Mercato del lavoro: il numero degli occupati è cresciuto, ma non basta

Rosy D’Elia - Leggi e prassi

Mercato del lavoro: il numero degli occupati cresce rispetto al 2008, ma le ore di lavoro sono ancora troppo poche. Aumentato del 3,9% anche il tasso di disoccupazione. I dati nel rapporto del Ministero del Lavoro presentato il 25 febbraio 2019.

Mercato del lavoro: il numero degli occupati è cresciuto, ma non basta

Mercato del lavoro: rispetto al 2008 il numero degli occupati è cresciuto di 125 mila unità, ma non basta. Le ore di lavoro sono ancora troppo poche. E inoltre, rispetto a 10 anni fa, il tasso di disoccupazione è aumentato del 3,9%.

I dati del rapporto Il Mercato del Lavoro 2018 , che è frutto di un accordo tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal, sono stati presentati presso l’Istituto nazionale di Statistica il 25 febbraio 2019.

Produrre informazioni armonizzate, complementari e coerenti sulla struttura e sulla dinamica del mercato del lavoro in Italia è lo scopo del lavoro congiunto sul tema.

Verso una lettura integrata”, recita il sottotitolo del rapporto. I dati da considerare per una fotografare lo stato di salute del mercato del lavoro, infatti, vanno contestualizzati e letti in relazione tra loro.

Il primo riferimento da prendere in considerazione può essere il panorama europeo e indica che c’è ancora tanto lavoro da fare: nonostante la crescita dell’occupazione negli ultimi anni, rimane ampia la distanza dell’Italia dall’Ue15: nel 2017 il tasso di occupazione della media Ue15 è pari al 67,9%, mentre quello italiano è pari al 58%.

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Mercato del lavoro 2018 - Verso una lettura integrata
Scarica il report elaborato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal e diffuso il 25 febbraio 2019.

Mercato del lavoro: un confronto tra il 2008 e il 2018, prima e dopo la crisi

Nonostante le difficoltà e gli sforzi ancora da compiere, dal rapporto emerge che il mercato del lavoro italiano ha dimostrato una buona tenuta. Potremmo dire che si mantiene in equilibrio sul filo bilanciando percentuali positive, se si guarda all’andamento complessivo, e dati meno confortanti, se si guardano aspetti più specifici.

Dopo il rilevante incremento nel 2017, l’occupazione è cresciuta ancora raggiungendo nel secondo trimestre 2018 il massimo storico di 23,3 milioni di unità.

Dopo i dati negativi del 2013, il numero di persone occupate recupera e supera di 125 mila unità il livello del 2008, ma la quantità di lavoro utilizzato risulta ancora sensibilmente inferiore.

La prima fase della crisi ha generato un divario tra ore e occupati, che poi si è stabilizzato: la divergenza massima raggiunta è di 5,6 punti nel primo trimestre 2015 ed è rimasta invariata fino al 2018, quando nel terzo trimestre si è arrivati alla percentuale del 4,4%.

Nonostante la ripresa, quindi, guardando alla media dei primi tre trimestri del 2018 gli sforzi da fare per pareggiare i valori del 2008 sono ancora tanti:

  • il Pil resta del 3,8% al di sotto del livello pre-crisi;
  • le ore del 5,1%;
  • l’occupazione – in termini di occupati interni – dello 0,5%.

Per colmare il divario, in termini di input di lavoro, mancano ancora poco circa 1,8 milioni di ore, oltre un milione di Unità di lavoro a tempo pieno (Ula) e poco più di 100 mila occupati interni.

I dati di dettaglio nella tabella elaborata dall’Istat

Mercato del lavoro: lavoratori più anziani e più istruiti, verso uno spreco di capitale umano

Dai dati che emergono dal rapporto si evince che, sebbene il mercato del lavoro abbia retto il peso della crisi, inevitabili sono state le conseguenze.

Uno di questi è l’incremento del part time involontario: in dieci anni gli occupati che lavorano a tempo parziale perché non hanno trovato un impiego a tempo pieno sono aumentati di circa un milione e mezzo, a fronte del calo di 866 mila occupati full time.

Un effetto, che secondo quanto si legge nel documento, è dovuto a due fattori:

  • l’indebolimento della domanda di lavoro;
  • la ricomposizione dell’occupazione per settore di attività economica, che ha aumentato il peso di comparti con una maggiore incidenza di lavoro a tempo parziale (alberghi e ristorazione, servizi alle imprese, sanità e servizi alle famiglie) e diminuito quello di settori con più occupati a tempo pieno (industria in senso stretto e costruzioni).

Gli effetti del decennio non hanno avuto solo una ricaduta sulle modalità di lavoro, ma anche sulla composizione socio demografica dei lavoratori.

Buone notizie per l’occupazione femminile: le donne lavoratrici nel 2018 sono mezzo milione in più, con un aumento di 5,4 punti percentuali rispetto all’analogo periodo del 2008, mentre gli uomini sono 388 mila in meno, -2,8%.

Cresce anche il numero dei lavoratori stranieri che passano dal 7,1% al 10,6% del totale e si concentrano nei settori dove erano già maggiormente presenti: alberghi e ristorazione, agricoltura e servizi alle famiglie.

Poco incoraggianti, invece, sono i dati che riguardano il Sud: la crisi ha prodotto un ulteriore impoverimento occupazionale del Mezzogiorno accentuando il divario con il resto del paese.

Nel Centro-Nord la ripresa è iniziata prima e ha portato al recupero occupazionale già nel 2016, arrivando a quasi 376 mila occupati in più nel 2018, nelle regioni meridionali il calo degli occupati ha toccato il massimo di 600 mila unità fino al 2014 e il saldo rispetto al periodo pre-crisi è ancora nettamente negativo: pari a 262 mila lavoratori in meno, in termini assoluti, e al 4,1%.

In generale, nell’identikit dei lavoratori elaborato dal rapporto, gli occupati risultano più anziani e più istruiti: nel mondo del lavoro si entra sempre più tardi, e con un grado di istruzione superiore rispetto a prima.

Un fattore che non favorisce l’incontro tra domanda e offerta nel mercato: è in atto, infatti, una ricomposizione delle professioni che favorisce quelle poco qualificate a danno di quelle altamente qualificate creando i presupposti per uno spreco di capitale umano.

Il disallineamento tra domanda e offerta appare ancora più singolare, se si considera che per raggiungere il tasso di occupazione Ue15 al nostro paese mancano circa 3,8 milioni di occupati soprattutto in settori qualificati come la sanità, l’istruzione e la pubblica amministrazione.

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