Chi paga più tasse in Italia? Con gli stipendi al palo, l’IRPEF grava su pochi

Francesco Rodorigo - Dichiarazione dei redditi

In Italia meno del 19% dei contribuenti paga quasi due terzi dell'intera IRPEF. I dati dell'Osservatorio di Itinerari Previdenziali

Chi paga più tasse in Italia? Con gli stipendi al palo, l'IRPEF grava su pochi

Il totale dei redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025 ai fini IRPEF supera i mille miliardi.

Su questi l’IRPEF ordinaria ammonta a circa 200 miliardi ma ci sono grandi differenze nel carico distribuito tra i contribuenti.

A tracciare il quadro della situazione sono i dati salienti dell’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate 2026 di Itinerari Previdenziali, presentato al CNEL nel corso delle celebrazioni per l’80° anniversario CIDA-Confederazione Italiana Alti Dirigenti e Professionalità il 24 settembre 2026.

Giunta nel 2026 alla sua tredicesima edizione, l’indagine su entrate fiscali e finanziamento del welfare si pone l’obiettivo di analizzare le dichiarazioni individuali dei redditi ai fini IRPEF, così come l’ammontare e i profili di distribuzione delle altre principali imposte dirette e indirette, allo scopo di verificare la sostenibilità del sistema di protezione sociale italiano.

I dati in esame sono quelli diffusi dal MEF e dall’Agenzia delle Entrate e relativi alle dichiarazioni dei redditi ai fini IRPEF rese dai cittadini italiani nel 2025 (con riferimento, dunque, all’anno di imposta 2024) ed elaborate dalla pubblica amministrazione a maggio 2026.

Chi paga più tasse in Italia? Con gli stipendi al palo l’IRPEF grava su pochi

Il quadro che emerge dall’analisi di Itinerari Previdenziali è complesso anche se la questione di fondo non è una novità: il grosso del carico fiscale relativo all’IRPEF grava soprattutto su alcune specifiche categorie di contribuenti, in primis quelli che dichiarano un reddito annuo tra i 35.000 e i 55.000 euro.

Chi si trova in questa fascia di reddito rappresenta il 18,78% del totale contribuenti e paga il 65% di tutta l’IRPEF. Tenendo conto anche di chi ha un reddito tra i 29.000 e i 35.000 euro (l’11,44% del totale), l’analisi mostra come sia il 30,22% degli italiani a corrispondere il 78,67% dell’IRPEF totale.

Dall’altro lato, quasi 8 milioni di cittadini dichiarano un reddito annuo inferiore a 7.500 euro, la cosiddetta no tax area, e versano in media 19 euro di IRPEF.

Il conto sale a 204 euro annui per chi i circa 7,4 milioni di contribuenti che si trovano nella fascia di reddito tra 7.500 e 15.000 euro lordi l’anno.

A seguire la scomposizione mostra quindi 4,7 milioni di cittadini che dichiarano tra i 15.000 e i 20.000 euro l’anno e versano un’imposta media di 1.773 euro.

La fascia più consistente, rappresentata dai 6,6 milioni che guadagnano tra 20.000 e 26.000 euro annui paga invece in media 3.284 euro di IRPEF.

I poco più di 3 milioni di contribuenti nella fascia tra 26.000 e 29.000 euro lordi corrispondono in media 4.413 euro ciascuno.

Per sintetizzare: i contribuenti con redditi fino a 29.000 euro rappresentano il 69,78% del totale e pagano il 21,33% di tutta l’IRPEF.

Il restante 30,22% che però non include solamente i contribuenti più ricchi, come detto, paga il resto dell’imposta.

Al macro scaglione di reddito che comprende le fasce tra 100.000 e 300.000 euro appartengono 745.615 persone, l’1,75% dei contribuenti versanti e pagano il 22,25% dell’IRPEF.

Oggi meno del 19% dei contribuenti sostiene da solo quasi due terzi dell’intera IRPEF. A questa forte concentrazione del prelievo si accompagna un altro paradosso: in sedici anni la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 a oltre 180 miliardi, senza una corrispondente riduzione della povertà. È il segnale che non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio” ha detto Stefano Cuzzilla, Presidente CIDA.

Serve un cambio di rotta”, continua, “meno pressione su chi già sostiene il sistema, più contrasto all’evasione, un welfare capace di concentrare le risorse su chi ne ha realmente bisogno e di accompagnare le persone verso il lavoro e l’autonomia, aumentando la base di chi contribuisce”.

Per ora in programma c’è un nuovo taglio dell’IRPEF con la prossima Legge di Bilancio:

“Noi siamo intervenuti nel corso del tempo, durante questa legislatura, innanzitutto per spostare il meccanismo delle aliquote da quattro a tre e poi, con la legge di bilancio dello scorso anno, del 2026, l’aliquota del 35%, quindi quella che abbraccia lo spazio da 28 a 50mila euro, l’abbiamo portata al 33%. Qual è l’ulteriore passo su cui vogliamo lavorare, compatibilmente con le risorse e con la condivisione da parte di tutti i componenti della nostra maggioranza? Ovviamente, tenendo conto che quest’aspetto già è stato da più parti sollecitato, è quello di abbracciare la fascia che va da 50 a 60mila euro e riportarla nell’ambito del secondo scaglione, quindi applicare su questa fascia di reddito, anziché il 43%, il 33%.”

Ha dichiarato il viceministro dell’Economia e delle Finanze Maurizio Leo, nel videointervento al convegno di presentazione.

L’impatto dell’IRPEF su pensionati e autonomi

Non solo dipendenti. L’Osservatorio fotografa anche la situazione di pensionati e autonomi.

Per quanto riguarda i primi, quelli con redditi fino a 26.000 euro lordi annui sono il 66% e versano il 26,64% del totale IRPEF. Il grosso delle imposte (66,19%) grava quindi sui pensionati con redditi dai 29.000 euro in su e, ancora di più oltre i 35.000 euro, i quali rappresentano il 16,4% del totale e versano il 49,7% dell’IRPEF.

Discorso simile anche per gli autonomi: sopra la soglia dei 35.000 euro si conta il 36,89% dei contribuenti che pagano quasi tutta l’IRPEF della categoria, l’88,88%.

Ora è indubbio che resti fondamentale abrogare la flat tax che, oltre a presentare profili di incostituzionalità, alimenta senza dubbio fenomeni di sommerso”, ha spiegato Alberto Brambilla di Itinerari Previdenziali, “ma le cifre dimostrano che la comune vulgata secondo cui le tasse le pagano i dipendenti non è totalmente vera”.

Una delle questioni di fondo, si legge nel comunicato diffuso da CIDA, è la trascuratezza dei salarii quali, anche a causa di un sistema contrattuale più propenso alla ricerca di sgravi fiscali che di stimoli per la produttività, sono rimasti al palo davanti all’impennata inflazionistica degli ultimi anni”.

Tra le possibili soluzioni ipotizzate da CIDA per limitare l’elusione fiscale anche una profonda revisione dell’ISEE e la messa a punto di una banca dati centralizzata dell’assistenza.