Reddito di cittadinanza e patto per il lavoro: la fase 2 ancora non decolla

Rosy D’Elia - Leggi e prassi

Reddito di cittadinanza, la fase 2 è partita ma ancora non decolla. Dei 704.595 beneficiari tenuti a firmare il patto per il lavoro solo 50 mila lo hanno già sottoscritto, stando ai primi dati diffusi dalle Regioni durante l'incontro al ministero del Lavoro del 21 ottobre 2019. Il sistema ha bisogno di una linea operativa comune.

Reddito di cittadinanza e patto per il lavoro: la fase 2 ancora non decolla

Reddito di cittadinanza, la fase 2 è partita a inizio settembre, ma fa ancora fatica a decollare. Per intraprendere il percorso di reinserimento lavorativo, il primo passo che i beneficiari devono compiere è la stipula del patto per il lavoro: i cittadini hanno il diritto e il dovere di essere accompagnati verso un’opportunità lavorativa da Centri per l’Impiego e navigator.

A distanza di quasi due mesi, degli oltre 704.595 beneficiari tenuti a firmare il patto per il lavoro solo 50 mila lo hanno già sottoscritto, stando ai primi dati emersi durante l’incontro tra la Commissione lavoro della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, che si è tenuto il 21 ottobre 2019.

Da un lato Cristina Grieco, Assessore della Regione Toscana e coordinatrice della Commissione, ha posto l’accento sul grande lavoro delle regioni, e dall’altro ha sottolineato l’importanza di aggiustare il tiro sugli strumenti a disposizione perché il patto del lavoro sia rispettato, da tutti gli attori in gioco.

Da marzo ad ottobre 2019, secondo i dati diffusi dall’INPS, il reddito di cittadinanza ha collezionato 1,5 milioni di domande. 982 mila sono state accolte, 126 mila sono ancora in lavorazione e 415 mila sono state respinte o cancellate.

Reddito di cittadinanza e patto per il lavoro: la fase 2 ancora non decolla

Fin dalle prime ipotesi di introduzione, i sostenitori più convinti del reddito di cittadinanza hanno individuato il suo punto di forza nella capacità di favorire la ricerca del lavoro ai beneficiari.

Rispetto ai sussidi progettati in precedenza, la misura introdotta con il Decreto Legge numero 4 del 2019 sintetizza due esigenze: il sostegno economico e la necessità di trovare un’occupazione.

Ma la fase 2, che ruota attorno alla stipula dei patti per il lavoro e al reinserimento lavorativo, è costruita su basi fragili. E si sta rivelando giorno per giorno sempre più complicata.

I numeri emersi dall’incontro tra la Conferenza Stato Regioni e il Ministero del Lavoro del 21 ottobre 2019 sono parziali ma parlano chiaro:

“In base alle prime verifiche parziali, ci sono 200 mila convocazioni, oltre 70 mila colloqui effettuati e 50 mila Patti per il lavoro sottoscritti”.

Si tratta di un monitoraggio “non completo” si legge nella nota diffusa dalle Regioni il 22 ottobre 2019. Ma le cifre sono irrisorie se confrontate con i dati diffusi da ANPAL a fine agosto sul numero dei beneficiari che avrebbero dovuto stipulare i patti per il lavoro: 704.595 in tutta Italia, 178.370 in Campania, 162.518 in Sicilia, 64.057 in Calabria solo per citare i primi tre territori.

Nel frattempo i numeri saranno anche cresciuti, ma certo non sorprende che siano così bassi. Basti pensare al caso dei navigator campani, bloccati per mesi, che ha mandato in tilt il sistema proprio nella regione che richiede più energie.

Reddito di cittadinanza e patto per il lavoro: strategie per migliorare il sistema

La stessa Cristina Grieco, Assessore della Regione Toscana e coordinatrice della Commissione Lavoro e Istruzione della Conferenza delle Regioni, riferendosi al numero di patti per il lavoro stipulati, ha affermato: “Non sono pochi”.

Ma ha anche posto l’accento sulla necessità di migliorare strumenti e strategie perché le risorse investite nel sistema di ricerca del lavoro siano messe a frutto:

“Una cosa è certa dobbiamo dare gli strumenti ai centri per l’impiego fondati su regole e procedure condivise e su una uniformità di comportamento. Serve un atto interpretativo del Ministero del Lavoro, con particolare riferimento alle conseguenze della mancata presentazione dei beneficiari del Reddito di cittadinanza alle convocazioni da parte dei Centri in assenza di un giustificato motivo.

C’è bisogno di un’attuazione uniforme sui territori delle disposizioni in materia di sanzioni, individuando una data unica nazionale per l’avvio dell’attuazione dei meccanismi di condizionalità. Lo strumento dell’Assegno di Ricollocazione deve poi diventare operativo. Occorrono inoltre regole condivise per render applicabili le norme sull’offerta congrua di lavoro, per evitare distorsioni o effetti discriminatori”.

In altre parole: le regole ci sono, ma bisogna ancora trovare la formula giusta per applicarle. Il patto per il lavoro è già un obbligo per i beneficiari, è già previsto che le assenze alle convocazioni siano giustificate e che le offerte di lavoro, a particolari condizioni, debbano essere accettate. Ma quello che ancora manca a distanza di 7 mesi dal debutto del reddito di cittadinanza è una linea operativa comune.

E d’altronde già un anno fa l’ex presidente ANPAL, Maurizio dal Conte, prima che la macchina organizzativa prendesse il via sottolineava la disorganicità dei Centri per l’Impiego e la preoccupazione che il sistema fosse troppo debole.

Nel frattempo, infatti, la Conferenza Stato-Regioni sta pensano all’attivazione di una cabina di regia per un coordinamento dei diversi attori in gioco: per affrontare con i Comuni alcune questioni relative alle politiche sociali, alle ore di lavoro utili alla collettività, ai rapporti con gli enti proprietari delle sedi dei centri per l’impego e alla relazione fra gli CPI e gli uffici dei Comuni.

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