Rinnovo contratti pubblici, Usb attacca Cgil, Cisl e Uil: troppo morbidi

Stefano Paterna - Pubblica Amministrazione

Il sindacato di base più rappresentativo nel pubblico impiego polemizza con Cgil, Cisl e Uil per il precedente contratto firmato alla fine del 2017 e promette uno sciopero generale laddove la prossima Legge di Bilancio non soddisfi le aspettative dei lavoratori. Anche per la Cgil c’è bisogno di una riforma del sistema di classificazione del personale e di una campagna di nuove assunzioni che vada oltre il turn over.

Rinnovo contratti pubblici, Usb attacca Cgil, Cisl e Uil: troppo morbidi

Rinnovo contratti pubblici: l’Usb attacca i sindacati confederali per l’acquiescenza nei confronti del governo in materia di retribuzioni e diritti.

L’attesa che la Legge di Bilancio definisca le risorse stanziate da Palazzo Chigi per gli stipendi dei dipendenti della pubblica amministrazione si fa sempre più carica di tensione. Nelle settimane scorse si erano registrate le dichiarazioni ottimistiche in materia del ministro della Pubblica amministrazione Fabiana Dadone che già nell’immediato non avevano suscitato entusiasmo in Cgil, Cisl e Uil. Da allora nessuna novità è sopraggiunta.

In questo contesto si inserisce una nota diffusa dall’Usb pubblico impiego, il sindacato di base più rappresentativo, assai polemica nei confronti della cosiddetta “Triplice” confederale e dei sindacati autonomi di categoria.

Rinnovo contratti pubblici: il sindacato Usb attacca Cgil, Cisl e Uil: troppo morbidi

In realtà, l’argomento principale del comunicato di Usb riguarda più il passato che il presente: ovvero l’ultimo contratto sottoscritto dai confederali nel 2017 e che riguardava il triennio 2016-2018.

“Raccontano che l’ultimo CCNL - si legge nel comunicato - quello degli 85 euro medi dopo 9 anni di blocco contrattuale (trascorsi nel totale silenzio complice della Triplice), quello della peggior parte normativa nella storia del pubblico impiego, andava firmato perché “ha sbloccato la contrattazione”;
raccontano che da sempre chiedono di restituire autonomia alla negoziazione sia sui diritti che sulle dinamiche economiche, “dimenticando” che nel 2009 hanno firmato l’intesa che lega gli aumenti contrattuali agli indici IPCA e quindi li sottrae alla contrattazione;
raccontano che la crisi “perdurante” rende i rinnovi particolarmente difficili, ma sono appiattiti sulle politiche economiche che la UE ci impone, su tutte l’obbligo del pareggio di bilancio dello stato inserito all’art. 81 della Costituzione. Una serie di giustificazioni che non possono trovare ascolto tra chi ha pagato pesantemente quelle scelte”
.

Per Usb quel contratto non andava firmato perché bisognava pretendere aumenti maggiori dato che il precedente blocco durato ben nove anni aveva provocato una perdita del potere d’acquisto dei lavoratori pari al 13%. Inoltre quell’intesa ha tenuto fuori l’annosa questione dell’ordinamento del personale legata al problema delle mansioni del personale e, infine, ha recepito quella che Usb definisce “normativa punitiva contro i lavoratori pubblici”.

Rinnovo contratti pubblici 2020: i dubbi sull’oggi

Venendo alla situazione attuale il problema è che le risorse destinate al rinnovo dei contratti da parte dell’esecutivo sembrano ammontare a circa 3,2 miliardi di euro, ma non si conosce ancora se saranno utilizzate per tutte le partite aperte, ovvero tornando a quanto scrive Usb:

“dal finanziamento dell’elemento perequativo al sistema di classificazione. Rimane inoltre da comprendere il regime fiscale a cui saranno sottoposti gli aumenti e come e quanto inciderà il cuneo fiscale”.

Di qui la promessa del sindacato di base al ministro Dadone di aspettarsi anche la proclamazione di uno sciopero generale, laddove “non venissero soddisfatte le aspettative dei lavoratori”.

Bisogna anche dire che i sindacati confederali sono coscienti della ristrettezza dei margini dell’offerta del governo.

Basti pensare alle recenti dichiarazioni della segretaria generale della Fp Cgil Serena Sorrentino sulla necessità di un piano:

"per l’occupazione, uno per l’innovazione della Pa, ovvero più qualità e più servizi per i cittadini, e il rinnovo dei contratti che, con la riforma del sistema di classificazione, diano carriera, valorizzazione professionale e dignità salariale ai lavoratori pubblici”.

Il piano per l’occupazione a cui fa riferimento la Sorrentino consisterebbe in un ingresso straordinario di risorse umane ben oltre il previsto turn over al 100%. Un’esigenza che dalla segretaria Cgil di categoria viene così motivata:

“La Ragioneria generale dello Stato ci dice che al 2022 saranno oltre 600.000 i lavoratori fuori dalla Pubblica amministrazione mentre noi abbiamo bisogno di più servizi per i cittadini e più qualificazione professionale per chi entra nella Pa”.

Se il governo non predisporrà risorse sufficienti in Legge di Bilancio per soddisfare queste richieste il fronte sindacale andrà necessariamente in fibrillazione per i motivi sopra citati. Un monito che non va sottovalutato, in considerazione dei delicati equilibri politici che caratterizzano il Conte bis.

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