattività e non applicabilità alle annualità precedenti la sua entrata in vigore.”

La presunzione di redditi sottratti a tassazione – L’oggetto principale del contendere attiene la corretta interpretazione delle disposizioni contenute nell’art. 12, co. 2 del D.L. 1° luglio 2009 n. 78, convertito nella L. 3 agosto 2009 n. 102.

Con il D.L. 78/2009, il legislatore ha introdotto una presunzione relativa in base alla quale, in deroga ad ogni vigente disposizione di legge, gli investimenti e le attività di natura finanziaria, detenuti in violazione delle norme sul monitoraggio fiscale in Paesi a fiscalità privilegiata o che non attuano lo scambio di informazioni, si considerano costituiti – ai soli fini fiscali – mediante redditi sottratti a tassazione. Al verificarsi di tali condizioni è previsto il raddoppio delle sanzioni di cui all’art. 1 del D.Lgs. 18 dicembre 2007 n. 471.

La ratio della presunzione in argomento è quella di agevolare l’Amministrazione finanziaria nell’attività di accertamento delle attività illegalmente detenute in Paesi black list ed è volta a inasprire le sanzioni applicabili in caso di sottrazione da imposizione in Italia di redditi imponibili nell’ipotesi di violazione degli obblighi di dichiarazione del quadro RW della dichiarazione dei redditi.

Trattandosi di una presunzione relativa, il contribuente a cui sono contestate le violazioni in materia di monitoraggio e di redditi sottratti a tassazione, ha la possibilità di provare l’erroneità della stessa dimostrando, ad esempio, che l’attività finanziaria detenuta illecitamente all’estero non è frutto di una condotta evasiva in Italia.

La decisione – La questione posta dinanzi al giudizio della Cassazione riguarda l’ambito di operatività delle norme contenute nel citato art. 12, aspetto molto dibattuto sin dall’entrata in vigore del relativo decreto.

A riguardo, l’Amministrazione Finanziaria insiste nel ritenere che la disposizione in oggetto abbia natura procedimentale e, in quanto tale, sia applicabile anche “riguardo alle somme detenute all’estero in violazione dei suddetti obblighi dichiarativi negli anni precedenti l’entrata in vigore dello stesso decreto legge n. 78 del 2009.”

Nel caso che ci occupa l’Agenzia delle entrate, partendo dal presupposto che la norma avesse natura procedimentale e che, quindi, la presunzione ivi prevista fosse applicabile anche a periodi d’imposta già decorsi alla sua entrata in vigore, aveva contestato l’omessa presentazione del quadro RW della dichiarazione dei redditi, e accertato un maggior reddito sulla base di tale presunzione.

I giudici di legittimità hanno ritenuto non condivisibile tale assunto.

In primo luogo la pretesa natura procedimentale della norma contenuta nell’articolo 12 del D.L. 78 del 2009, che pone in favore dell’Amministrazione Finanziaria una più favorevole presunzione legale relativa rispetto al quadro normativo vigente prima della sua entrata in vigore, è un principio che si pone “in contrasto con il tradizionale criterio della sedes materiae, che vede abitualmente le norme in tema di presunzioni collocate nel codice civile e dunque di diritto sostanziale e non già nel codice di rito.”

A ciò si aggiunga che l’applicazione della presunzione a periodi d’imposta già decorsi all’entrata in vigore della norma che l’ha introdotta porrebbe il contribuente in una condizione di sfavore in quanto questi, facendo affidamento al quadro normativo previgente, non avrebbe avuto interesse ad esempio alla conservazione di un certo tipo di documentazione, a pregiudizio dell’effettivo “espletamento del diritto di difesa, in contrasto con i principi di cui agli artt. 3 e 24 della Costituzione.”