Prospettive di una riforma fiscale in Italia: l’analisi Eurispes

Riforma fiscale: il 33° Rapporto Eurispes propone diversi modelli di revisione dell'IRPEF, evidenziandone vantaggi e svantaggi. Dall'analisi del presente alle ipotesi del modello alla tedesca o dell'accorpamento delle aliquote, un focus sulle prospettive di revisione del sistema fiscale in Italia.

Prospettive di una riforma fiscale in Italia: l'analisi Eurispes

Il Rapporto Italia dell’Eurispes, giunto alla 33a edizione, ruota quest’anno attorno a 6 capitoli.

Ogni capitolo è illustrato attraverso saggi e 60 schede fenomenologiche su temi di stretta attualità, come, ad esempio, i fenomeni migratori, la capacità di innovazione del Made in Italy, la moda sostenibile, la comunicazione veicolata attraverso i Social Network, gli E-Sport, la questione meridionale, le professioni del futuro, la valorizzazione del capitale umano, il fisco e le possibili riforme, la robotica e l’industria 4.0, la moda etica, la Scuola in digitale, gli alunni con bisogni educativi speciali, le smart cities e le nuove esigenze abitative, le infrastrutture.

Fra queste una scheda riguarda appunto anche le prospettive di una riforma fiscale in Italia.

La parola chiave del Rapporto di quest’anno è, non a caso, “FUTURO”, per sottolineare che la costruzione degli scenari futuri richiederà una visione, un sistema di valori di riferimento, un pensiero forte in grado di guidare le nostre azioni verso una direzione ben precisa.

Nella sua Relazione, il Presidente Eurispes, Prof. Fara, ha evidenziato che se, come diceva Shakespeare nel Giulio Cesare, “gli uomini in certi momenti sono padroni del loro destino”, questo è il tempo di dimostrarlo.

E in tale contesto assume senz’altro grande rilevanza anche l’idea di Fisco che il Paese potrà avere per il futuro delle prossime generazioni.

Eurispes - sintesi 33° Rapporto Italia 2021
Eurispes, 33° Rapporto Italia. Per una nuova Ri-costruzione

Prospettive di riforma fiscale in Italia: l’IRPEF com’è oggi

Per disegnare il futuro bisogna però partire dall’analisi del presente, laddove, come noto, nell’attuale sistema IRPEF le aliquote fiscali sono cinque:

  • 23 per cento fino a 15mila euro, che corrisponde - nel caso di massimo reddito e senza considerare le detrazioni - ad una tassazione di 3.450 euro;
  • 27 per cento tra 15 e 28mila euro, con una tassazione - nel caso di reddito più alto - di 6.960 euro. È importante evidenziare che, a partire dal secondo scaglione in poi, si applica comunque l’aliquota successiva solo per la parte eccedente di reddito;
  • 38 per cento oltre i 28mila, con una tassazione pari a 17.220 euro in caso di reddito più alto;
  • 41 per cento sopra i 55mila euro, con una tassazione pari a 25.420 euro;
  • 43 per cento oltre i 75mila euro, per i contribuenti che dovranno corrispondere 25.420 euro, più il 43 per cento sul reddito eccedente.

Per arrivare alla base imponibile su cui vanno calcolate le imposte, bisogna comunque prendere in considerazione la no tax area, cioè la parte di reddito non soggetta a tassazione.

La no tax area, in principio, era stata introdotta come una deduzione dal reddito imponibile complessivo e poi si è evoluta come una serie di detrazioni per lavoro dipendente, autonomo e da pensione, decrescenti al crescere del reddito.

Dato che, applicando l’aliquota del primo scaglione alla fascia di reddito indicata in norma (8.000 euro), avremmo un’imposta di 1.840 euro (23 per cento di 8.000), è chiaro che la detrazione prevista per 1880 euro annulla, “di fatto”, ogni possibilità di pagamento di imposta.

Una volta calcolata l’imposta lorda, vanno inoltre calcolate le detrazioni, che sono gli importi che vengono sottratti dall’imposta da versare.

L’IRPEF lorda viene dunque oggi diminuita per effetto:

Alla fine di questo elaborato percorso, per i dipendenti, si arriva al “netto in busta”, e su questo reddito, già tassato, i contribuenti potranno poi, al momento della dichiarazione, calcolare le ulteriori detrazioni (spese sanitarie, mutui, ristrutturazioni edilizie, ecc.).

In un tale scenario, il comma 7 dell’articolo 1 della Legge di Bilancio 2020 ha costituito un “Fondo per la riduzione del carico fiscale sui lavoratori dipendenti”, con una dotazione di 3 miliardi di euro per l’anno 2020 e di 5 miliardi di euro annui a decorrere dal 2021, per il finanziamento della riduzione del carico fiscale sulle persone fisiche.

E il decreto legge n. 3 del 5 febbraio 2020, convertito in legge n.21 del 2 aprile 2020, ha previsto, dal 1° luglio 2020, una somma pari a 100 euro netti mensili per coloro che possiedono un reddito complessivo non superiore ad euro 28.000.

