Bonus terme, ma nel nuovo DPCM c’è la chiusura dei centri: aiuti Covid in corto circuito

Rosy D’Elia - Incentivi alle imprese

Nasce il bonus terme, ma nel nuovo DPCM c'è la chiusura dei centri termali ad eccezione di quelli con presidio sanitario: aiuti Covid in corto circuito. Nei settori particolarmente colpiti dall'emergenza coronavirus, le misure di sostegno fanno i conti con le nuove restrizioni e un tempismo sbagliato. A rischio la loro efficacia.

Bonus terme, ma nel nuovo DPCM c'è la chiusura dei centri: aiuti Covid in corto circuito

Nasce il bonus terme, ma nel nuovo DPCM c’è la chiusura dei centri ad eccezione di quelli con presidio sanitario. In linea generale, poi, l’incentivo a utilizzare i servizi termali fa contrasto con la raccomandazione di spostarsi e uscire di casa solo per necessità. Gli aiuti Covid generano un corto circuito proprio nei settori particolarmente colpiti dall’emergenza coronavirus.

Le misure di sostegno fanno i conti con nuove restrizioni e un tempismo sbagliato. Risultato? L’efficacia degli strumenti messi in campo è a rischio.

Bonus terme, ma nel nuovo DPCM c’è la chiusura dei centri: aiuti Covid in corto circuito

Nel testo di conversione in legge del Decreto Agosto, entrato in vigore il 13 ottobre 2020, è stato inserito un nuovo articolo, il 29 bis:

“Al fine di mitigare la crisi economica derivante dall’emergenza epidemiologica da COVID-19, nello stato di previsione del Ministero dello sviluppo economico è istituito un fondo con una dotazione di 20 milioni di euro per l’anno 2020 e 18 milioni di euro per l’anno 2021, destinato alla concessione, fino all’esaurimento delle risorse, di buoni per l’acquisto di servizi termali. I buoni di cui al presente comma non sono cedibili, non costituiscono reddito imponibile del beneficiario e non rilevano ai fini del computo del valore dell’indicatore della situazione economica equivalente.

2. Con decreto del Ministro dello sviluppo economico, da emanare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono stabiliti i criteri e le modalità attuative del beneficio di cui al comma 1”.

Con il DPCM del 18 ottobre 2020 è cominciata una nuova tornata di restrizioni che ha portato alle ultime misure drastiche annunciate dal premier Giuseppe Conte domenica 25 ottobre.

Nel DPCM del 24 ottobre che impone un semi lockdown all’articolo 1 si legge: “sono sospese le attività di palestre, piscine, centri natatori, centri benessere, centri termali, fatta eccezione per quelli con presidio sanitario obbligatorio o che effettuino l’erogazione delle prestazioni rientranti nei livelli essenziali di assistenza, nonché centri culturali, centri sociali e centri ricreativi”.

In altre parole, in meno di due settimane nasce un bonus per incentivare l’acquisto di servizi termali ma si chiudono alcuni dei centri presso i quali è possibile utilizzarli.

Gli unici salvi sono quelli dotati di presidio sanitario, come sottolinea il presidente di Federterme Massimo Caputi in una nota sull’ultimo DPCM approvato: “Conte, Speranza e Bonaccini hanno compreso, in un momento drammatico per il Paese, l’importanza del sistema termale italiano”.

Nonostante le eccezioni, per i cittadini le indicazioni sono chiare: uscire solo per attività necessarie.

Le disposizioni restano in vigore fino al 24 novembre 2020. Per il 2020 sono stati stanziati 20 milioni di euro.

In un’ottica ottimistica a fine novembre potrebbero riaprire tutti i centri e i bonus terme potrebbero essere già erogati e spesi dai cittadini. Ma comunque non ci sarebbero i tempi per un’iniezione di linfa vitale di cui il settore termale ha bisogno.

Le strutture appartenenti a tutti i settori citati dal DPCM si trovano, infatti, dover fare i conti con nuove restrizioni dopo gli investimenti effettuati per adeguarsi alle misure di sicurezza necessarie per arginare il rischio di contagio.

Tra costi, mancati incassi, chiusure e strumenti di sostegno è una lotta impari.

Bonus terme, gli aiuti Covid devono fare i conti con le nuove restrizioni

Il bonus terme che nasce quasi alla vigilia di una nuova chiusura fa emergere con chiarezza che il sistema di aiuti, su alcuni fronti, è in corto circuito.

Introdurre un buono per l’acquisto dei servizi termali ad ottobre, quando già la curva dei contagi è in crescita e alcune attività sono a rischio chiusura, è un tentativo di aiuto destinato a fallire.

Mettere in moto una macchina organizzativa, stanziare dei fondi, immaginare degli effetti positivi risulta uno sforzo inutile se il meccanismo non può essere attivato a pieno regime. Sicuramente non è questa l’unica misura prevista per il settore termale, ci sono le indennità per i lavoratori, gli esoneri contributivi, le esenzioni, ma in ogni caso la scelta di seminare su un terreno che non può dare frutti appare paradossale.

In un momento di emergenza prolungata, come quello che viviamo, ottimizzare risorse ed energie e programmare gli aiuti alla luce degli scenari possibili è l’unica strada da percorrere.

A raccomandarlo è la stessa Corte dei Conti che nella memoria della Corte dei Conti sul Decreto Agosto depositata in Senato il 4 settembre 2020 ha sottolineato l’esigenza di

“concentrare le risorse sulle aree di maggiore criticità, assicurando una più marcata selettività degli interventi ed evitando di disperdere le disponibilità su misure non strettamente necessarie”

Ci sono fronti, come quello del turismo, in cui l’emergenza economica determinata dal coronavirus è più difficile da combattere e gli strumenti messi in campo devono essere studiati al meglio: la necessità di limitare e ripensare la vita sociale mette a dura prova il settore, come dimostrano i dati diffusi da Federalberghi il 14 ottobre 2020.

Secondo i dati presentati, nel 2020 nelle strutture ricettive si perderanno 245 milioni di presenze totali con una riduzione del fatturato del comparto ricettivo pari a 14 miliardi di euro (-56,9%).

Già a metà anno, giugno 2020, l’ISTAT segnalava:

“Gli effetti della recente pandemia Covid-19 hanno reso particolarmente evidente la rilevanza di questo settore: in Italia l’improvvisa e drastica contrazione dei flussi turistici avrà significativi impatti sul PIL nazionale e conseguenze serie sulle imprese del settore e del suo indotto”.

L’idea di concedere un voucher per l’acquisto dei servizi, in un’Italia che era già a un passo da un nuovo stop, appare un controsenso. D’altronde, come dimostra lo scarso successo del bonus vacanze, il meccanismo non ha funzionato neanche mesi in cui una ripartenza è apparsa possibile.

A parlare sono i dati: per il bonus vacanze erano state previste risorse utili a soddisfare 5,1 milioni di domande mentre al 23 settembre sono solo 1,5 milioni le richieste effettivamente presentate.

Le risorse utilizzate, infatti, risultano pari a 689.760.100 euro, a fronte di uno stanziamento di 1.677,2 milioni di euro.

Replicare in tempo di guerra uno strumento che non ha funzionato neanche in un periodo di tregua, come quello estivo, sembra andare controcorrente rispetto a quanto raccomandato dalla Corte di Conti: dall’efficacia delle misure di sostegno dipende la possibilità di ripresa dell’economia.

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