Dumping fiscale, che cos’è e perché fa perdere all’Italia 8 miliardi di dollari ogni anno

Rosy D’Elia - Fisco

Dumping fiscale, che cos'è e perché fa perdere all'Italia dai 5 agli 8 miliardi di dollari ogni anno? A spiegarlo è Roberto Rustichelli, Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che nell'audizione alla Camera del 2 luglio traccia un quadro delle conseguenze che derivano da una concorrenza fiscale sleale tra paesi europei.

Dumping fiscale, che cos'è e perché fa perdere all'Italia 8 miliardi di dollari ogni anno

Dumping fiscale, che cos’è e perché fa perdere all’Italia dai 5 agli 8 miliardi di dollari ogni anno?

Si tratta della definizione usata da Roberto Rustichelli, Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, durante l’audizione alla Camera del 2 luglio 2020 sul Programma di lavoro della Commissione europea per il 2020 e sulla Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia alla Unione europea nell’anno 2020, per definire il panorama di concorrenza fiscale sleale tra paesi europei, con conseguenze importanti per l’Italia e per l’UE nel suo complesso.

“L’esperienza, unica nella storia del nostro continente, di un’unione monetaria accompagnata da una crescente integrazione dei mercati reali e finanziari è sempre più incrinata dall’assenza di stringenti regole comuni fiscali e contributive.

Tale vuoto normativo rende possibile ad alcuni Stati membri di porre in essere pratiche di dumping fiscale e contributivo, che possono minare le fondamenta della stessa costruzione europea”.

AGCM - Audizione presso la Camera dei Deputati - XIV Commissione del 2 luglio 2020
Audizione del Presidente Rustichelli in relazione al Programma di lavoro della Commissione europea per il 2020 e alla Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia alla Unione europea nell’anno 2020.

Dumping fiscale, che cos’è e perché fa perdere all’Italia 8 miliardi di dollari ogni anno

Il termine dumping deriva dal verbo inglese “to dump”, ovvero scaricare. In ambito economico definisce una pratica commerciale scorretta per cui si garantiscono prezzi più vantaggiosi sui mercati esteri rispetto a quelli che si praticano nel mercato interno.

Ma, ad esempio, si parla anche di dumping salariale per indicare lo sbilanciamento tra lo stipendio percepito da un lavoratore in base alle regole del mercato del lavoro estero, che lo svalutano, rispetto a quello a cui si avrebbe diritto con i parametri del paese di origine.

In linea generale, quindi, si tratta di pratiche di concorrenza sleale che assumono caratteristiche specifiche in base al contesto in cui si applicano.

Esiste, quindi, anche il dumping fiscale, che nasce dall’esistenza di sistemi di tassazione capaci di garantire, rispetto ad altri, un trattamento fortemente più vantaggioso ai contribuenti. La conseguenza? Una disparità tra gli Stati da diversi punti di vista, anche nell’attrarre investimenti esteri.

E sono proprio queste condizioni di concorrenza sleale che hanno preso forma in Europa, sottolinea Roberto Rustichelli, Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, durante l’audizione alla Camera dei Deputati del 2 luglio 2020 sul Programma di lavoro della Commissione europea per il 2020 e sulla Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia alla Unione europea nell’anno 2020.

Nel testo si legge:

“Paesi come l’Irlanda, l’Olanda e il Lussemburgo sono veri e propri paradisi fiscali nell’area Euro, che attuano pratiche fiscali aggressive che danneggiano le economie degli altri Stati membri e che, anche grazie a queste pratiche, registrano elevatissimi tassi di crescita”.

Dumping fiscale, che cos’è e quali sono le conseguenze per l’Italia e per l’Europa

Ma quali sono le conseguenze del dumping fiscale per l’Italia e per l’Europa? Nelle stime riportate dal Presidente AGCM alla Camera dei Deputati, per il nostro paese il danno ha un valore che va dai 5 agli 8 miliardi di dollari ogni anno.

Nel testo si legge:

“Alcune ricerche stimano che, a causa della concorrenza fiscale sleale a livello europeo, il fisco italiano perde la possibilità di tassare oltre 23 miliardi di dollari di profitti: 11 miliardi di profitti vengono spostati in Lussemburgo, oltre 6 miliardi in Irlanda, 3,5 miliardi in Olanda e oltre 2 miliardi in Belgio”.

Ma le conseguenze negative non riguardano solo l’Italia e in generale i singoli stati. La concorrenza fiscale sleale riduce poi anche la capacità dell’Unione europea nel suo complesso di raccogliere risorse e in questo modo impedisce una più equa tassazione dei profitti delle imprese.

Questo contesto caratterizzato da fenomeni di dumping fiscale ha portato all’Unione Europea, negli ultimi 20 anni, minori entrate per circa 35-70 miliardi di euro all’anno.

Nel confronto tra l’Italia e i paradisi fiscali europei, i dati parlano chiaro: dalla crescita del PIL al livello di attrattività di investimenti esteri.

- Italia Irlanda Lussemburgo Olanda
Crescita del PIL negli ultimi 5 anni 5% 60% 17% 12%
Reddito Pro capite 2019 28.860 60.350 83.640 41.8702
Investimenti esteri diretti 19% del PIL 311% del PIL 5.760% 535%
Imposte sulle società 2% del PIL 2,7% del PIL 4,5% del PIL Dato non disponibile

Come sottolinea il presidente Rustichelli, questi ultimi dati sulle imposte sulle società vanno anche letti alla luce di alcuni elementi determinanti:

  • il Lussemburgo è un paese di 600 mila abitanti;
  • anche l’Irlanda raggiunge cifre migliori dell’Italia nonostante l’aliquota molto bassa.

Nel testo si legge:

“Valori così elevati non trovano spiegazione nei fondamentali economici di tali Paesi, ma sono in larga parte riconducibili alla presenza di società veicolo. In effetti, le imprese a controllo estero rappresentano oltre un’impresa su quattro del Lussemburgo, mentre generano il 73,6% del margine operativo lordo complessivo prodotto dalle imprese in Irlanda, a fronte del 12,7% in Italia.”

I dislivelli tra gli Stati europei non si fermano al sistema fiscale, ma si estendono anche a quello contributivo con conseguenze importanti sulle tutele e sulle retribuzioni dei lavoratori.

Da uno sguardo ampio, sull’intero paese, a uno più stretto, sui singoli cittadini, l’impatto della concorrenza sleale è forte.

E, secondo il presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, è una pratica che “mina alle radici la tenuta del mercato unico e può avere conseguenze “sull’economia e sulla coesione dell’Unione europea nel suo complesso”.

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