Con le misure di riduzione del cuneo fiscale contenute nel citato Dl. 3/2020, per i contribuenti con redditi tra 26.600 e 28.000 euro, l’importo annuale del trattamento integrativo è dunque pari a 1.200 euro all’anno.

Inoltre, solo per il secondo semestre del 2020, il decreto ha introdotto una detrazione da lavoro dipendente aggiuntiva a quella già esistente, che interessa i redditi compresi tra 28.000 e 40.000 euro e diminuisce all’aumentare del reddito.

La misura ha comunque solo carattere temporaneo, in vista di una revisione strutturale del sistema delle detrazioni e potranno beneficiarne coloro che percepiscono un reddito complessivo compreso tra 28.000 e 40.000 euro.

Le nuove misure hanno determinato una leggera riduzione della media delle Ame (Aliquote marginali effettive), laddove la diminuzione è concentrata nella fascia di reddito tra 24.600 e 26.600 euro (che include, secondo le stime Banca d’Italia, circa un milione di lavoratori, a cui spetta il bonus maggiorato di 100 euro al mese) ed è solo parzialmente compensata però dall’aumento delle stesse aliquote marginali (più ridotto, dell’effetto diminuzione del beneficio fiscale, non spettando a questi il bonus, ma solo una detrazione) che si verifica nella fascia tra 28.000 e 40.000 euro (circa 3 milioni di lavoratori).

In un tale contesto si è dunque avviata un’ampia discussione, in sede dottrinale e politica, su come riformare il sistema fiscale.

Ed è su questo dibattito che il Rapporto Eurispes concentra la propria attenzione, rilevando quanto segue.

Riforma fiscale, focus al modello tedesco nel Rapporto Eurispes

Tra i modelli a cui, anche in funzione di recuperare maggiore progressività di sistema, è stato guardato con maggiore interesse vi è stato in particolare il cosiddetto “modello tedesco” con aliquota continua, il quale comporta aliquote marginali costantemente crescenti dal 14 per cento al 42 per cento, con un’ulteriore aliquota al 45 per cento.

Per garantire l’effettività del diritto al “minimo vitale”, è riconosciuta, anche in tal caso, un’area di esenzione del reddito che da circa 8.000 euro nel 2010 è stata aumentata a 9.408 euro nel 2020 per ciascun contribuente. Tale importo esente è raddoppiato, se il contribuente è coniugato o unito civilmente.

Dal confronto con la progressività a “scaglioni” italiana si evince che l’aliquota marginale massima tedesca eccede quella italiana (45 per cento rispetto al 43 per cento), ma la base imponibile a cui è applicabile l’aliquota tedesca è quasi quadrupla rispetto all’italiana (270.501 euro contro i 75.000 euro del nostro ultimo scaglione).

Il vantaggio di applicare anche in Italia un sistema simile a quello tedesco consisterebbe nel fatto che non vi sarebbe più la grande distanza di trattamento tra contribuenti che ricadono per pochi euro in uno scaglione di reddito o nel successivo, come nel sistema attuale.

Per evidenziare però il reale vantaggio che un tale sistema comporterebbe, sarebbe comunque opportuno se non considerare, in quanto obiettivamente complesso, tutte le possibili ipotesi di detrazioni, almeno tenere conto delle detrazioni su redditi di lavoro e pensione, che fanno in realtà parte del vero e proprio meccanismo di determinazione dell’imposta.

Per comprendere l’effettivo vantaggio bisognerebbe quindi confrontare il “netto detrazioni” con il vantaggio derivante dalle “nuove” imposte dovute, dato che, in caso contrario, verrebbero confrontate grandezze diverse.

L’effettivo vantaggio di proposte basate sul modello tedesco, rispetto all’attuale sistema, non può dunque prescindere dalla considerazione degli effetti delle detrazioni (solo considerando quelle da lavoro dipendente il vantaggio si riduce notevolmente).

La pressione fiscale è infatti determinata anche dal mix di detrazioni e deduzioni, laddove al meccanismo delle detrazioni fiscali, in un’ottica complessiva di riforma fiscale, si potrebbero allora sostituire trasferimenti diretti in denaro, come l’assegno unico per le famiglie (pilastro della manovra di Bilancio 2021), avvantaggiando così anche gli incapienti, che non hanno imposte sufficienti da compensare con le detrazioni e le deduzioni.

Rispetto all’ipotesi modello tedesco, bisogna inoltre tenere presente che la nostra struttura socio-economica è molto diversa da quella della Germania.

In Italia vi sono infatti oltre 5 milioni di autonomi, mentre in Germania la stragrande maggioranza dei contribuenti sono dipendenti di medie e grandi imprese.

L’aliquota personalizzata alla tedesca recupererebbe dunque progressività solo per chi paga l’IRPEF a scaglioni, ma non per quanti sono soggetti ai tanti regimi sostitutivi oggi vigenti nel nostro sistema.

