Non solo smartphone e PC: la tassa sulla memoria si estende al cloud. Chi paga e quanto

Una tassa su smartphone e PC che si evolve e include anche i ricordi: salgono i compensi per la copia privata e nel perimetro degli obblighi vi rientrano anche gli spazi di archiviazione in cloud. Le novità nel decreto firmato dal Ministro della Cultura

Non solo smartphone e PC: la tassa sulla memoria si estende al cloud. Chi paga e quanto

Una “tassa” sulla tecnologia - smartphone, PC e non solo - che dal 2026 si applicherà anche per conservare i propri ricordi.

Il Ministro della Cultura adegua il compenso per la copia privata, includendo nel perimetro degli spazi di archiviazione interessati dalla norma anche il digitale.

Dal 2026 anche il cloud rientrerà tra i supporti per i quali sarà necessario corrispondere una tariffa a tutela del diritto d’autore.

Vale la pena specificare sin da subito che non si tratta di una tassa pagata direttamente dai consumatori, anche se rischia di ripercuotersi sui costi d’acquisto.

Ancor di più alla luce delle novità previste dal decreto firmato dal Ministero della Cultura il 23 febbraio 2026, che aggiorna i valori e adegua le regole d’applicazione allo sviluppo tecnologico.

Appare quindi utile spiegare di cosa si tratta, chi paga e quanto, e perché anche il cloud entra nella lista dei supporti soggetti a contribuzione.

Copia privata, cos’è e chi paga la tassa sulle memorie fisiche e digitali

Un compenso a tutela del diritto d’autore, riconosciuto ad autori e produttori, in relazione alla riproduzione personale di musica e opere audiovisive. Quella nota come “tassa” sulla copia privata è una misura prevista da anni, introdotta dalle legge n. 633/1941 sul diritto d’autore e in particolare dall’articolo 71-sexies.

La finalità è di permettere al consumatore di riprodurre legalmente le opere audio e video protette dal diritto d’autore, garantendo al contempo un compenso gli autori e tutti gli operatori della filiera culturale in relazione alla riduzione degli incassi dovuti per l’appunto alla copia privata delle proprie opere.

Ad essere chiamati a versare il compenso forfettario non sono però direttamente i consumatori.

Il versamento è previsto per fabbricanti, importatori o distributori di supporti che consentono per l’appunto la riproduzione e la copia dei prodotti, tra cui a titolo di esempio smartphone, computer, tablet e più in generale dispositivi dotati di memoria, quali CD, DVD, chiavette USB e hard disk.

Nella copia privata entra il cloud, per effetto di una sentenza della Corte di Giustizia UE

Il valore del compenso per la copia privata è determinato con decreto del Ministro della Cultura e attualmente i valori e le regole d’applicazione sono contenuti nel D.M. datato 30 giugno 2020.

Il tema è tornato in queste ore all’attenzione tenuto conto dell’aggiornamento degli importi contenuto nel decreto firmato dal Ministro Giuli il 23 febbraio 2026, che oltre a rideterminare il compenso per copia privata adegua le regole d’applicazione della norma all’evoluzione tecnologica.

Anche il cloud entra tra gli spazi di memoria per i quali sarà necessario versare una somma a ristoro di artisti e produttori, per effetto della sentenza della Corte di Giustizia UE del 24 marzo 2022 (causa C-433/20).

La sentenza ha in particolare stabilito che i server messi a disposizione dagli ISP (fornitori di servizi Internet) per l’archiviazione cloud di copie private rientrano nel concetto di “qualsiasi supporto” soggetto all’equo compenso ai sensi della direttiva 2001/29/CE.

Partendo quanto sopra, il Ministero della Cultura adatta le regole allo sviluppo tecnologico. Le memorie e gli spazi di archiviazione non sono più solo fisici e, al contrario, è sempre più frequente l’utilizzo di sistemi in cloud.

Il decreto firmato dal Ministro Alessandro Giuli il 23 febbraio 2026, atteso in Gazzetta Ufficiale per la sua effettiva applicazione, compie quindi un doppio passo:

  • da un lato ridetermina, aumentando, gli importi della tassa forfettaria dovuta sugli strumenti classici, come smartphone, computer, tablet e hard disk;
  • in parallelo, segna il debutto della tassa sul cloud.

Tassa su smartphone, PC e smartwatch: i valori 2026 del compenso per copia privata

Il compenso per i supporti ottici e le memorie fisiche è calcolato in base alla capacità di archiviazione.

Per i computer è dovuto un importo fisso pari a 6,07 euro, più alto rispetto al valore applicato in virtù del DM del 30 giugno 2020, pari a 5,20 euro.

Per smartphone e tablet il valore dei compensi è variabile e va da un minimo di 3,39 euro fino a un massimo di 9,69 euro, secondo le regole specifiche riportate in tabella.

CompensoCapacità
€ 3,39 fino a 8 GB
€ 4,56 da >8 GB fino a 16 GB
€ 5,61 da >16 GB fino a 32 GB
€ 6,07 da >32 GB fino a 64 GB
€ 7,36 da >64 GB fino a 128 GB
€ 8,06 da >128 GB fino a 256 GB
€ 8,64 da >256 GB fino a 512 GB
€ 9,11 da >512 GB fino a 1 TB
€ 9,46 da >1 TB fino a 2 TB
€ 9,69 >2 TB e oltre

La tassa è dovuto anche sulle memorie e sugli hard disk integrati in dispositivi indossabili, come gli smartwatch, per importi che vanno da 2,57 euro a 6,54 euro.

Tassa sul cloud con monitoraggio trimestrale, fino a 2,40 euro per utente

La tassa sul cloud sarà invece pari a un massimo di 2,40 euro per utente, con l’obbligo per i fornitori di presentare una dichiarazione trimestrale per indicare il totale degli utenti attivi e la relativa capacità di memoria in cloud o lo spazio di memorizzazione in cloud messo a disposizione.

Per le memorie digitali fino a 1 GB è prevista un’esenzione simbolica.

Il valore del compenso per copia privata andrà da 0,0003 euro per i cloud superiori e fino a 500 GB, a 0,0002 per gli spazi con capacità di archiviazione superiore.

Compenso mensile per GB (per utente)Capacità
€ 0,0000 fino a 1 GB
€ 0,0003 da >1 GB a 500 GB
€ 0,0002 >500 GB e oltre

Rischio boomerang sui consumatori? Le reazioni al decreto Giuli

L’aggiornamento di valori e criteri per l’applicazione del compenso per copia privata ha da subito suscitato malumori e opinioni discordanti.

Secondo Anitec-Assinform, l’Associazione di Confindustria che raggruppa le imprese ict e dell’elettronica di consumo, il provvedimento rischia di muoversi in una direzione sempre più distante dall’evoluzione tecnologica e dalle modalità con cui oggi i contenuti vengono fruiti, con il rischio di nuovi costi per cittadini e imprese.

L’Associazione evidenzia non solo gli aumenti, pari circa al 20 per cento, ma punta in particolare l’attenzione sulla tassa sul cloud, che rischia di penalizzare gli investimenti in innovazione.

In direzione opposta si muove invece Confindustria Cultura Italia, che sostiene il decreto proposto dal Ministro della Cultura e definisce falsa la rappresentazione dell’equo compenso come una tassa sull’innovazione e le tecnologie digitali.

Quel che appare certo è che la discussione sull’adeguamento della norma all’inflazione, così come alla digitalizzazione, riporta il tema all’attenzione di imprese e anche consumatori, alla luce del rischio boomerang che potrebbe derivarne.

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