Assunzioni: centri per l’impiego bocciati, funziona meglio il passaparola

Francesco Rodorigo - Leggi e prassi

I centri per l'impiego non funzionano come ci si aspetta e vanno potenziati. Secondo il policy brief dell'INAPP, presentato al Festival del Lavoro il 23 giugno 2022, negli ultimi 10 anni un occupato su quattro ha trovato lavoro tramite il passaparola di amici e parenti. I canali informali di ricerca del lavoro hanno portato all'assunzione del 56 per cento dei lavoratori.

Assunzioni: centri per l'impiego bocciati, funziona meglio il passaparola

Assunzioni, bocciati i centri per l’impiego. Negli ultimi 10 anni una persona su quattro ha trovato lavoro grazie al passaparola di amici e parenti.

I dati emergono dal policy brief dell’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), presentato al Festival del Lavoro il 23 giugno 2022.

Il 56 per cento degli occupati ha trovato lavoro tramite canali di ricerca informali, complice anche la digitalizzazione degli strumenti di ricerca, che ha facilitato i processi di networking e la possibilità di stabilire contatti in ambito lavorativo.

Inoltre, è venuto meno il ruolo dei concorsi pubblici, mentre l’intermediazione dei centri per l’impiego resta su livelli stabili, ma comunque troppo bassi. Riescono a trovare un impiego solamente il 4 per cento dei loro utenti.

Restringendo i canali formali si rischia di circoscrivere troppo il campo di ricerca, limitando la scelta da parte dei datori di lavoro e compromettendo la valorizzazione dei meriti e delle competenze.

Secondo il presidente dell’INAPP, Sebastiano Fadda, è necessario potenziare i centri per l’impiego e limitare la ricerca informale.

Assunzioni: centri per l’impiego bocciati, funziona meglio il passaparola

L’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) ha presentato al Festival del Lavoro, il 23 giugno 2022, il policy brief sui canali di ingresso nel mondo del lavoro.

Secondo lo studio, negli ultimi 10 anni il 56 per cento degli occupati ha trovato lavoro utilizzando canali di ricerca informali, cioè tramite contatti, conoscenti, amici o parenti.

Un lavoratore su quattro è stato assunto grazie ad amici o parenti.

Canali di ricerca usati per trovare l'attuale occupazione: prima del 2011, dopo il 2011 e totale

Il canale di ricerca che è cresciuto maggiormente è l’autocandidatura, che passa dal 13 per cento al 18 per cento. Lo si deve soprattutto al ruolo crescente dei social media e alla digitalizzazione degli strumenti di ricerca, il 75 per cento dei lavoratori ha trovato lavoro utilizzando internet.

L’intermediazione degli strumenti digitali, dunque, se non regolamentata, rischia di favorire ancora di più i processi non formali. I canali di ricerca informale, inoltre, hanno un basso costo di attivazione e tempi di risposta rapidi. Un concorso pubblico al contrario è un processo più lungo, impegnativo e spesso costoso.

Un dato degno di nota riguarda proprio il ruolo del concorso pubblico, il quale si è ridotto del 7 per cento. La causa è in parte da ritrovare nell’immobilità della Pubblica Amministrazione per quanto riguarda il turnover generazionale.

L’intermediazione informale prevale di gran lunga nel settore privato, in particolare per quanto riguarda le piccole imprese, oltre il 60 per cento. I settori più interessati sono quelli del commercio, delle costruzioni e dell’agricoltura.

Si registra un aumento dell’utilizzo dei servizi di agenzie private e job center di scuole e università, ma i numeri sono comunque inferiori rispetto agli strumenti informali.

Occupati per canale di collaborazione (2011-21), per dimensione azienda e settore economico

Assunzioni, bisogna rafforzare i centri per l’impiego e attribuirgli un ruolo centrale nella ricerca del lavoro

Il fenomeno dell’intermediazione informale nella ricerca del lavoro porta a distorsioni importanti in relazione al collocamento delle risorse umane.

I centri per l’impiego fanno da intermediari prevalentemente per le posizioni lavorative meno retribuite e con più basso livello di istruzione e conducono al lavoro una bassa percentuale della loro utenza. Secondo il presidente dell’INAPP, Sebastiano Fadda:

“chiudendo di fatto i canali formali di accesso pubblico alle posizioni migliori si restringe il campo della contendibilità e si riduce l’area di scelta per gli stessi datori di lavoro, compromettendo spesso la valorizzazione del merito e il funzionamento del cosiddetto ascensore sociale.”

Tutto questo riflette la situazione diffusa per cui le imprese sono poco disposte a condividere con i CPI i posti vacanti di maggiore qualità e le persone più qualificate non si affidano ai Centri per la ricerca del lavoro.

A dimostrarlo sono anche i numeri relativi alla retribuzione. Chi trova lavoro grazie ai centri per l’impiego riceve in media 23.000 euro lordi l’anno, contro i 32.000 euro di chi trova lavoro in ambiente professionale o i 35.000 euro di chi vince un concorso pubblico.

I CPI sono al centro delle politiche attive del lavoro, i numeri però raccontano una storia diversa. Non funzionano come dovrebbero e forniscono un contributo minimo alla ricerca del lavoro. Senza contare il costo per lo Stato.

L’impegno economico e in termini di risorse umane, nonostante gli sforzi degli ultim anni per rinnovare il sistema, si vedano i navigator, non ha portato i risultati sperati, né dal punto di vista dell’occupazione né per il sistema di politica attiva.

Come dimostrano i dati della Corte dei Conti, i centri non hanno saputo cogliere le opportunità legate al reddito di cittadinanza. Anche il PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che prevede un potenziamento del sistema rappresenta una nuova occasione.

È ancora presto per un bilancio relativo alla riforma delle politiche attive del PNRR, ma senza cambiamenti è facile prevedere come finirà.

Per il presidente dell’INAPP è necessario rafforzare i centri per l’impiego con interventi che chiariscano le funzioni da svolgere, aumentino le competenze degli addetti e migliorino l’efficienza organizzativa. Bisogna attribuirgli un ruolo centrale e attivo nel mercato del lavoro e metterli nelle condizioni di poterlo fare.

L’informalità nella ricerca del lavoro, infatti, ha forte impatto negativo:

  • riduce la dimensione del mercato del lavoro palese limitando la possibilità di contendersi le opportunità;
  • impoverisce il capitale sociale, crea sfiducia nel sistema e le persone percepiscono disparità;
  • viene meno la meritocrazia, con possibilità di perdite di produttività;
  • contribuisce alla fuga dei cervelli;
  • alimenta la crescita del lavoro povero e l’immobilità sociale.

Questo senza contare l’impatto dell’informalità sul lavoro nero, che passa proprio per questi canali.

INAPP - Comunicato stampa del 23 giugno 2022
I CANALI DI INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO

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