Riforma fiscale, riduzione aliquote IRPEF come alternativa al modello tedesco

In alternativa al modello tedesco, allora, evidenzia il Rapporto, si potrebbe valutare l’opportunità di un ricorso alla riduzione delle aliquote.

Una prima ipotesi prevede, ad esempio, che le due centrali del 38 per cento (tra i 28mila e i 55mila euro) e del 41 per cento (tra i 55mila e i 75mila euro lordi) potrebbero unirsi in un’unica area 36 per cento.

Tale accorpamento coinvolgerebbe 8,2 milioni di contribuenti con un costo di circa 5 miliardi.

Tra le ipotesi in campo vi potrebbe poi essere anche quella di un accorpamento delle prime due aliquote, quelle del 23 per cento per i redditi fino a 15.000 euro e del 27 per cento per i redditi fino a 28.000 euro, in una sola aliquota - pari, ad esempio al 20 per cento - che si applicherebbe a tutti i contribuenti con redditi fino a 28.000 euro.

Ma le ipotesi intermedie possono comunque essere le più svariate.

Altra ipotesi potrebbe, ad esempio, consistere nell’introdurre un’aliquota unica tra i 15mila e i 75mila euro al 27 per cento.

Oltre i 75mila euro si continuerebbe a pagare il 43 per cento.

Così come sotto i 15mila si continuerebbe a pagare il 23 per cento.

Un sistema dunque con solo tre aliquote, ma con un maxi-scaglione nella parte centrale.

Secondo le simulazioni effettuate per testare il costo di questa ipotesi, la perdita di gettito per le casse dello Stato non sarebbe drammatica. Il primo anno il costo sarebbe di 9 miliardi di euro e poi, a regime, aumenterebbe fino a 12 miliardi di euro.
Gli effetti per i contribuenti, evidenzia il Rapporto, sarebbero del resto molto rilevanti.

Sempre secondo le simulazioni, ogni mille euro di reddito oltre i 28mila euro, si risparmierebbero infatti circa 110 euro.

Oltre i 55mila euro, per ogni mille euro aggiuntivi dichiarati, il risparmio salirebbe a 140 euro.

Quindi, per esempio, con un reddito di 40mila euro, il risparmio sarebbe di 1.320 euro l’anno.

A 50mila euro i risparmi salirebbero a 2.430 euro l’anno, e a 60mila euro si raggiungerebbero i 3.500 euro di minori tasse.

Riforma fiscale non più rinviabile

In conclusione, rileva Eurispes, a prescindere da quale strada sarà in concreto ritenuta preferibile, è certo che un intervento sull’attuale sistema è ormai improcrastinabile, laddove, se si prende, per esempio, in considerazione la busta paga lorda di un lavoratore medio italiano, questa ammonta a circa 29.380 euro e ciò significa che ai fini IRPEF, tale soggetto è considerato come uno dei contribuenti più ricchi, collocato nel terzo scaglione Irpef e colpito da un’aliquota marginale del 38 per cento.

Mentre un manager con uno stipendio di circa 900mila euro l’anno è soggetto ad un’IRPEF di soli 5 punti percentuali in più rispetto ad un lavoratore medio.

E, ancora, un’azionista di una grande azienda può guadagnare milioni grazie ai dividendi ricevuti e pagare un’imposta con un’aliquota fissa del 26 per cento, nettamente inferiore a quella pagata da un lavoratore medio con stipendio fisso di circa 1.000 euro al mese lordi.

Anche guardando, peraltro, a quanto evidenziato a gennaio 2021, in audizione presso la VI Commissione di Camera e Senato dal Direttore delle Entrate, l’esigenza di una riforma dell’IRPEF deriva quindi dalla necessità di correggere alcune criticità che hanno allontanato tale imposta dai canoni costituzionali di equità e da un modello chiaramente riconoscibile, generando numerosi problemi, quali:

  • un sistema articolato di calcolo dell’imposta netta e, in particolare, dell’aliquota media e marginale effettiva;
  • aliquote marginali elevate sui redditi bassi;
  • detrazioni decrescenti al crescere del reddito, che provocano sui redditi medio-bassi (entro i 55.000 euro), il cosiddetto “salto di aliquota”, ossia uno scalino dell’aliquota marginale sui redditi aggiuntivi;
  • una progressività molto elevata per livelli bassi di reddito imponibile (entro i 40.000 euro), cui corrisponde un’imposta più alta da versare; progressività che si riduce molto per i livelli elevati di reddito;
  • detrazioni e deduzioni, comprese quelli per carichi familiari, e imposizione sostitutiva per talune tipologie di reddito (dipendente, lavoro autonomo) che non assicurano la medesima imposta a parità di reddito individuale per effetto dell’erosione della base imponibile.

Insomma, sembra davvero arrivato il momento di programmare il futuro, anche fiscale.

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