Pagare meno tasse grazie al marchio: quando e come è possibile per le aziende

Laura Diana - Fisco

Quando si parla di marchio, molti imprenditori pensano subito alla tutela legale. Ed è normale: registrarlo serve a proteggere nome, identità e posizionamento dell’impresa

Pagare meno tasse grazie al marchio: quando e come è possibile per le aziende

Basta pensare a marchi famosi come Apple, Nike o Coca-Cola. Il loro valore non dipende solo dal prodotto che vendono, ma anche dalla forza del nome, dalla riconoscibilità del logo e da tutto ciò che quel marchio rappresenta nella mente del pubblico. Proprio per questo, proteggerlo non è un dettaglio burocratico, ma una scelta strategica.

Ma c’è anche un altro aspetto, spesso considerato meno: quello fiscale.

Su questo punto, però, conviene essere chiari fin da subito. Il marchio può portare vantaggi fiscali concreti, ma non va letto come una scorciatoia o come una leva da attivare sempre e comunque. Il beneficio esiste, ma va inserito in una valutazione più ampia, che riguarda l’utilità reale del marchio per l’impresa e la sostenibilità della struttura costruita attorno ad esso.

Quali sono i vantaggi fiscali del marchio

Sul piano fiscale, il marchio può produrre effetti interessanti su più livelli.

Il primo riguarda i costi sostenuti per la registrazione, il rinnovo e la tutela. Se sono inerenti all’attività d’impresa, cioè collegati in modo reale all’attività aziendale, possono rilevare fiscalmente come normali costi aziendali. Questo significa che non rappresentano solo un’uscita economica, ma incidono anche sulla determinazione del reddito.

C’è poi il tema dell’ammortamento. L’ammortamento è il meccanismo con cui un costo non viene “scaricato” tutto insieme nell’anno in cui viene sostenuto, ma viene distribuito nel tempo. Succede perché alcuni beni o diritti, come appunto un marchio, non esauriscono la loro utilità in pochi mesi, ma possono generare valore per più anni.

Se il marchio viene iscritto tra le immobilizzazioni immateriali, il relativo costo può essere ripartito nel tempo.

In concreto, invece di considerare quel costo tutto in un solo momento, lo si suddivide in più quote annuali. È un po’ come dire che quell’investimento viene “spalmato” su più anni, perché i suoi effetti non si esauriscono subito ma accompagnano l’attività dell’impresa nel medio-lungo periodo.

Quindi, invece di pesare tutto su un solo esercizio, cioè su un solo anno contabile, il costo viene distribuito su più anni, in linea con l’utilità che il marchio genera nel tempo.

Infine, nei gruppi societari, il marchio può essere concesso in uso tramite licenza.
In questi casi entrano in gioco le royalties infragruppo: un costo per chi utilizza il marchio, un ricavo per chi lo detiene. È qui che il tema diventa più delicato, perché il canone deve remunerare un valore reale e non ridursi a un semplice spostamento interno di costi e ricavi tra società.

Facciamo un esempio con i numeri

Ci sono delle regole stabilite dai principi contabili nazionali e internazionali, ma immaginiamo che una società sostenga 20.000 euro di costi complessivi per creare, registrare e tutelare un marchio.

Se quel costo viene considerato interamente nell’anno in cui è stato sostenuto, l’impresa avrà un impatto economico e fiscale concentrato subito su quell’unico periodo.

Se invece il marchio viene iscritto correttamente tra le immobilizzazioni immateriali e il costo viene ammortizzato, ad esempio in 10 anni, quei 20.000 euro verranno suddivisi in quote annuali da 2.000 euro all’anno.

Questo significa che, anziché avere tutto il costo concentrato nel primo anno, l’impresa porterà a conto economico una quota di 2.000 euro per ciascun anno del periodo considerato.

Facciamo anche un esempio infragruppo.

La Società A detiene il marchio. La Società B lo utilizza per vendere prodotti o servizi. Si stabilisce un canone annuo di 12.000 euro per l’uso del marchio.

In questo caso:

  • per la Società B, i 12.000 euro rappresentano un costo;
  • per la Società A, i 12.000 euro rappresentano un ricavo.

Ma il punto non è solo contabile. Bisogna poter dimostrare che quel marchio ha davvero un valore, che la Società B trae un’utilità concreta dal suo utilizzo e che i 12.000 euro annui non sono un numero scelto a caso, ma un compenso coerente con il valore effettivo del marchio.

Il ragionamento di base è semplice: se un costo è inerente, produce l’effetto fiscale che ogni costo aziendale può produrre. Da questo punto di vista, il marchio non fa eccezione.

La vera domanda è se serve davvero

Ed è proprio qui che sta il passaggio più importante. Il fatto che un costo sia fiscalmente rilevante non lo rende, da solo, una scelta intelligente.

Per questo il punto non è dire che “il marchio fa risparmiare tasse”. Il punto è capire se, nel caso concreto, se quel marchio esiste e se serve davvero all’impresa.

Se il marchio tutela un’identità riconoscibile, rafforza il posizionamento, protegge un valore costruito nel tempo e accompagna una strategia precisa, allora il beneficio fiscale si inserisce in una scelta che ha già una sua logica economica. In questo caso, il profilo fiscale è un effetto positivo di qualcosa che ha già senso di per sé.

Diversamente, il rischio è semplice: considerare il marchio una scelta virtuosa solo perché genera un effetto fiscale, ma è una costruzione fittizia e quindi fiscalmente attaccabile dall’Agenzia delle Entrate. Ed è qui, a mio avviso, che entra davvero in gioco la consulenza.

Quando il vantaggio può diventare un tema delicato

Il tema diventa ancora più delicato quando il marchio viene inserito in una struttura infragruppo e concesso in uso a un’altra società tramite licenza, con il pagamento di royalties. In questi casi, il meccanismo può apparire semplice: una società detiene il marchio, un’altra lo utilizza e remunera questo utilizzo con un canone. Ma è proprio qui che il ragionamento non può fermarsi alla forma.

Il punto centrale è capire se quell’operazione abbia una sostanza economica reale.

In altre parole, non basta un contratto scritto correttamente: bisogna poter spiegare perché quel marchio ha un valore, quale utilità concreta produce per chi lo usa e perché il compenso pattuito è coerente. Occorre quindi chiedersi:

  • se il marchio abbia un valore autonomo,
  • se generi un’utilità concreta per la società che lo usa
  • se la royalty sia davvero allineata a quel valore.

Quando manca questo collegamento, la struttura si indebolisce, anche se il contratto è formalmente corretto.

Per rendere l’impianto più solido servono quindi diversi elementi:

  • un marchio che sia davvero un asset,
  • un criterio ragionevole nella determinazione del canone,
  • una base di calcolo chiara
  • una documentazione capace di spiegare la logica economica dell’operazione.

In sintesi, il profilo fiscale può essere rilevante, ma non è il punto di partenza. Prima viene l’utilità concreta del marchio. Solo dopo può arrivare una struttura davvero sostenibile e difendibile.