IRAP addio? Un rebus da 30 miliardi e la riforma resta al palo

Prevista dalla legge delega sulla riforma fiscale, la sostituzione dell'IRAP con una sovraimposta IRES si scontra con i dati: 30 miliardi di gettito in crescita, un terzo versato dalla Pubblica Amministrazione. Tutti i nodi di una proposta rimasta su carta

IRAP addio? Un rebus da 30 miliardi e la riforma resta al palo

Eliminare gradualmente l’IRAP e prevedere, al suo posto, una sovraimposta IRES lasciando invariato il gettito fiscale.

Questo uno dei principi dettati dalla legge delega sulla riforma fiscale che, alla scadenza del 29 agosto 2026 per la sua attuazione, risulta rimasto al palo.

A porre in evidenza l’obiettivo mancato dello stop all’imposta regionale sulle attività produttive è stato il Presidente dei Commercialisti, Elbano De Nuccio, sottolineando la necessità di portare a termine il lavoro di riforma partendo da associazioni professionali e società di persone.

Lo scoglio per il superamento dell’IRAP sta però nell’individuazione delle risorse e nella necessità di “ricalibrare” il prelievo.

Complessivamente, il gettito che ne deriva è pari a più di 30 miliardi e garantire gli stessi incassi con una sovraimposta IRES rischierebbe di aggravare il conto per alcune tipologie di società.

IRAP addio: i principi della riforma fiscale e l’idea della sovraimposta IRES

È l’articolo 8 della legge delega n. 111/2023 a contenere il principio della progressiva eliminazione dell’IRAP, con priorità per società di persone e associazioni senza personalità giuridica costituite tra persone fisiche nell’esercizio in forma associata di arti e professioni.

Una riforma a invarianza di gettito.

Non quindi una reale abolizione dell’IRAP, bensì il superamento delle regole attuali e l’introduzione di una sovraimposta, determinata secondo le regole IRES - con l’esclusione del riporto delle perdite - assicurando le medesime entrate allo Stato e quindi non intaccando la finalità principale dell’imposta, ossia il finanziamento della sanità da parte delle regioni.

L’idea è rimasta però su carta. L’iter di attuazione della legge delega sulla riforma fiscale non è riuscito nell’intento previsto in origine e l’IRAP continua quindi ad applicarsi a regole immutate.

Per il Presidente del CNDCEC, Elbano De Nuccio, si tratta di un tema da riportare sul tavolo, anche per superare le iniquità in materia di tassazione che ad oggi penalizzano la crescita e l’aggregazione professionale.

La richiesta è quindi di portare a compimento la riforma, per eliminare un’imposta che è definita come un “elemento di complessità del sistema tributario”.

Lo stop all’IRAP non è un’abolizione e la sovraimposta IRES rischia di aumentare il peso del Fisco su SPA e SRL

Per capire i connotati del progetto di riforma messo nero su bianco nell’ambito della delega fiscale, così come gli aspetti più controversi, è necessario però capire come funziona ad oggi l’IRAP.

L’imposta è attualmente dovuta da società di persone e società di capitali, con la sola esclusione delle persone fisiche che esercitano attività d’impresa, arti e professioni, esonerate a partire dal 2022.

L’aliquota IRAP è pari al 3,9 per cento e le regole di calcolo differiscono rispetto a quelle relative all’IRPEF e all’IRES.

Uno dei punti più dolenti, da sempre al centro del dibattito, è che l’IRAP grava sul valore della produzione netta, penalizzando gli investimenti e la manodopera flessibile/a tempo determinato (per la quale il costo del lavoro non è integralmente deducibile), oltre agli oneri finanziari e agli interessi passivi.

L’idea di prevedere lo stop all’IRAP, se da un lato nasce con l’idea di semplificare il prelievo e rimuovere la tassazione che pesa anche sul lavoro e sugli investimenti, a prescindere dall’utile effettivo, dall’altro nasconde però un’insidia che è tra le ragioni alla base della riforma mancata.

La sovraimposta IRES, che dovrebbe garantire incassi pari a quelli attuali, non si applicherebbe a tutta la platea di contribuenti che oggi versano l’IRAP.

Andrebbe ovviamente a colpire solo chi attualmente paga l’imposta sul reddito delle società, e quindi SRL e SPA, lasciando fuori le società di persone.

Uno sconto fiscale per pochi rischia quindi di trasformarsi in un aggravio per molti.

Un buco da 30 miliardi, lo scoglio che frena lo stop all’IRAP

Il processo di riforma, dopo l’eliminazione prevista dal 2022 per le ditte individuali, si è quindi evidentemente bloccato di fronte al nodo strutturale delle risorse: come garantire l’autonomia finanziaria delle Regioni e la copertura della spesa sanitaria senza creare buchi di bilancio?

La dimensione finanziaria dell’IRAP è quindi il primo ostacolo. Secondo i dati diffusi dal rapporto sulle dichiarazioni fiscali 2024 elaborato da Itinerari Previdenziali e CIDA, nel 2023 il gettito complessivo è stato pari a 30,056 miliardi di euro.

Dopo il crollo del 2020 (22,5 miliardi) e le riforme che ne hanno ristretto la platea, l’incasso è tornato a salire con decisione (+16,5 per cento nel 2021, +5,6 per cento nel 2022, +8,5 per cento nel 2023).

Abolire o sostituire un’imposta da 30 miliardi non è quindi un’operazione a costo zero. Trovare una sovraimposta IRES equivalente significa dover ricalibrare la pressione fiscale sulle sole società di capitali capienti.

C’è poi il tema della Pubblica Amministrazione, che contribuisce al gettito per un valore pari a 10 miliardi di euro. Oltre un terzo dell’IRAP è una “partita di giro”: lo Stato e gli Enti Pubblici pagano l’8,5 per cento sul costo del lavoro dipendente alla Sanità regionale.

Il passaggio definitivo a una sovraimposta IRES (che colpisce solo gli utili delle imprese private), fa i conti quindi anche con l’esigenza di capire come gestire i mancati introiti derivanti dai versamenti della PA alle Regioni.

Se quindi l’addio all’IRAP è bello da dire e da raccontare, nei fatti il progetto di riforma richiede particolare attenzione e rischia di rimanere uno dei tanti cantieri incompiuti della politica fiscale italiana.