Pensioni: uscita dal lavoro sempre più lontana, i dati del rapporto INPS

Francesco Rodorigo - Pensioni

Continua ancora a crescere l’età media di accesso alla pensione. Nel 2025 cittadini e cittadine sono uscite dal lavoro in media a 64,7 anni rispetto ai 64,5 del 2024

Pensioni: uscita dal lavoro sempre più lontana, i dati del rapporto INPS

In Italia si va in pensione sempre più tardi. L’età media in cui lavoratori e lavoratrici escono dal mondo del lavoro aumenta a 64,7 anni rispetto ai 64,5 del 2024

Questo uno dei dati salienti del Rapporto annuale dell’INPS presentato il 9 luglio alla Camera dei Deputati.

Se da un lato le pensioni di vecchiaia mostrano una progressiva convergenza dell’età media verso il requisito ordinario, le pensioni anticipate riflettono più direttamente l’evoluzione negli anni dei requisiti contributivi e l’introduzione di canali temporanei di flessibilità.

Inoltre, emerge sempre più il fenomeno dei “pensionati lavoratori”, che segnala un confine sempre più sfumato tra quiescenza e occupazione.

Pensioni: uscita dal lavoro sempre più lontana, i dati del rapporto INPS

I dati del XXV rapporto INPS restituiscono una fotografia delle pensioni nell’attuale processo di invecchiamento della popolazione. Il numero dei pensionati resta stabile e supera i 16 milioni. Di questi il 96 per cento riceve una prestazione INPS.

Nel 2025 le nuove pensioni liquidate sono state circa un milione e mezzo, in calo dell’1,8 per cento rispetto al 2024. A subire il calo sono state principalmente le pensioni anticipate, per effetto delle restrizioni introdotte nel corso degli ultimi anni, e quelle ai superstiti, mentre sono invariate le pensioni di vecchiaia.

Il dato che deve far riflettere è quello che riguarda la grande crescita della componente assistenziale, e nello specifico dell’indennità di accompagnamento, il cui stock è più che raddoppiato tra il 2002 e il 2026, da circa 1 milione a quasi 2,2 milioni di prestazioni.

La crescita riflette sia l’aumento della popolazione anziana e molto anziana, sia il fatto che la prestazione viene mantenuta più a lungo, per via del miglioramento della speranza di vita. “Tali dati richiamano l’attenzione sulla necessità di attivare misure per la gestione del rischio di non autosufficienza”, precisa l’INPS.

Focalizzando l’attenzione sui tempi di accesso al pensionamento da parte di lavoratori e lavoratrici, il rapporto evidenzia un costante aumento dell’età media per la decorrenza delle pensioni, sia di vecchiaia che anticipate. Nel 2025, lavoratori e lavoratrici dipendenti hanno avuto accesso alla pensione in media a 64,7 anni, rispetto ai 64,5 del 2024 e ai 61,7 anni nel 2012.

Nel 2027, ricordiamo, è previsto il primo dei nuovi aumenti dell’età pensionabile: passerà da 67 anni a 67 anni e un mese. Ulteriori due mesi si aggiungeranno poi dal 2028, in attesa del nuovo adeguamento biennale previsto per il 2029 che potrebbe comportare ulteriori incrementi.

Su questo la Ministra del Lavoro, Marina Calderone, raggiunta a margine dell’evento dai microfoni della redazione di Informazione Fiscale, ha precisato che:

“nel sistema contributivo l’aumento dell’età pensionabile è collegato strettamente a quella che è la speranza di vita. Più aumenta la speranza di vita più c’è l’adeguamento. Io credo che il tema sia da legare, invece, all’invecchiamento attivo della popolazione, cioè chi vuol lavorare deve poter essere nelle condizioni di poter lavorare. L’importante è avere attenzione e sensibilità nei confronti di tutte quelle attività lavorative che possiamo considerare faticose e usuranti. Su questo credo sia utile aprire una riflessione generale anche per ragionare sulla gravosità connessa ad attività che non sono contemplate nelle vecchie norme che guardavano a un mondo del lavoro diverso.”

A questo proposito dall’analisi INPS emerge il fenomeno crescente dei “pensionati lavoratori”, che segnala un confine sempre più sfumato tra quiescenza e occupazione. Di chi è andato in pensione tra il 2019 e il 2023, quasi il 6 per cento risulta presente negli archivi dei lavoratori dipendenti del settore privato. Nel primo anno della pensione, la continuità con il precedente datore di lavoro è molto elevata: circa 9 nuovi pensionati lavoratori su 10 restano presso la stessa impresa.

Pensioni: nell’importo dell’assegno resta il gap uomo-donna

L’aumento dell’età pensionistica deriva anche dalla graduale transizione verso il sistema contributivo che spinge i lavoratori a rimanere maggiormente al lavoro per aumentare l’assegno della pensione. Ed è proprio sugli importi degli assegni, come evidenzia il rapporto INPS, che si trovano le maggiori criticità.

Sebbene, come detto, il numero dei pensionati sia stabile, con le donne che rappresentano la maggioranza delle persone in pensione, queste ultime percepiscono meno della metà dei redditi pensionistici complessivi, a causa di carriere contributive storicamente più discontinue e di retribuzioni inferiori.

Rispetto al 2024, l’importo medio lordo mensile dei redditi pensionistici è aumentato dell’1,3 per cento, ma l’importo dei redditi percepiti dagli uomini supera quello delle donne di circa il 34 per cento.

Come si vede dalla tabella, tra le prestazioni previdenziali vigenti al 31 dicembre 2025, sono le pensioni anticipate a presentare l’importo medio più elevato, pari a 2.162 euro mensili, per via della maggiore durata media delle carriere. Queste sono seguite dalle pensioni di invalidità con 1.130 euro, dalle pensioni di vecchiaia con 1.035 euro, e dai trattamenti ai superstiti con 868 euro. Le prestazioni assistenziali restano, invece, su livelli più contenuti, in media circa 511 euro mensili.