Gender tax per ridurre il divario di genere nel lavoro? Intervista ad Elsa Fornero

Rosy D’Elia - Fisco

Gender tax, utile per ridurre il divario di genere nel lavoro e migliorare la distribuzione del carico familiare? Non è un toccasana, ma sarebbe da sperimentare per incentivare l'occupazione femminile. Dai bonus assunzioni per le donne al Recovery Plan: intervista ad Elsa Fornero, professoressa di Economia all'Università degli Studi di Torino ed ex Ministra del Lavoro e delle Politiche sociali.

Gender tax per ridurre il divario di genere nel lavoro? Intervista ad Elsa Fornero

Gender tax, la proposta di una tassazione differenziata e più favorevole per le donne può essere utile per ridurre il divario di genere nel lavoro, per migliorare l’occupazione femminile e migliore la distribuzione del carico familiare?

“Può essere una una spinta più o meno gentile alla realizzazione della parità” per Elsa Fornero, professoressa di Economia all’Università degli Studi di Torino, intervistata in diretta sul canale Youtube di Informazione Fiscale sabato 12 dicembre 2020.

Secondo l’ultimo bilancio di genere pubblicato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, tra occupazione maschile e femminile c’è un divario di 17,9 punti percentuali. Dai bonus assunzioni dedicati alle donne ai fondi dedicati esclusivamente alle imprese al femminile, i dati dimostrano che gli strumenti messi in campo non sono adeguati. O almeno che non sono abbastanza.

Garantire delle agevolazioni fiscali è solo una delle possibili azioni e per l’ex Ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, con delega alle Pari Opportunità, è tempo di sperimentare.

Incentivare l’occupazione femminile è anche uno dei pilastri del Recovery Plan italiano che sta prendendo forma. Ma con un programma a “pezzi e bocconi”, secondo l’economista.

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Gender tax per ridurre il divario di genere nel lavoro? Intervista ad Elsa Fornero

Elsa Fornero approva la proposta di una gender tax, così come formulata dei colleghi economisti Andrea Ichino e Alberto Alesina, come misura temporanea, nonostante le criticità: non è un toccasana, ma nelle società bisogna fare anche delle sperimentazioni”.

D’altronde c’è già un precedente, “le quote, che vengono chiamate impropriamente quote rosa. La legge interviene per garantire maggiore parità in un consiglio di amministrazione, anche se fosse tutto al femminile non sarebbe legale. Confligge un po’ con il principio del merito però è stata utile e ha fatto scoprire un mondo di competenze femminili”.

Nell’ottica di Andrea Ichino dell’European University Institut e Alberto Alesina della Harvard University una gender tax, una tassazione differenziata e più favorevole sul lavoro delle donne, non nasce solo per migliorare i dati che riguardano l’occupazione femminile, ma anche per distribuire in maniera più equa il carico di impegni familiari, una questione strettamente correlata ma che riguarda sia uomini che donne.

“La tassazione basata sul genere (GBT) soddisfa il criterio ottimale di Ramsey tassando meno l’offerta di lavoro femminile più elastica”, si legge nell’abstract dello studio “Gender Based Taxation and the Division of Family Chores”.

Per una tassazione che funzioni bisognerebbe prevedere un’aliquota più alta per i beni meno elastici, come sono quelli di prima necessità, e più bassa per quelli più elastici, i beni di lusso.

È questa la teoria di partenza che viene, poi, applicata sul lavoro dell’uomo e della donna. In questa ottica il primo sarebbe un bene di prima necessità da tassare in maniera più pesante perché meno esposto a variazioni e il secondo un bene di lusso da tassare in maniera più favorevole per stimolarne il consumo.

A parità di reddito lordo, il netto della donna sarebbe più alto. Dalla costituzionalità a una visione di famiglia troppo ancorata allo schema tradizionale, sono diverse le critiche mosse.

Ma per Elsa Fornero non sono reali ostacoli all’applicazione di una gender tax, che bisognerebbe sperimentare per poter provare a fare un passo avanti verso “l’indipendenza economica della donna come valore della società”, un passaggio cruciale per poter ridurre il divario di reddito e non solo che c’è tra uomo e donna.

“Devo dire che quando ho sentito la proposta dei colleghi Andrea Ichino e Alberto Alesina non era convinta. E non ero convinta per la solita questione del fatto che noi non abbiamo bisogno di trattamenti differenziati, non abbiamo bisogno di essere messi dove qualcuno con benevolenza ci tratta in maniera privilegiata, noi abbiamo bisogno di poter essere messe sullo stesso terreno di gioco.

Mi sembrava che non fosse molto accettabile sotto il profilo della parità poi ho molto riflettuto: ci sono principi importantissimi, e la parità è uno di questi, ma che non vengono spontaneamente realizzati nella società”.

È per questo che serve un’azione esterna, che si definisca terapia d’urto, come Andrea Ichino, o spinta gentile, come l’ex Ministra del Lavoro, la gender tax può essere una via da seguire.

Gender tax per ridurre il divario di genere nel lavoro? E. Fornero: da sola non basta, ma è utile

In ogni caso, sottolinea Elsa Fornero, la tassazione differenziata da sola non può ridurre il divario di genere, ma c’è bisogno di un corollario di altre misure che possano permettere alle madri, costrette spesso a ridurre o ad abbandonare il loro impegno professionale, di continuare a lavorare. “Questo è un punto estremamente importante su cui siamo molto indietro”, sottolinea.

Le priorità? Congedi parentali, l’introduzione di un’astensione dal lavoro obbligatoria per i neo papà è stata proprio una delle vittorie di Elsa Fornero nel ruolo di Ministro, asili nidi, servizi che possano sollevare le donne dai carichi di cura, mettere al centro la scuola.

Di questo si parla anche nel Recovery Plan: il governo ha intenzione di investire circa 4,2 miliardi di euro delle risorse in arrivo dall’Unione Europea per incentivare la parità di genere.

Ma l’economista non nutre grande fiducia nella pianificazione dell’utilizzo dei fondi:

“Vedo un atteggiamento a “pezzi e bocconi”, temo e ho l’impressione che senza un quadro coerente di politiche che vanno a completarsi l’una rispetto all’altra in funzione di una parità, che si considera l’obiettivo, proveremo tante cose ma alla finiremo per avere risultati scadenti.

Anche oltre il Recovery Plan, di strumenti messi in campo per migliorare l’occupazione femminile, in maniera diretta o indiretta, ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno tanti: nella Legge di Bilancio 2021, solo per fare un esempio, è previsto uno sgravio contributivo completo per le imprese che assumono donne.

Eppure i dati dimostrano che, fino ad ora, gli strumenti adottati non sono efficaci:

“La politica degli sgravi contributivi l’abbiamo adottata in molte occasioni ma non è che abbia portato a risultati importanti”.

L’attenzione sul tema non cala mai, ma i dati dimostrano che le misure messe in campo non sono efficaci. Per Andrea Ichino, intervistato da Informazione Fiscale il 20 novembre 2020, la società non è ancora pronta per una reale parità tra uomo e donna e si dota volontariamente di strumenti poco utili.

“Concordo”, afferma senza dubbi Elsa Fornero, ma con la stessa convinzione non esclude la possibilità di poter creare un terreno fertile:

“È per questo che deve diventare uno degli obiettivi in questa fase in cui stiamo ripensando all’organizzazione complessiva del nostro paese. Sono state fatte tante task force inutili, riprendiamo quello che ha stabilito la task force di Colao sulla questione della parità e mettiamo contenuti specifici”.

E lo sguardo finale è sicuramente ottimista: “ho un elemento di fiducia nelle giovani generazioni, perché qui vedo che la parità è molto più praticata e considerata”.

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